domenica 23 settembre 2018

Alfonso d'Aragona il Magnanimo



Il primo re aragonese di Napoli non era certo il rozzo catalano che il popolo pensava...


in stesura

martedì 8 maggio 2018

La Virgo Lactans di S. Croce di Carinola - di Silvio Ricciardone


Virgo Lactans nella chiesa di S. Croce di Carinola


Il Quattrocento ha regalato a noi carinolesi il bellissimo affresco della Virgo Lactans sito nella chiesa di S. Croce di Carinola. Riporto qui, per l'interesse dei lettori, parte di un ampio studio del prof. Silvio Ricciardone che confronta e studia  diverse icone di Virgo Lactans in Terra di Lavoro. Lo studio è riportato nel volume "Testimonianze storiche, archeologiche ed artistiche del territorio di Francolise" curato dal dott. Ugo Zannini.



Alla Vergine  di Scarasciano (1400 ca–presso Ciamprisco) andrebbe invece anteposta l’inedita Maria Lactans nella cappella laterale sinistra dell’ex chiesa parrocchiale di S. Croce. Purtroppo uno strato di intonaco ne cela il tratto inferiore del corpo e con esso, forse, le sagome in miniatura dei donatori ed un’eventuale iscrizione [….].

Il punto di partenza è, come dimostrato, l’ esecuzione della Virgo Lactans di S. Croce poco dopo la Madonna del Cardellino, nel secondo decennio del Quattrocento. Ne deriva che la chiesa con il dipinto era in piedi da allora, da molto prima, quindi,  della sua designazione a chiesa parrocchiale di S. Croce in luogo, secondo il notaio locale Luca Menna, della fatiscente S. Maria Mater Domini a Casocavallo: di fatto, sbaglia il Menna nel ritenere il passaggio alla nuova sede d’inizio Settecento, risultando la nuova chiesa parrocchiale di S. Croce già attiva nel 1690[1]. Nulla vieta, anzi, che il suo primitivo impianto corrisponda all’ecclesia di S. Crucis, associate alle sue omologhe di S. Bartholomeus e S. Anellus in Gallo, ossia di limitrofi centri del carinolese, nelle Decime del 1326[2].

La presunta precedente parrocchiale di S. Maria Mater Domini a Casocavallo coinciderebbe invece con l’antica S. Maria Matris Domini que est leprosorum, letteralmente “dei lebbrosi”, cui già le Decime del 1308-1310 fanno riferimento[3] e ubicabile o a S. Bartolomeo[4], il medesimo sito delle succitate Decime del 1326 e adiacente a S. Croce o a S. Croce stessa[5]; la continuità della dedicazione a S. Maria Madre di Dio sembra, in effetti, difficilmente casuale. Ma l’origine di questo complesso mariano parrebbe ancora anteriore visto che S. Maria Matris Domini que est leprosorum condivide l’intitolazione con quellEcclesia Sancte Dei genitris Marie[6] che un documento capuano del 1114 dice “ esser stata costruita” dalla madre  del conte di Carinola Riccardo[7], in carica nel 1109 e che altri, piuttosto, identificano  nell’Episcopio di Ventaroli[8].

Tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento S Maria Mater Domini
è ormai in concessione all’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, ma, per negligenza del commendatario, versa in uno stato di abbandono[9]. La notizia riveste una certa importanza poiché completa il quadro appena emerso dalle fonti. L’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro nacque nel 1572 dalla fusione di due sodalizi che, separatamente, portavano il nome di ciascuno dei due santi. In particolare, l’Ordine di San Lazzaro, il più antico, aveva operato nel vicino oriente, dov’era sorto in concomitanza delle prime crociate come compagnia religiosa ospedaliera e militare, prodigandosi per l’assistenza ai lebbrosi, scopo primario della sua azione, e  la difesa dei territori cristiani. Con la riconquista musulmana di fine Duecento, i cavalieri di S. Lazzaro ripararono in Europa e si concentrarono preferibilmente nel Regno di Napoli, che ebbe in Capua la principale sede del sodalizio, per poi patire un progressivo declino  con le unioni all’Ordine di San Giovanni (l’odierno Ordine di Malta) e, nel 1572, all’Ordine di S. Maurizio, fondato ne 1434[10].

I dati fin qui raccolti concorrono a localizzare un complesso per l’isolamento in quarantena  dei malati da contagio, e nello specifico, dei lebbrosi[11], in territorio falerno; né si ignorino le numerose sepolture riemerse, a dir del Menna, nei dintorni di S. Croce e che, di fatto, avallerebbero gli indizi documentari[12].

Alla luce di ciò l’effigie di S. Croce, nel proporre la Vergine che allatta il figlio Gesù, traduce visivamente la dedicazione del lazzaretto (o struttura affine) a “S. Maria Madre di Dio”; l’affresco, pertanto, espliciterebbe una devozione mariana che il terrore delle epidemie avrebbe fortemente alimentato e che l’intitolazione a S. Maria Matris Domini del lebbrosario rivela in tutta la sua portata.

Più in generale, nel corso del basso medioevo, parallelamente alla fortuna del tipo iconografico della Virgo Lactans, fa la propria apparizione, con analoga, se non più incisiva funzione guaritrice, la reliquia del latte della Madonna,[13] considerata un rimedio officinale contro patologie varie e possessioni diaboliche[14].

L’idea che la mancata disponibilità del prezioso liquido abbia spint0 alcune istituzioni a rimpiazzarlo con immagini votive che ne evocassero i prodigi può  essere valida, ma non su larga scala; una casistica plausibilmente più ampia, invece, compendierebbe le rappresentazioni mariane capaci di proteggere i fedeli a prescindere dalla fama e l’efficacia del sacro latte[15] o in grado, addirittura, di mediarne la comparsa, come nel caso  della carinolese Madonna della Cava che, intorno al 1690, trasudò…gocce biancastre dal seno con successive inspiegabili guarigioni.[16]
Che poi il latte della Madonna, vero o dipinto, potesse, nell’immaginario popolare, scongiurare la lebbra o guarirla, parrebbe imputabile, in linea di principio, al suo colore bianco, lo stesso che assume la pelle del lebbroso e che già nel Vecchio Testamento, è prova dell’avvenuto contagio[17].

Se infine, il complesso di S. Maria Mater Domini ha davvero funto da luogo assistenziale, la commissione dell'affresco di S. Croce che…prevede un saio per Gesù Bambino, potrebbe spettare ai frati  eventualmente coinvolti nella gestione del lazzaretto. Giusta o no ce sia l’ipotesi, resta l’indiscutibile impulso degli ordini mendicanti al culto della Virgo Lactans [18] [].

La frequenza negli edifici religiosi di immagini di santi taumaturghi - Sebastiano e Rocco per scongiurare la peste, Antonio Abate contro il fuoco di S: Antonio (herpex zoster), Lucia per la salute degli occhi, Biagio per la gola, e così via -  ne convalida, alla fine dell’Età di Mezzo, la crescente devozione popolare  che il timore di malattie e contagi contribuiva a radicare[19].

E discorso simile varrebbe per la diffusione della Madonna del latte, comprovato dai relativi dipinti murali e, ancora prima, da icone con lo stesso soggetto nel basso Lazio e in Terra di Lavoro[20]. Anzi, la carica sacrale di cui le icone sono portatrici potrebbe aver concorso, in termini emulativi, alla fortuna di Maria Lactans negli affreschi locali[21].
Del resto, a Mondragone è tuttora veneratissima la preziosa effige lignea  di S. Maria Incaldana, originariamente presso l’insediamento monastico di S. Maria del Belvedere e oggi nella chiesa madre cittadina[22] […..].



[1] Menna, 1848,I, p. 105 e Valente 2008, pag 47. Nella relazione vescovile del 1669 il presule di Carinola Paolo Ayrolo lamenta, in effetti, l’assenzadi un titolare per la parrocchia di S. Croce, paventandone l’estinzione (Brodella 2005 pp 159).
[2] RDICamp, p. 124 n°1569
[3] Ivi, p.122 n° 1536
[4] Brodella 2005 pp. 360-365s. Una cappella con la “SS Vergine col Bambino Gesù tra le braccia” è menzionata dal Menna (1848, II,p.121) a S. Bartolomeo, nel luogo “il Santillo” di un’antica chiesa dedicata all’apostolo (ivi, I, p107).

[5] Zannini 2006°a.p.73. n° 40.
[6] Ibidem
[7] PergamCap pag. 31
[8] Guadagno 1997 pp. 92 s e nn.82 e Brodella 2005 pp 40 s. La questione viene completamente ridiscussa in Zannini c.s.
[9] Lo riporta il relatore del vescovo di Carinola Giovanni Vitelli (Brodella 2005 p. 98); di riflesso, l’equivalenza S. Maria- Parrocchia  di  S.Croce, cara al Menna,  appare ancora più improbabile (cfr Valente 2008 pp 47 s.)
[10] Prunas Tola 1966, pp.15 ss
[11] La lebbra veniva ritenuta un castigo di Dio perché la si imputava, sovente, alla fornicazione (Sumpton 1981, p. 102) così come immondi erano considerati coloro che ne soffrivano (cfr Levitico 13, 44 ss e Numeri 5,2)
[12] Menna 1848, I, p. 106 e cfr. Torriero 1987, p. 89.
[13] Sumption 1981, pp 62 ss
[14]  Le testimonianze basso-medievali non di rado attribuiscono a Maria ed al prodotto del suo seno, miracolosamento offerto agli infermi, la cura da affezioni gravi (Scaramella 1961, p. 30, e cfr ad esempio, Montorio 1715, p. 127).
[15] Cfr Sumption 1981, pp 347 ss
[16] Esodo, 4,6 s; Levitico 13,1 ss; Numeri 12, 10 e Quarto Libro dei Re 5,27.
[17]  Montorio 1715, p. 127 (con relative disamina critica in Ciancio 1988-19993, pp 87 ss, in particolare p. 89), Menna 1848, II, pp 114 ss, e Brodella 2005, p. 168.
[18] Reau 1957, pp 96 s, e Bonani-Baldassarre Bonani 1995, pp 28 s.
[19] Cfr Orofino 2000a pp 11 s.
[20] Sulle icone campane si rivela essenziale il recente saggio di M.R. Marchionibus (c.s.a.)
[21] .Cfr Ead. 2006, p. 296 e Ead c.s.

[22] Cfr Sementini 1980, specialmente pp 25 ss ,e,  in generale, Luberto 1988.

sabato 3 febbraio 2018

Giovanni Antonio Marzano abbandona gli Angioini per Alfonso d'Aragona

Carinola: antico portale esterno del Palazzo Marzano

Giovanni Antonio Marzano, figlio di Jacopo e di Caterina Sanseverino, fu 3° Duca di Sessa (4° secondo la Tommasino), 5° Conte di Squillace, Conte di Carinola e Grande Ammiraglio del Regno. Era adolescente quando morì suo padre Jacopo che lo lasciò sotto il bailato (custodia) di re Ladislao, condizione onorata ma onerosa per il re. Per liberarsi da quel peso, Ladislao accordò a Caterina Sanseverino, madre di Giovannantonio, di occuparsi da sola del figlio e passò a lei il bailato e allo zio paterno Goffredo, conte di Alife.
Morto poi re Ladislao nel 1414, gli successe la sorella, Regina Giovanna II, che per assicurarsi la fedeltà del Marzano prese dei provvedimenti

Essendo Giovannantonio un potentissimo barone che avrebbe potuto  disturbare la pace del Regno, come già aveva fatto suo padre Jacopo con Ladislao, la regina gli impose il pagamento di 40.000 ducati come cauzione e assicurazione che egli non avrebbe mai occupato alcuno stato del Regno o portarlo a ribellione. Giovannantonio riuscì a far annullare quella cauzione grazie all’intervento di Luca Comite, segretario della regina e grande amico del Marzano.

Ma Giovanna non si sentiva per niente sicura e allora volle che Covella Ruffo, sua prima cugina e già vedova di Ruggiero Sanseverino con cui aveva avuto il figlio Antonio, sposasse Giovannantonio per meglio tenerlo sotto diretto controllo. Covella, molto malvolentieri, obbedì e nel 1425 circa, sposò il Marzano. Ma il matrimonio di Giovannantonio e Covella fu quanto di più penoso e tormentoso ci potesse essere perché Covella, donna molto avida di potere, non sottometteva a nessuno la sua potente posizione a corte, neppure a suo marito. Anzi, suo marito diventò il suo peggior avversario, colui con cui gareggiava in autorità e influenza presso la regina. L’unico figlio  che i due ebbero, Marino, fu forse la vittima principale di questo infelice matrimonio. Egli fu lasciato con il padre e crebbe praticamente senza madre perché Covella preferiva vivere a corte piuttosto che a Sessa, per meglio esercitare la sua nefasta influenza sulla regina.

Quando nel 1431(o 1432) morì Sergianni Caracciolo, amante della regina, ucciso da un complotto di palazzo in cui Covella fu la principale artefice, sembra che la duchessa, alla vista del cadavere gridò: “Ecco il figliuolo di Isabella Sarda che voleva contendere meco!”. L' intrigante duchessa di Sessa rimase l'unica a disporre dell'anziana regina e del Consiglio reale e praticamente fu lei a governare. 
Alfonso d'Aragona, re di Sicilia, conscio della cosa, cominciò a sperare di essere riconfermato da Giovanna nella primitiva adozione. E sicuramente ci sarebbe riuscito se si fosse rivolto unicamente a Covella per avere un aiuto, ma commise l'errore di rivolgersi anche al di lei marito Giovannantonio per innalzare la bandiera d'Aragona negli stati posseduti dal Marzano.

Covella, molto gelosa del suo potere e non volendo essere scavalcata neppure da suo marito, non gradì la cosa e rivelò le intenzioni di Alfonso alla regina, la quale inviò soldati negli stati del Marzano affinché questi non potesse volgersi a favore dell'aragonese. 

In realtà tanti altri interessi  ruotavano intorno al Regno di Napoli e tanti intrighi a cui Covella non era estranea. Ella appoggiava Luigi III d'Angiò da cui sperava di avere conferma della sua posizione a corte, mentre il nuovo papa Martino V cercava di creare per suo nipote Antonio Colonna una forte e ricca signoria nel Regno. Giovanna lo aveva già nominato principe di Salerno, ma il papa covava ben altro interesse. Sembra che auspicasse all'adozione del nipote da parte di Giovanna e che questi diventasse perciò re di Napoli. A questo scopo, papa Martino si adoperò per far sposare suo nipote Antonio con Giovannanella Ruffo, figlia ed erede di Nicolò Ruffo, uno dei più potenti baroni calabresi e cugino di Covella.

Nel 1435 morì Luigi d'Angiò, l'ultimo adottato dalla regina Giovanna, e dopo qualche mese morì anche la regina, designando alla successione al trono di Napoli Renato d'Angiò, fratello di Luigi. e lasciando provvisoriamente al governo del Regno sedici baroni. Ma i baroni non gradirono questa soluzione e si schierarono tutti dalla parte di Alfonso d'Aragona. E neppure la gradì papa Eugenio IV che avocò a sè il Regno e si riaccese la guerra.

Giovannantonio, alla testa dei suoi uomini, iniziò a conquistare città dopo città per metterle nelle mani dell'aragonese, ad iniziare da Capua e poi da Gaeta. Dopo anni di lotta con le forze angioine di Renato d'Angiò, Alfonso d'Aragona poté entrare in Napoli grazie anche all'impegno e all'azione militare di Giovannantonio Marzano.

Alfonso, grato dell'aiuto che gli aveva dato il Marzano, lo predilisse agli altri baroni e volle che entrasse insieme a lui in Napoli quando egli prese possesso del Regno. Era il 26 febbraio del 1443 ed iniziava per il Regno di Napoli il periodo aragonese. 

Nel 1445 moriva Covella Ruffo e nel 1447 Giovannantonio sposò in seconde nozze Francesca Orsino, figlia di Giovanni conte di Manoppello, da cui ebbe un altro figlio maschio, Altobello. A questo secondo figlio maschio, Giovannantonio diede in feudo Castropignano, oggi Capotignano, a Nocelleto, in territorio di Carinola.

Durante la sua amministrazione sessana, Giovannantonio rimodernò il castello di Sessa trasformandolo da struttura fortificata a sua residenza familiare. Nel 1400 fece costruire la Chiesa di S. Anna  e nel 1418 donò il complesso della SS. Trinità di Sessa ai monaci agostiniani. Nel 1425 donò invece il terreno per la costruzione della Chiesa di S. Domenico, fece ampliare la cinta muraria e fece edificare la Porta dei Cappuccini.

Mori a Sessa nell'estate del 1453 e fu sepolto nell'allora Chiesa di S. Francesco. Oggi il suo sepolcro si trova nel Museo Diocesano di Sessa Aurunca.
cdl

Vedi anche:
Alfonso I d'Aragona. La tattica militare di G.A. Marzano per l'aragonese
                                 

Alcuni testi consultati: 

Bartolomeo Facio: Fatti d'Alfonso d'Aragona, primo ne di Napoli di questo mome, Venezia, 1580

Gioviano Pontano;  Il Principe eroe- Napoli, 1786

Enrico de Rosa: Alfonso I D’Aragona, l’uomo che ha fatto il Rinascimento a Napoli, 2007

Pietro Giannone: Istoria civile del Regno di Napoli , Milano, 1833

G.A. Summonte, Historia della città e Regno di Napoli, in Napoli 1601-1602.Filippo Maria Pagano: Saggio Istorico sul Regno di Napoli, Napoli 1824

Angelo Di Costanzo:  Historia del regno di Napoli, Nell’Aquila, 1582

Carlo de Lellis Discorsi sulle famiglie nobili del Regno di Napoli, Napoli, 1654

B. Croce, Storia del Regno di Napoli, a cura di G. Galasso, Milano 1992.

Ferrante Della Marra - Discorsi delle famiglie estinte – Napoli, 1641

Attilia Tommasino: Sessa Aurunca nel periodo aragonese – Ferrara, Roma, 1997

Tommaso  De Masi: Memorie Istoriche degli Aurunci, Napoli, 1761

Incerto autore: Istoria del regno di Napoli in Giovanni Gravier- Raccolta di tutti i più rinomati scrittori dell'istoria generale del Regno ... Napoli, 1769

N.F. Faraglia: Storia della lotta tra Alfonso V d’Aragona e Renato d’Angiò, Lanciano, 1908

Mario del Treppo: Storiografia del Mezzogiorno – Napoli, 2006

Giuseppe Reccho: Notizie di Famiglie Nobili e illustri della città e Regno di Napoli -  Napoli, 1717

Giovanni Fiore - Della Calabria illustrata, Volume 3 – Catanzaro, 2001
Gregorio Grimaldi - Istoria delle leggi e magistrati del regno di Napoli, Volume 3 – Napoli, 1736
Giovanni Pititto -Archivio Storico della Calabria - Nuova Serie - Numero 4

http://db.histantartsi.eu/web/rest/Famiglie%20e%20Persone/34

martedì 9 gennaio 2018

L’ ascesa della famiglia Marzano.

 Stemma della Famiglia Marzano

La Contea di Carinola, dall' 879, anno della sua fondazione, ebbe molti signori che la governarono, chi con giustizia chi semplicemente per opportunismo, ma una rilevante crescita economica ed artistica del territorio si ebbe sotto la famiglia Marzano, che la impreziosì di stupendi palazzi. 
Insieme al Ducato di Sessa, Carinola visse un periodo di grande importanza storica ed artistica, fino a quando uno stesso Marzano, Marino, non contribuì ad affossare l’intera famiglia.

La famiglia Marzano costruì la propria grandezza attraverso tre secoli soprattutto grazie al valore militare dei suoi uomini, che li portò ad occupare le posizioni più ambite del Regno, ma anche grazie alla loro sagacia e alla loro scaltrezza che li rese potentissimi baroni del Regno di Napoli. Qualcuno di loro incappò in qualche "caduta", come successe a Jacopo, ma ebbe sempre la prontezza di rialzarsi con dignità.



******

Le prime tracce della famiglia Marzano le troviamo nel 1239, nel Libro dell’Inquisitione de’ Feudatarii della Regia Camera, con Guglielmo Marzano, signore di diversi feudi quali Marzano, Selvitella e Cagiano. Non conosciamo il cognome originale della famiglia; Guglielmo era molto probabilmente  un longobardo o un normanno venuto in Italia al seguito dei fratelli Drengot o degli Altavilla, e prese il nome dal feudo Marzano a lui affidato. 

Ebbe quattro figli: Riccardo, Giovanni, Roberto e Guglielmo che insieme, secondo l’uso dei longobardi, gli successero nella conduzione degli stati paterni. Ai primi due fratelli, Riccardo e Giovanni, il re e imperatore Federico II affidò alcuni prigionieri guelfi poi non si trova più nulla di loro, che probabilmente morirono. Gli altri due fratelli minori, Roberto e Guglielmo, parteciparono alla Congiura di Capaccio del 1246 contro Federico II, voluta da Papa Innocenzo IV, il quale aveva progettato l’eliminazione fisica del ribelle Federico che non voleva piegarsi all’autorità papale. 
I due Marzano furono costretti all’esilio per sfuggire alla vendetta del re. 

Roberto morì in esilio senza aver generato figli, mentre Guglielmo ebbe due figli, Roberto e Riccardo, che dal re Carlo I d’Angiò furono riammessi al possesso del feudo di Marzano e a lui giurarono fedeltà. E proprio sotto gli angioini iniziò l’ascesa della famiglia Marzano, grazie a una politica matrimoniale molto oculata e al valore militare di cui i Marzano non mancavano.  A quest’ultimo Riccardo (e alla sua discendenza),  i re angioini Carlo I e Carlo II affidarono molti incarichi importanti, eseguiti con prontezza e grande senso del dovere. 
Da Roberto ebbe inizio la casata Cagiano tramite  il matrimonio di suo figlio Raimondo con la figlia del Signore di Cagiano, mentre Riccardo portò avanti la casata Marzano.

Riccardo sposò Rogasia di Dragone  (Dragoni) e da lei ebbe ben sei figli, due maschi, Gugliemo e Tommaso, e quattro donne: Costanza, Fiordeligi, Maria e Berlingiera, tutte maritate in ottime famiglie del Regno. 
Raimondo di Cagiano e Riccardo di Marzano erano baroni molto potenti non solo in Terra di Lavoro, ma anche in Terra d’Otranto. Nel 1268 costrinsero i leccesi, che avevano innalzato le bandiere degli Svevi, a innalzare le bandiere angioine, poi raggiunsero re Carlo I d’Angiò e combatterono al suo fianco  nella battaglia di Tagliacozzo in cui fu vinto Corradino di Svevia.

Guglielmo e Tommaso, secondo le leggi dei longobardi, possedevano entrambi il feudo di Marzano, ma Guglielmo, essendo il primogenito, possedeva anche tanti altri feudi, come voleva l’usanza francese. Sfortunatamente Guglielmo uscì fuori di testa a causa di una qualche malattia e, nel 1300 alla morte della moglie, una della Marra, che se ne prendeva cura, il re Carlo II  impose a  Tommaso di prendersi cura di suo fratello, dandogli anche l’autorità di porlo ai ceppi qualora la sua malattia lo richiedesse. 
Guglielmo si riprese dalla sua malattia e si sposò una seconda volta con Isabella di Gesualdo, ma anche da costei non ebbe figli e allora tutte le sue ricchezze e i titoli di casa Marzano passarono a Tommaso, che si  trovò ad essere ricco e potente e cominciò a comprare altri feudi.

Nel 1309 Tommaso fu fatto Maresciallo del Regno e del Consiglio da re Roberto d’Angiò e nel 1313, sempre da re Roberto, fu nominato I Conte di Squillace e Grande Ammiraglio del Regno, incarico che poi passò di padre in figlio.
Tommaso ebbe dalla sua prima moglie, Giovanna di Capua, due maschi, Riccardo e Goffredo che ulteriormente ingrandirono e resero illustre la casata. Poi sposò in seconde nozze Simona Orsino da cui  non ebbe figli.

Riccardo sposò Margherita d’Aquino, figlia del conte d’Ascoli, da cui ebbe un’unica figlia, Maria,  e per successione ereditaria della moglie si trovò ad essere anche Conte di Ascoli.

Goffredo, valoroso cavaliere, fu ciambellano di re Roberto e Grande Ammiraglio. Sposò  Giovanna Ruffo, figlia del conte di Catanzaro che gli porto in dote Policastro e i suoi casali. Ebbero quattro figli, due maschi e due donne: Roberto, Tommaso, Rogasia, maritata al conte di S. Agata Carlo d‘Artus, e Caterina, marita invece a Giovanni Visconti conte di Mirabella. Una terza donna, Maria, maritata ad un di Transo, non è sicura sia figlia di Goffredo.

Nel 1325, re Roberto, non soddisfatto dei suoi capitani che non riuscivano ad avanzare di un passo nella conquista della Sicilia in mano agli Aragonesi, anzi perdevano molte terre, mandò il Grande Ammiraglio Goffredo  Marzano, con 25 galee, a distruggere una Squadra navale aragonese comandata da Giovanni di Chiaromonte e Orlando d’Aragona, fratello del re Pietro II d’Aragona. Goffredo non solo distrusse molte galee nemiche, ma si impadronì di tutte le altre portando a Napoli molti prigionieri, tra cui i due ammiragli Giovanni di Chiaramente e Orlando d’Aragona. Goffredo visse un brutto momento nel 1348, a causa della tragica morte di Andrea, marito ungherese della Regina Giovanna I
Luigi d’Ungheria, fratello di Andrea, molto arrabbiato,  scese in Italia deciso a vendicare la morte del fratello. Giovanna, appena seppe del suo arrivo a Benevento, lasciò Napoli e s’imbarcò per la Provenza e Luigi entrò facilmente in Napoli. 

Questi non tardò a palesare le sue vere intenzioni e fece imprigionare e giustiziare molte baroni solo per semplice sospetto, tra cui anche Goffredo che però riuscì a fuggire. Ritornato a Napoli poco tempo dopo, Goffredo sollevò il popolo contro gli ungheresi e a questa sua iniziativa ben presto si unirono tanti altri baroni, i quali spedirono messi ad Avignone per far si che la Regina Giovanna ritornasse. Ritornata a Napoli, Giovanna concordò una tregua con gli ungheresi e mandò Goffredo Marzano e Tommaso Sanseverino a firmarla.
  
Con Roberto e Tommaso, figli di Goffredo, inizia il ramo sessano e carinolese della famiglia Marzano.
Roberto, primogenito, fu terzo conte di Squillace e grande ammiraglio del regno. Tommaso fu invece uomo di guerra, molto caro ai reali angioini.

Nel 1362  la regina Giovanna I, per rifarsi delle spese di guerra contro il ribelle Duca D’Andria Francesco del Balzo, vendette la città di Teano e di Carinola a Goffredo Marzano per tredicimila ducati e la città  di Sessa al figlio di questi, Tommaso Marzano, per venticinquemila ducati e gli conferì anche il titolo di duca. Tommaso Marzano fu dunque prima duca di Sessa[1].

Dopo la morte della Regina Giovanna I, Tommaso divenne Ciambellano di re Carlo III e per lui combatté contro Luigi d’Angiò, che pretendeva per sé il trono di Napoli, e per i suoi servizi al re fu nominato governatore d’Abruzzo e  I conte d’Alife. 
Sposò Rogasia d’Evolo ma poiché non ebbe figli, alla sua morte,   i suoi possedimenti passarono a suo fratello primogenito Roberto, insieme a quelli del padre Goffredo.
Roberto aveva invece tre figli: Jacopo (Giacomo), che fu II Duca di Sessa, Grande ammiraglio del Regno e IV conte di Squillace; Goffredo, che fu II conte d’Alife e Gran Camerlengo del Regno; la terza, Giovanna, andò sposa al marchese Alberto d’Obizzo d’Este.

Jacopo Marzano fu II Duca di Sessa, IV Conte di Squillace e Grande Ammiraglio in un periodo molto movimentato per il Regno. Morto infatti re Carlo III di Durazzo in Ungheria, si trovò ad essere re di Napoli suo figlio Ladislao, che però aveva solo 10 anni. Molti potenti baroni, tra cui i Sanseverino,  non volevano riconoscerlo come re, ritenendo che il trono spettasse invece a Luigi II d’Angiò. La regina Margherita con il piccolo Ladislao fu costretta a riparare a Gaeta e Luigi d’Angiò si impossessò del Regno di Napoli con l’aiuto dei baroni che lo avevano sostenuto. Lo tenne una decina d’anni fino a quando Ladislao, ormai 23enne,  si impegnò nella riconquista del trono.

I Marzano, che erano sempre stati al fianco di re Ladislao, occupandosi delle incombenze più importanti e diplomatiche, caddero nella trappola indetta dai Sanseverino a favore di Luigi II. 
Ugo Sanseverino aveva infatti proposto a re Luigi che l’unico modo per vanificare l’azione dei potenti Marzano sarebbe stato farli passare dalla loro parte mediante il matrimonio di esso Luigi con la figlia di Jacopo, Maria. E così, lusingato dalla richiesta di matrimonio che avrebbe fatto di sua figlia la regina di Napoli e incitato dalla moglie Caterina che era di casa Sanseverino, Jacopo accettò la proposta di matrimonio di Luigi d’Angiò  per sua figlia Maria.

La reazione di Ladislao fu immediata: fece occupare la Rocca di Mondragone e saccheggiare i casali di Sessa, di Carinola e tutti i possedimenti del duca in maniera così violenta che Jacopo subito si pentì del suo voltafaccia. Solo diversi interventi di papa Bonifacio IX riportarono la pace tra Ladislao e i due fratelli Marzano, Jacopo e Goffredo, i quali giurarono per la seconda volta fedeltà al re. A questo punto, anche i Sanseverino abbandonarono il duca Luigi d’Angiò e giurarono fedeltà a Ladislao. 

Ma Ladislao non era uomo che si appagava facilmente e meditava aspra vendetta verso tutti quei baroni che erano stati suoi avversari nella sua lotta con Luigi. Fece catturare e giustiziare  i colpevoli  Sanseverino e, morto anche papa Bonifacio IX nel 1404, si sentì libero dal giuramento che aveva fatto al pontefice di non toccare Jacopo,  duca di Sessa, e Goffredo, conte d’Alife.

Era intanto morto anche Jacopo, duca di Sessa, ed essendo suo figlio Giovannantonio un bambino, la direzione degli stati di Jacopo cadde nelle mani di suo fratello Goffredo, il quale non fidandosi di Ladislao, fece ben munire Sessa, Teano, Mondragone e Carinola. Ma Ladislao agì d’astuzia. Chiese in moglie l’unica figlia di Goffredo per suo figlio di otto anni, principe di Capua. Goffredo si trovò stretto tra due fuochi. Sapendo che negare poteva essere peggio che acconsentire, diede il suo beneplacito ed accettò. Ladislao invitò tutti i Marzano a Capua, alla festa di fidanzamento dei due rampolli. Nel bel mezzo della festa fece imprigionare tutti i Marzano, li fece tradurre nelle prigioni di Castelnuovo e si impadronì dei loro stati.

Solo l’avvenenza di Margherita, una delle quattro figlie di Jacopo, che divenne l’amante del re, fece smuovere il cuore di Ladislao. Ladislao restituì a tutti i Marzano la libertà e  tutti i loro stati.
cdl





Alcuni testi consultati:

Angelo di Costanzo:  Storia del regno di Napoli – Cosenza, 1839

Archivio Storico Napoletano – tomo 13 – Firenze 1861

Attilia Tommasino: Sessa Aurunca nel periodo aragonese – Roma, 1997
Francesco Capecelatro: Storia del regno di Napoli – Napoli, 1840
G.B: Crollalanza (a cura di) - Giornale araldico, genealogico, diplomatico italiano – Fermo, 1874
Carlo de Lellis - Discorsi delle famiglie nobili del Regno di Napoli...  parte III , Napoli 1671

Ferrante della Marra - Discorsi delle famiglie estinte, forastiere o non comprese ne'Seggi, Napoli, 1641
Filippo M. Pagano; Saggio istorico sul Regno di Napoli - Napoli, 1824
G.B. Crollalanza (diretto da):  Giornale araldico genealogico diplomatico – Vol. 1-2, Fermo, 1873-4

Giovanni Antonio Summonte; Dell’historia della città e regno di Napoli- vol. 4 – Napoli, 1675




vedi anche:

http://carinolastoria.blogspot.it/2016/09/gli-ultimi-sovrani-angioini-giovanna-i.html




[1] Altri studiosi, tra cui Attilia Tommasino, considerano Tommaso come il II Duca di Sessa, poiché prima dei Marzano era signore di Sessa Francesco del Balzo, già nominato Duca dalla regina Giovanna. Ma il Del Balzo era stato nominato Duca di Andria e non di Sessa.

sabato 10 dicembre 2016

La Congiura dei Baroni del 1485-1487. La morte dei Petrucci, signori di Carinola

Miniatura: Ferdinando I equestre


La bella iniziativa culturale che si terrà a Carinola domani, 11 Dicembre 2016,  sul processo che determinò la condanna e la morte di Francesco Petrucci, conte di Carinola, e dei suoi familiari, dopo la congiura dei baroni, mi ha spinto ad anticipare un po' la marcia sulla mia tabella, ma è solo una piccola deviazione per permettere ai lettori di capire cosa si cela dietro ciò che vedranno domani. Chiaramente l'argomento sarà ripreso a suo tempo ed ampliato. 
*********

La storia è nota: durante la seconda Congiura dei Baroni del 1485-1487, la più cruenta, contro il re Ferrante d’Aragona, i Petrucci, signori di Carinola, furono accusati di alto tradimento verso la Corona e giustiziati senza pietà. Quello che è meno noto sono le motivazioni che si celano dietro questo episodio così spietato, che ancora oggi lascia il lettore con molti dubbi.
Dopo questa seconda congiura, Ferrante è stato classificato da molti storici dei secoli successivi come un sovrano crudele e spietato perchè la storiografia dei secoli successivi si basò, più che altro, sul libro di Camillo Porzio. Ma quello del Porzio non è l’unico testo da cui attingere le informazioni sulla vicenda; esistono altri documenti di prima mano da cui attingere informazioni e che possono aiutare gli studiosi a ricostruire con molta precisione l’avvenimento e le condizioni in cui esso nacque, crebbe e si sviluppò. Sono le fonti diplomatiche, ossia le relazioni che gli ambasciatori di altri stati italiani presso il Regno di Napoli inviavano ai loro signori, informandoli passo per passo di tutto ciò che accadeva nel Regno, con date e ricchezze di particolari.  

Gli ambasciatori residenti a Napoli erano tre: Giovanni Lanfredini, ambasciatore fiorentino che relazionava a Lorenzo il Magnifico e ai Dieci di Balia, poi sostituito da Bernardo Rucellai; Battista Bendedei, ambasciatore ferrarese che relazionava a Borso d’Este; Branda Castiglioni, ambasciatore milanese che relazionava a Ludovico Sforza.

Che Ferrante non amasse i baroni regnicoli era risaputo. Erano diventati troppo potenti, qualcuno più dello stesso re, ed ostacolavano qualsiasi tentativo di riforma per l’ammodernamento del regno in favore delle nuove classi imprenditoriali: mercanti, banchieri, artigiani che avrebbero portato nuova linfa, sia sociale che economica, in un regno troppo stanco e provato. Il Regno di Napoli ne aveva molto bisogno perché dal 1478 al 1484 aveva affrontato ben quattro conflitti che avevano prosciugato tutte le risorse regie e quelle dei cittadini: il conflitto contro Firenze (1478-1480) quello contro i Turchi per la liberazione di Otranto (1480-81), quello contro la Serenissima che aveva attaccato Ferrara ed il cui duca era genero di Ferrante (1482-1484) ed infine quello di nuovo contro Venezia che aveva invaso la costa pugliese ed attaccato Gallipoli.

Le riforme fiscali si rivelavano necessarie ma si rivelava necessario anche un netto ridimensionamento delle proprietà feudali a favore della Corona, rendendole demaniali. Erano finiti i tempi delle elargizioni di feudi e terreni a questo e a quello, ora bisogna riportare tutto sotto l’egida della Corona.   Ferrante era ben determinato a portare avanti questo progetto e più di lui lo era suo figlio Alfonso, Duca di Calabria, che aveva un odio sviscerato per i baroni, da cui si sentiva defraudato di potere, di beni e feudi. 
Dal 1484 iniziarono le prime confische. I primi ad essere colpiti furono i condottieri d’altri stati che avevano possedimenti nel Regno e che non avevano servito il sovrano nei modi richiesti. 

Nel 1485 molto scalpore fece l’arresto dei figli e della sorella del defunto Orso Orsini, duca di Ascoli, a cui seguì la confisca dei beni. L’accusa era quella che in realtà i figli dell’Orsini non erano suoi figli e non avevano diritto all’eredità. Poi fu la volta del conte di Montorio, più volte convocato da Alfonso a presentarsi e mai presentatosi. 

Questi provvedimenti reali allarmarono grandemente i baroni che, nel timore di perdere i loro stati, corsero ai ripari. I maggiori baroni del Regno maturarono l’idea di deporre Ferrante e impedire la successione al trono del figlio primogenito Alfonso, ritenuto più pericoloso del padre. I ribelli si assicurarono la collaborazione dei più influenti personaggi di corte: Antonello Petrucci, segretario regio, e i suoi due figli Francesco, conte di Carinola, e Giovanni Antonio, conte di Policastro; Francesco Coppola, conte di Sarno e banchiere, maggior finanziatore della Corona; Giovanni Pou, uomo di fiducia di Ferrante, e, in misura minore, Aniello Ariamone consigliere e ambasciatore regio.

Furono proprio Antonello Petrucci e Francesco Coppola le anime della congiura e durante i processi emerse come i due alimentassero le paure dei baroni e li sobillassero contro Ferrante. Ma la congiura non si rivelò subito tale; all'inizio ebbe piuttosto carattere di cospirazione, con incontri notturni in luoghi diversi, perché i congiurati non ebbero subito chiaro la strategia da seguire per liberarsi di Ferrante. Solo più tardi e dopo diversi incontri si intravidero le vie da percorrere. Le vie da seguire erano diverse: appellarsi al papa chiedendogli la difesa della loro sicurezza o alla Serenissima; far scendere in Italia Renato d’Angiò quale pretendente al trono oppure conservare la dinastia aragonese, offrendo  però la corona al secondogenito di Ferrante, Federico d’Aragona

Ferrante sottovalutò le voci di una cospirazione nei suoi confronti finché non si rese conto che i baroni avevano trovato appoggi esterni al Regno, in primis presso Papa Innocenzo VIII, i quali potevano creargli non pochi problemi. Cercò un accordo con i baroni, dialogando con loro e giungendo persino a spostare la sua corte a Foggia, quando i baroni decisero di incontrarsi a Miglionico, terra del principe di Bisignano, per stare loro più vicino e per tenerli sotto controllo. In queste prove di dialogo gli emissari regi erano proprio i più tenaci congiurati ossia Antonello Petrucci, Giovanni Pou e Francesco Coppola, i quali furono costretti dalle circostanze ad un pericoloso doppio gioco. Il Petrucci, i suoi figli e il Coppola si incontravano frequentemente con i congiurati anche a casa del Petrucci stesso a Napoli, in una "camera terragna". 

Per ben tre volte, gli ambasciatori scrissero ai loro governi che l’accordo tra Ferrante e i baroni era stato raggiunto, ma per tre volte dovettero smentire. Nessun accordo fu raggiunto.

La ribellione fu resa palese quando molti baroni innalzarono la bandiera della chiesa nei loro feudi e il 24 ottobre 1485 il papa pubblicò una bolla con i nomi dei signori che si erano appellati a lui per essere difesi dalle ambizioni egemoniche del re. Allo stesso tempo, truppe pontificie si stanziarono ai confini del regno e altre erano già al suo interno.

La strategia che Ferrante adottò nei confronti dei baroni fu quella di “romperli o contaminarne qualcuno”, come scrisse il Lanfredini ai Dieci di Balia, e perciò quando ricevette per ben due volte l’invito del conte di Carinola e del gran Siniscalco a recarsi a Sarno per un incontro chiarificatore, il re accettò. Ma preferì non andare oltre Nola, come probabilmente gli era stato suggerito da un informatore segreto, e questo gli permise di sfuggire a un doppio tentativo di agguato alla sua persona. I ribelli avevano intenzione di far giungere il re a Sarno e poi catturarlo “come lo bracco alla quaglia”. 

Non è chiaro chi fosse stato l’ideatore di questo piano; dalla deposizione dei figli del Petrucci si rileva che il loro padre non ne sapesse nulla, ma che una volta appresa la notizia, tacitamente l’approvasse. Paolo Ferillo, fiduciario del principe di Bisignano, attribuisce invece l’idea della cattura proprio ad Antonello Petrucci e a Francesco Coppola. Da altre testimonianze al processo, emerge che i baroni avevano animo di catturare anche Alfonso il 29 maggio 1485, durante il battesimo del figlio di Roberto Sanseverino, principe di Salerno, ma Alfonso vi sfuggì perché al suo posto presenziò il fratello Giovanni, cardinale. I baroni riuscirono invece a prendere l’altro figlio di Ferrante, Federico d’Aragona, il 19 novembre di quello stesso anno, sempre a Salerno, quando, durante una celebrazione, i baroni alzarono gli stendardi della Chiesa. Federico fu catturato insieme ad Antonello Petrucci e al Pou (!) e tenuto prigioniero. Riuscì a fuggire da Salerno solo qualche settimana più tardi, aiutato, pare, da un connestabile della città.

L’episodio della cattura del figlio Federico fece rompere ogni indugio a Ferrante, che aveva sempre resistito alle incitazioni del figlio Alfonso di colpire i baroni, ed iniziò la sua guerra aperta contro di loro. Ferrante affidò le proprie squadre al comando dei figli Alfonso, Federico e Francesco e al nipote Ferdinando Vincenzo e più tardi poté contare anche sugli aiuti che giunsero da Firenze, Milano e dai parenti di Spagna e Ungheria.

A questo punto il lavoro diplomatico si intensificò e si cominciò a parlare di pace tra le due parti, ma i punti critici non furono superati, ossia la sicurezza dei baroni e il pagamento del censo annuo che Ferrante avrebbe dovuto pagare alla Chiesa. Ferrante non volle pagare il censo e i crimini commessi dai baroni verso la sua persona non potevano garantire la loro sicurezza.

I baroni, per meglio rafforzare le loro alleanze contro Ferrante, ricorsero a uno strumento molto in voga a quei tempi: l’alleanza matrimoniale. Furono fatti decine di matrimoni tra le famiglie più potenti per vincolarsi tra loro e insieme combattere il re. Ma Ferrante non stette a guardare. Anche lui organizzò un matrimonio.

Il 13 agosto 1486 si doveva celebrare il matrimonio di Maria Piccolomini, nipote di Ferrante, con Marco Coppola, figlio di Francesco, per porre così fine alla dura lotta tra il sovrano e i baroni. O almeno così pensavano i più. Ma non conoscevano l'animo vendicativo e determinato di Ferrante. 
Gran parte della feudalità del regno era radunata nella sala grande di Castelnuovo per assistere a questo matrimonio, ma invece della sposa Ferrante fece entrare le sue guardie. Erano presenti anche i tre ambasciatori che ebbero due notizie di prima mano: la prima fu che da tre giorni era stata firmata la pace con il papa per mano di Giovanni Pontano e Gian Giacomo Trivulzio, emissari del re; la seconda era l’arresto, in atto, di alcuni cospiratori presenti. Ferrante stesso diede i loro nomi: Antonello Petrucci e sua moglie Elisabetta Vassallo, il figlio Giovanni Antonio Petrucci, Francesco Coppola conte di Sarno con rispettivi figli, fratelli e donne. 
Francesco Petrucci non era presente e si trovava nei suoi possedimenti di Carinola, dove fu raggiunto, arrestato senza resistenza e portato a Napoli.

Accusati tutti di lesa maestà e crimini contro la persona del re, i Petrucci furono spogliati dei loro beni e titoli. Il processo nei loro confronti iniziò quasi subito, il 20 agosto. Al termine dell’istruttoria, il notaio Giovanni del Galluzzo, procuratore fiscale, lesse le loro rispettive confessioni e diede a ciascuno dieci giorni di tempo per organizzare la difesa, ma le prove raccolte e accumulate a loro carico erano talmente tante che una qualsiasi difesa sembrava molto difficile.
Il verdetto fu chiaro: doveva “essere levata ad ogne uno de lloro la testa, che in ogne modo, la loro anima sia separata dal corpo”.

I primi ad essere giustiziati furono i figli del Petrucci. Giovanni Antonio fu decapitato, mentre Francesco, “lo pegio de tutti”, fu sgozzato e poi squartato.   Francesco era stato coadiutore del padre nella cancelleria regia e questo incarico gli dava accesso a documenti e informazioni  che egli metteva a disposizione dei congiurati e che fecero di lui l’elemento forse più importante della congiura. Accusarlo di alto tradimento fu l'amara conseguenza.   
In realtà tra i due non correva da tempo buon sangue e le cause della loro animosità vanno ricercate nel freno che Ferrante metteva alle richieste Francesco che voleva ingrandire la sua posizione economica e sociale. In particolare, Francesco aveva anche il dente avvelenato con Ferrante perché il re non gli aveva dato il permesso di deviare un corso d'acqua a Carinola per le sue necessità, adducendo come motivazione che questo avrebbe compromesso la caccia. A Ferrante, dal canto suo, dava molto fastidio l'intraprendenza del giovane conte carinolese che, per dispetto o per spregio, voleva aprire a Carinola una cavallerizza, mettendosi in concorrenza con quella del re già presente sul territorio carinolese. 

La descrizione della sua esecuzione ce la fornisce il Bendedei, ambasciatore ferrarese, che lo scrisse al suo signore in un dispaccio dello stesso giorno. La descrizione del Bendedei è riportata da Elisabetta Scarton nel suo studio. 

"Dopo quattro mesi di carcere, il trentenne conte di Carinola fu condotto sul luogo dell’esecuzione. Disteso su una carretta trascinata da una coppia di buoi, attraversò tutti i Sedili di Napoli per approdare alla piazza del mercato. Qui, inginocchiato su un palco, dopo essersi confessato ed essersi doluto della sua sorte con gli astanti, il ministro della giustizia gli tagliò la gola. Per enfatizzare ulteriormente la colpa, il suo corpo fu squartato e posto fuori città, nei crocevia delle quattro arterie principali. Il fratello Giovanni Antonio, conte di Policastro, raggiunse a piedi la piazza e attese l’esecuzione senza mai proferire parola". 
Antonello Petrucci e Francesco Coppola continuarono a languire nelle carceri di Castelnuovo, fino alla decapitazione pubblica che avvenne l’11 maggio del 1487.
 cdl


Testi Consultati
Jerry H. Bentley : Politica e Cultura nella Napoli Rinascimentale - Napoli, 1995
Caminllo Porzio: La congiura de’ baroni del regno di Napoli – Napoli, 1821

Elisabetta Scarton: Poteri, relazioni, guerra nel regno di Ferrante d’Aragona – accademia. edu