venerdì 26 luglio 2019

L’amore impossibile di re Alfonso e Lucrezia d’Alagno


Uomo di grande equilibrio e giudizio, re Alfonso nella sua maturità  si innamorò perdutamente di una bellissima donna, molto più giovane di lui: Lucrezia d' Alagno. La lontananza dalla moglie Maria di Castiglia, rimasta in Spagna a governare la Catalogna e da cui non aveva avuto alcun figlio, era stata molto lunga: trent’anni. Alfonso non mancò di avere le sue storie amorose con altre donne. Due amanti accertate sono la nobile aragonese Margherita Fernandez de Hijar e Gueraldona Carlino che gli diede tre figli illegittimi: Ferdinando, successore al trono; Maria, che sposerà Lionello d’Este; ed Eleonora, che sposerà nel 1444 Marino Marzano, principe di Rossano, duca di Sessa e conte di Carinola.



La tradizione ci lascia una storiella molto piacevole dell’incontro  tra il 53enne Alfonso e la 18enne Lucrezia. Durante la vigilia della festa di San Giovanni del 1448, a Napoli, era usanza che le ragazze offrissero ai loro amati una pianticella d’orzo o di grano con lo scopo di raccogliere offerte per la festa. Il re, quella sera, passeggiava a cavallo con alcuni cortigiani che lo accompagnavano. Vedendolo passare, Lucrezia gli si parò davanti e gli offrì la piantina. Alfonso, colpito dalla bellezza della ragazza,  le offrì una borsettina di “alfonsine”, monete d’oro in uso a quel tempo. Lucrezia prese una sola monetina e restituì il resto al sovrano dicendo che di Alfonso  gliene bastava uno solo. La frase equivaleva ad una dichiarazione d'amore e il re ne rimase molto colpito. Re Alfonso, da buon cavaliere accompagnò la ragazza alla funzione di San Giovanni a Mare dando inizio a una storia d’amore che ebbe fine solo con la morte del sovrano, che avvenne dieci anni dopo, nel 1458.

Chi era in realtà questa giovane donna che colpì il cuore del maturo re?


Lucrezia d’Alagno era la più giovane delle quattro figlie femmine di Nicola d’Alagno, signore di Torre annunziata, e di Covella Toraldo, a sua volta figlia di Angelo, signore di Toraldo, presso Sessa Aurunca.


La giovane Lucrezia sicuramente era affascinata dal maturo re ma ella, cresciuta nella nobiltà del suo tempo, aveva anche ben chiaro il concetto che una donna, per diventare ricca e potente e avere peso nelle decisioni, doveva mettersi sotto la protezione di un uomo potente, sposandolo o diventandone la concubina. 

Chi  mai era più potente di un re?

Lucrezia, interiorizzando questa filosofia femminile del tempo, sapeva di avere  a disposizione due ottime frecce da scagliare al cuore del re: la bellezza e la giovinezza. E quando se ne presentò l’occasione, le scagliò. Ed esse andare a segno. Alfonso se ne innamorò talmente, che l’ effige di Lucrezia  fu l’unica figura femminile che egli fece scolpire nell’arco trionfale di Castelnuovo. Ben presto la giovane Lucrezia venne considerata dal popolo la vera regina del Regno di Napoli.  Alfonso desiderava ardentemente sposarla e regolarizzare la loro unione davanti a Dio, ma il suo matrimonio con Maria di Castiglia era un grosso impedimento. Maria, sebbene molto malata, non moriva, impedendo così ad Alfonso di risposarsi di nuovo. Allora Lucrezia  mise in atto una sua strategia: nell’autunno del 1457  si recò personalmente a Roma dal papa Callisto III,   che era anche un suo cugino acquisito e intimo amico di Alfonso, per chiedergli l’annullamento del matrimonio di Alfonso con Maria di Castiglia. Il papa trattò Lucrezia da vera regina, ma non volle concedere l’annullamento e non volle firmare nessuna bolla. Fu un colpo molto duro per Lucrezia perché sapeva che se Alfonso fosse morto prima di lei, la sua fortuna sarebbe finita.

E fu infatti quello che successe. Alfonso aveva fatto di lei una donna molto ricca e potente, ma quando egli  mori di malaria sei mesi dopo, la sua fortuna cominciò a scemare. Senza la protezione del re, molti amici e nobili cominciarono a voltarle le spalle e lo stesso Ferrante, che con lei era sempre stato gentilissimo, consigliato dalla gelosa moglie Isabella di Chiaromonte, pretese la restituzione di tutti i feudi assegnatile da Alfonso in cambio di un vitalizio. Inoltre Ferrante le tolse la Contea di Caiazzo.  

Lucrezia, ormai caduta in disgrazia presso la corte reale di Napoli e per non perdere ulteriori feudi, pensò di unirsi ai baroni ribelli che osteggiavano Ferrante. Ma la vittoria di Ferrante sui baroni la costrinse a mettersi sotto la protezione della Repubblica di Venezia e a fuggire dapprima in Puglia e poi in Dalmazia. Poi si trasferì a Ravenna, dove rimase molti anni, sempre sotto la tutela della Repubblica Veneta. Si trasferì poi a Roma dove morì il 23 settembre del 1479 e dove fu sepolta nella chiesa si S. Maria sopra Minerva.
 DLC

Alcuni libri consultati

Giovanni Bausilio: Re e regine di Napoli -  Vilcavi (FR), 2018

Vittorio del Tufo: Napoli Magica – Napoli, 2018

Agnese Palumbo: 101 donne che hanno fatto grande Napoli -  Roma, 2015

Bartolommeo Capasso: Catalogo ragionato – Napoli, Giannini, 1879-1916


domenica 23 settembre 2018

Il sogno di Alfonso d'Aragona



Il primo re aragonese di Napoli non era certo il rozzo catalano che il popolo pensava...



in stesura

martedì 8 maggio 2018

La Virgo Lactans di S. Croce di Carinola - di Silvio Ricciardone


Virgo Lactans nella chiesa di S. Croce di Carinola


Il Quattrocento ha regalato a noi carinolesi il bellissimo affresco della Virgo Lactans sito nella chiesa di S. Croce di Carinola. Riporto qui, per l'interesse dei lettori, parte di un ampio studio del prof. Silvio Ricciardone che confronta e studia  diverse icone di Virgo Lactans in Terra di Lavoro. Lo studio è riportato nel volume "Testimonianze storiche, archeologiche ed artistiche del territorio di Francolise" curato dal dott. Ugo Zannini.



Alla Vergine  di Scarasciano (1400 ca–presso Ciamprisco) andrebbe invece anteposta l’inedita Maria Lactans nella cappella laterale sinistra dell’ex chiesa parrocchiale di S. Croce. Purtroppo uno strato di intonaco ne cela il tratto inferiore del corpo e con esso, forse, le sagome in miniatura dei donatori ed un’eventuale iscrizione [….].

Il punto di partenza è, come dimostrato, l’ esecuzione della Virgo Lactans di S. Croce poco dopo la Madonna del Cardellino, nel secondo decennio del Quattrocento. Ne deriva che la chiesa con il dipinto era in piedi da allora, da molto prima, quindi,  della sua designazione a chiesa parrocchiale di S. Croce in luogo, secondo il notaio locale Luca Menna, della fatiscente S. Maria Mater Domini a Casocavallo: di fatto, sbaglia il Menna nel ritenere il passaggio alla nuova sede d’inizio Settecento, risultando la nuova chiesa parrocchiale di S. Croce già attiva nel 1690[1]. Nulla vieta, anzi, che il suo primitivo impianto corrisponda all’ecclesia di S. Crucis, associate alle sue omologhe di S. Bartholomeus e S. Anellus in Gallo, ossia di limitrofi centri del carinolese, nelle Decime del 1326[2].

La presunta precedente parrocchiale di S. Maria Mater Domini a Casocavallo coinciderebbe invece con l’antica S. Maria Matris Domini que est leprosorum, letteralmente “dei lebbrosi”, cui già le Decime del 1308-1310 fanno riferimento[3] e ubicabile o a S. Bartolomeo[4], il medesimo sito delle succitate Decime del 1326 e adiacente a S. Croce o a S. Croce stessa[5]; la continuità della dedicazione a S. Maria Madre di Dio sembra, in effetti, difficilmente casuale. Ma l’origine di questo complesso mariano parrebbe ancora anteriore visto che S. Maria Matris Domini que est leprosorum condivide l’intitolazione con quellEcclesia Sancte Dei genitris Marie[6] che un documento capuano del 1114 dice “ esser stata costruita” dalla madre  del conte di Carinola Riccardo[7], in carica nel 1109 e che altri, piuttosto, identificano  nell’Episcopio di Ventaroli[8].

Tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento S Maria Mater Domini
è ormai in concessione all’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, ma, per negligenza del commendatario, versa in uno stato di abbandono[9]. La notizia riveste una certa importanza poiché completa il quadro appena emerso dalle fonti. L’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro nacque nel 1572 dalla fusione di due sodalizi che, separatamente, portavano il nome di ciascuno dei due santi. In particolare, l’Ordine di San Lazzaro, il più antico, aveva operato nel vicino oriente, dov’era sorto in concomitanza delle prime crociate come compagnia religiosa ospedaliera e militare, prodigandosi per l’assistenza ai lebbrosi, scopo primario della sua azione, e  la difesa dei territori cristiani. Con la riconquista musulmana di fine Duecento, i cavalieri di S. Lazzaro ripararono in Europa e si concentrarono preferibilmente nel Regno di Napoli, che ebbe in Capua la principale sede del sodalizio, per poi patire un progressivo declino  con le unioni all’Ordine di San Giovanni (l’odierno Ordine di Malta) e, nel 1572, all’Ordine di S. Maurizio, fondato ne 1434[10].

I dati fin qui raccolti concorrono a localizzare un complesso per l’isolamento in quarantena  dei malati da contagio, e nello specifico, dei lebbrosi[11], in territorio falerno; né si ignorino le numerose sepolture riemerse, a dir del Menna, nei dintorni di S. Croce e che, di fatto, avallerebbero gli indizi documentari[12].

Alla luce di ciò l’effigie di S. Croce, nel proporre la Vergine che allatta il figlio Gesù, traduce visivamente la dedicazione del lazzaretto (o struttura affine) a “S. Maria Madre di Dio”; l’affresco, pertanto, espliciterebbe una devozione mariana che il terrore delle epidemie avrebbe fortemente alimentato e che l’intitolazione a S. Maria Matris Domini del lebbrosario rivela in tutta la sua portata.

Più in generale, nel corso del basso medioevo, parallelamente alla fortuna del tipo iconografico della Virgo Lactans, fa la propria apparizione, con analoga, se non più incisiva funzione guaritrice, la reliquia del latte della Madonna,[13] considerata un rimedio officinale contro patologie varie e possessioni diaboliche[14].

L’idea che la mancata disponibilità del prezioso liquido abbia spint0 alcune istituzioni a rimpiazzarlo con immagini votive che ne evocassero i prodigi può  essere valida, ma non su larga scala; una casistica plausibilmente più ampia, invece, compendierebbe le rappresentazioni mariane capaci di proteggere i fedeli a prescindere dalla fama e l’efficacia del sacro latte[15] o in grado, addirittura, di mediarne la comparsa, come nel caso  della carinolese Madonna della Cava che, intorno al 1690, trasudò…gocce biancastre dal seno con successive inspiegabili guarigioni.[16]
Che poi il latte della Madonna, vero o dipinto, potesse, nell’immaginario popolare, scongiurare la lebbra o guarirla, parrebbe imputabile, in linea di principio, al suo colore bianco, lo stesso che assume la pelle del lebbroso e che già nel Vecchio Testamento, è prova dell’avvenuto contagio[17].

Se infine, il complesso di S. Maria Mater Domini ha davvero funto da luogo assistenziale, la commissione dell'affresco di S. Croce che…prevede un saio per Gesù Bambino, potrebbe spettare ai frati  eventualmente coinvolti nella gestione del lazzaretto. Giusta o no ce sia l’ipotesi, resta l’indiscutibile impulso degli ordini mendicanti al culto della Virgo Lactans [18] [].

La frequenza negli edifici religiosi di immagini di santi taumaturghi - Sebastiano e Rocco per scongiurare la peste, Antonio Abate contro il fuoco di S: Antonio (herpex zoster), Lucia per la salute degli occhi, Biagio per la gola, e così via -  ne convalida, alla fine dell’Età di Mezzo, la crescente devozione popolare  che il timore di malattie e contagi contribuiva a radicare[19].

E discorso simile varrebbe per la diffusione della Madonna del latte, comprovato dai relativi dipinti murali e, ancora prima, da icone con lo stesso soggetto nel basso Lazio e in Terra di Lavoro[20]. Anzi, la carica sacrale di cui le icone sono portatrici potrebbe aver concorso, in termini emulativi, alla fortuna di Maria Lactans negli affreschi locali[21].
Del resto, a Mondragone è tuttora veneratissima la preziosa effige lignea  di S. Maria Incaldana, originariamente presso l’insediamento monastico di S. Maria del Belvedere e oggi nella chiesa madre cittadina[22] […..].



[1] Menna, 1848,I, p. 105 e Valente 2008, pag 47. Nella relazione vescovile del 1669 il presule di Carinola Paolo Ayrolo lamenta, in effetti, l’assenzadi un titolare per la parrocchia di S. Croce, paventandone l’estinzione (Brodella 2005 pp 159).
[2] RDICamp, p. 124 n°1569
[3] Ivi, p.122 n° 1536
[4] Brodella 2005 pp. 360-365s. Una cappella con la “SS Vergine col Bambino Gesù tra le braccia” è menzionata dal Menna (1848, II,p.121) a S. Bartolomeo, nel luogo “il Santillo” di un’antica chiesa dedicata all’apostolo (ivi, I, p107).

[5] Zannini 2006°a.p.73. n° 40.
[6] Ibidem
[7] PergamCap pag. 31
[8] Guadagno 1997 pp. 92 s e nn.82 e Brodella 2005 pp 40 s. La questione viene completamente ridiscussa in Zannini c.s.
[9] Lo riporta il relatore del vescovo di Carinola Giovanni Vitelli (Brodella 2005 p. 98); di riflesso, l’equivalenza S. Maria- Parrocchia  di  S.Croce, cara al Menna,  appare ancora più improbabile (cfr Valente 2008 pp 47 s.)
[10] Prunas Tola 1966, pp.15 ss
[11] La lebbra veniva ritenuta un castigo di Dio perché la si imputava, sovente, alla fornicazione (Sumpton 1981, p. 102) così come immondi erano considerati coloro che ne soffrivano (cfr Levitico 13, 44 ss e Numeri 5,2)
[12] Menna 1848, I, p. 106 e cfr. Torriero 1987, p. 89.
[13] Sumption 1981, pp 62 ss
[14]  Le testimonianze basso-medievali non di rado attribuiscono a Maria ed al prodotto del suo seno, miracolosamento offerto agli infermi, la cura da affezioni gravi (Scaramella 1961, p. 30, e cfr ad esempio, Montorio 1715, p. 127).
[15] Cfr Sumption 1981, pp 347 ss
[16] Esodo, 4,6 s; Levitico 13,1 ss; Numeri 12, 10 e Quarto Libro dei Re 5,27.
[17]  Montorio 1715, p. 127 (con relative disamina critica in Ciancio 1988-19993, pp 87 ss, in particolare p. 89), Menna 1848, II, pp 114 ss, e Brodella 2005, p. 168.
[18] Reau 1957, pp 96 s, e Bonani-Baldassarre Bonani 1995, pp 28 s.
[19] Cfr Orofino 2000a pp 11 s.
[20] Sulle icone campane si rivela essenziale il recente saggio di M.R. Marchionibus (c.s.a.)
[21] .Cfr Ead. 2006, p. 296 e Ead c.s.

[22] Cfr Sementini 1980, specialmente pp 25 ss ,e,  in generale, Luberto 1988.

sabato 3 febbraio 2018

Giovanni Antonio Marzano abbandona gli Angioini per Alfonso d'Aragona

Carinola: antico portale esterno del Palazzo Marzano

Giovanni Antonio Marzano, figlio di Jacopo e di Caterina Sanseverino, fu 3° Duca di Sessa (4° secondo la Tommasino), 5° Conte di Squillace, Conte di Carinola e Grande Ammiraglio del Regno. Era adolescente quando morì suo padre Jacopo che lo lasciò sotto il bailato (custodia) di re Ladislao, condizione onorata ma onerosa per il re. Per liberarsi da quel peso, Ladislao accordò a Caterina Sanseverino, madre di Giovannantonio, di occuparsi da sola del figlio e passò a lei il bailato e allo zio paterno Goffredo, conte di Alife.
Morto poi re Ladislao nel 1414, gli successe la sorella, Regina Giovanna II, che per assicurarsi la fedeltà del Marzano prese dei provvedimenti

Essendo Giovannantonio un potentissimo barone che avrebbe potuto  disturbare la pace del Regno, come già aveva fatto suo padre Jacopo con Ladislao, la regina gli impose il pagamento di 40.000 ducati come cauzione e assicurazione che egli non avrebbe mai occupato alcuno stato del Regno o portarlo a ribellione. Giovannantonio riuscì a far annullare quella cauzione grazie all’intervento di Luca Comite, segretario della regina e grande amico del Marzano.

Ma Giovanna non si sentiva per niente sicura e allora volle che Covella Ruffo, sua prima cugina e già vedova di Ruggiero Sanseverino con cui aveva avuto il figlio Antonio, sposasse Giovannantonio per meglio tenerlo sotto diretto controllo. Covella, molto malvolentieri, obbedì e nel 1425 circa, sposò il Marzano. Ma il matrimonio di Giovannantonio e Covella fu quanto di più penoso e tormentoso ci potesse essere perché Covella, donna molto avida di potere, non sottometteva a nessuno la sua potente posizione a corte, neppure a suo marito. Anzi, suo marito diventò il suo peggior avversario, colui con cui gareggiava in autorità e influenza presso la regina. L’unico figlio  che i due ebbero, Marino, fu forse la vittima principale di questo infelice matrimonio. Egli fu lasciato con il padre e crebbe praticamente senza madre perché Covella preferiva vivere a corte piuttosto che a Sessa, per meglio esercitare la sua nefasta influenza sulla regina.

Quando nel 1431(o 1432) morì Sergianni Caracciolo, amante della regina, ucciso da un complotto di palazzo in cui Covella fu la principale artefice, sembra che la duchessa, alla vista del cadavere gridò: “Ecco il figliuolo di Isabella Sarda che voleva contendere meco!”. L' intrigante duchessa di Sessa rimase l'unica a disporre dell'anziana regina e del Consiglio reale e praticamente fu lei a governare. 
Alfonso d'Aragona, re di Sicilia, conscio della cosa, cominciò a sperare di essere riconfermato da Giovanna nella primitiva adozione. E sicuramente ci sarebbe riuscito se si fosse rivolto unicamente a Covella per avere un aiuto, ma commise l'errore di rivolgersi anche al di lei marito Giovannantonio per innalzare la bandiera d'Aragona negli stati posseduti dal Marzano.

Covella, molto gelosa del suo potere e non volendo essere scavalcata neppure da suo marito, non gradì la cosa e rivelò le intenzioni di Alfonso alla regina, la quale inviò soldati negli stati del Marzano affinché questi non potesse volgersi a favore dell'aragonese. 

In realtà tanti altri interessi  ruotavano intorno al Regno di Napoli e tanti intrighi a cui Covella non era estranea. Ella appoggiava Luigi III d'Angiò da cui sperava di avere conferma della sua posizione a corte, mentre il nuovo papa Martino V cercava di creare per suo nipote Antonio Colonna una forte e ricca signoria nel Regno. Giovanna lo aveva già nominato principe di Salerno, ma il papa covava ben altro interesse. Sembra che auspicasse all'adozione del nipote da parte di Giovanna e che questi potesse perciò diventare  re di Napoli. A questo scopo, papa Martino si adoperò per far sposare suo nipote Antonio con Giovannanella Ruffo, figlia ed erede di Nicolò Ruffo, uno dei più potenti baroni calabresi e cugino di Covella.

Nel 1435 morì Luigi d'Angiò, l'ultimo adottato dalla regina Giovanna, e dopo qualche mese morì anche la regina, designando alla successione al trono di Napoli Renato d'Angiò, fratello di Luigi, e lasciando provvisoriamente al governo del Regno sedici baroni. Ma i baroni non gradirono questa soluzione e si schierarono tutti dalla parte di Alfonso d'Aragona. E neppure la gradì papa Eugenio IV che avocò a sé il Regno e si riaccese la guerra.

Giovannantonio, alla testa dei suoi uomini, iniziò a conquistare città dopo città per metterle nelle mani dell'aragonese, a cominciare da Capua e poi da Gaeta. Dopo anni di lotta con le forze angioine di Renato d'Angiò, Alfonso d'Aragona poté entrare in Napoli grazie anche all'impegno e all'azione militare di Giovannantonio Marzano.

Alfonso, grato dell'aiuto che gli aveva dato il Marzano, lo predilisse agli altri baroni e volle che entrasse insieme a lui in Napoli, quando egli prese possesso del Regno. Era il 26 febbraio del 1443 ed iniziava per il Regno di Napoli il periodo aragonese. 

Nel 1445 moriva Covella Ruffo e nel 1447 Giovannantonio sposò in seconde nozze Francesca Orsino, figlia di Giovanni conte di Manoppello, da cui ebbe un altro figlio maschio, Altobello. A questo secondo figlio maschio, Giovannantonio diede in feudo Castropignano, oggi Capotignano, a Nocelleto, in territorio di Carinola.

Durante la sua amministrazione sessana, Giovannantonio rimodernò il castello di Sessa trasformandolo da struttura fortificata a sua residenza familiare. Nel 1400 fece costruire la Chiesa di S. Anna  e nel 1418 donò il complesso della SS. Trinità di Sessa ai monaci agostiniani. Nel 1425 donò invece il terreno per la costruzione della Chiesa di S. Domenico, fece ampliare la cinta muraria e fece edificare la Porta dei Cappuccini.

Mori a Sessa nell'estate del 1453 e fu sepolto nell'allora Chiesa di S. Francesco. Oggi il suo sepolcro si trova nel Museo Diocesano di Sessa Aurunca.
cdl

Vedi anche:
Alfonso I d'Aragona. La tattica militare di G.A. Marzano per l'aragonese
                                 

Alcuni testi consultati: 

Bartolomeo Facio: Fatti d'Alfonso d'Aragona, primo ne di Napoli di questo mome, Venezia, 1580

Gioviano Pontano;  Il Principe eroe- Napoli, 1786

Enrico de Rosa: Alfonso I D’Aragona, l’uomo che ha fatto il Rinascimento a Napoli, 2007

Pietro Giannone: Istoria civile del Regno di Napoli , Milano, 1833

G.A. Summonte, Historia della città e Regno di Napoli, in Napoli 1601-1602.Filippo Maria Pagano: Saggio Istorico sul Regno di Napoli, Napoli 1824

Angelo Di Costanzo:  Historia del regno di Napoli, Nell’Aquila, 1582

Carlo de Lellis Discorsi sulle famiglie nobili del Regno di Napoli, Napoli, 1654

B. Croce, Storia del Regno di Napoli, a cura di G. Galasso, Milano 1992.

Ferrante Della Marra - Discorsi delle famiglie estinte – Napoli, 1641

Attilia Tommasino: Sessa Aurunca nel periodo aragonese – Ferrara, Roma, 1997

Tommaso  De Masi: Memorie Istoriche degli Aurunci, Napoli, 1761

Incerto autore: Istoria del regno di Napoli in Giovanni Gravier- Raccolta di tutti i più rinomati scrittori dell'istoria generale del Regno ... Napoli, 1769

N.F. Faraglia: Storia della lotta tra Alfonso V d’Aragona e Renato d’Angiò, Lanciano, 1908

Mario del Treppo: Storiografia del Mezzogiorno – Napoli, 2006

Giuseppe Reccho: Notizie di Famiglie Nobili e illustri della città e Regno di Napoli -  Napoli, 1717

Giovanni Fiore - Della Calabria illustrata, Volume 3 – Catanzaro, 2001
Gregorio Grimaldi - Istoria delle leggi e magistrati del regno di Napoli, Volume 3 – Napoli, 1736
Giovanni Pititto -Archivio Storico della Calabria - Nuova Serie - Numero 4

http://db.histantartsi.eu/web/rest/Famiglie%20e%20Persone/34

martedì 9 gennaio 2018

L’ ascesa della famiglia Marzano.

 Stemma della Famiglia Marzano

La Contea di Carinola, dall' 879, anno della sua fondazione, ebbe molti signori che la governarono, chi con giustizia chi semplicemente per opportunismo, ma una rilevante crescita economica ed artistica del territorio si ebbe sotto la famiglia Marzano, che la impreziosì di stupendi palazzi. 
Insieme al Ducato di Sessa, Carinola visse un periodo di grande importanza storica ed artistica, fino a quando uno stesso Marzano, Marino, non contribuì ad affossare l’intera famiglia.

La famiglia Marzano costruì la propria grandezza attraverso tre secoli,  grazie 
soprattutto al valore militare dei suoi uomini, alla loro sagacia e alla loro scaltrezza che li portò ad occupare le posizioni più ambite del Regno e a diventare potentissimi baroni del Regno di Napoli. Qualcuno di loro incappò in qualche "caduta", come successe a Jacopo, ma ebbe sempre la prontezza di rialzarsi con dignità.


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Le prime tracce della famiglia Marzano le troviamo nel 1239, nel Libro dell’Inquisitione de’ Feudatarii della Regia Camera, con Guglielmo Marzano, signore di diversi feudi quali Marzano, Selvitella e Cagiano. Non conosciamo il cognome originale della famiglia; Guglielmo era molto probabilmente  un longobardo o un normanno venuto in Italia al seguito dei fratelli Drengot o degli Altavilla, e prese il nome dal feudo Marzano a lui affidato. 

Ebbe quattro figli: Riccardo, Giovanni, Roberto e Guglielmo che insieme, secondo l’uso dei longobardi, gli successero nella conduzione degli stati paterni. Ai primi due fratelli, Riccardo e Giovanni, il re e imperatore Federico II affidò alcuni prigionieri guelfi poi non si trova più nulla di loro, che probabilmente morirono. Gli altri due fratelli minori, Roberto e Guglielmo, parteciparono alla Congiura di Capaccio del 1246 contro Federico II, voluta da Papa Innocenzo IV, il quale aveva progettato l’eliminazione fisica del ribelle Federico che non voleva piegarsi all’ autorità papale. 
I due Marzano furono costretti all’esilio per sfuggire alla vendetta del re. 

Roberto morì in esilio senza aver generato figli, mentre Guglielmo ebbe due figli, Roberto e Riccardo, che dal re Carlo I d’Angiò furono riammessi al possesso del feudo di Marzano e a lui giurarono fedeltà. E proprio sotto gli angioini iniziò l’ascesa della famiglia Marzano, grazie a una politica matrimoniale molto oculata e al valore militare di cui i Marzano non mancavano.  A quest’ultimo Riccardo (e alla sua discendenza),  i re angioini Carlo I e Carlo II affidarono molti incarichi importanti, eseguiti con prontezza e grande senso del dovere. 
Da Roberto ebbe inizio la casata Cagiano tramite  il matrimonio di suo figlio Raimondo con la figlia del Signore di Cagiano, mentre Riccardo portò avanti la casata Marzano.

Riccardo sposò Rogasia di Dragone  (Dragoni) e da lei ebbe ben sei figli, due maschi, Gugliemo e Tommaso, e quattro donne: Costanza, Fiordeligi, Maria e Berlingiera, tutte maritate in ottime famiglie del Regno. 
Raimondo di Cagiano e Riccardo di Marzano erano baroni molto potenti non solo in Terra di Lavoro, ma anche in Terra d’Otranto. Nel 1268 costrinsero i leccesi, che avevano innalzato le bandiere degli Svevi, a innalzare le bandiere angioine, poi raggiunsero re Carlo I d’Angiò e combatterono al suo fianco  nella battaglia di Tagliacozzo in cui fu vinto Corradino di Svevia.

Guglielmo e Tommaso, secondo le leggi dei longobardi, possedevano entrambi il feudo di Marzano, ma Guglielmo, essendo il primogenito, possedeva anche tanti altri feudi, come voleva l’usanza francese. Sfortunatamente Guglielmo uscì fuori di testa a causa di una qualche malattia e, nel 1300 alla morte della moglie, una Della Marra, che se ne prendeva cura, il re Carlo II  impose a  Tommaso di prendersi cura di suo fratello, dandogli anche l’autorità di porlo ai ceppi qualora la sua malattia lo richiedesse. 
Guglielmo si riprese dalla sua malattia e si sposò una seconda volta con Isabella di Gesualdo, ma anche da costei non ebbe figli e allora tutte le sue ricchezze e i titoli di casa Marzano passarono a Tommaso, che si  trovò ad essere ricco e potente e cominciò a comprare altri feudi.

Nel 1309 Tommaso fu fatto Maresciallo del Regno e del Consiglio da re Roberto d’Angiò e nel 1313, sempre da re Roberto, fu nominato I Conte di Squillace e Grande Ammiraglio del Regno, incarico che poi passò di padre in figlio.
Tommaso ebbe dalla sua prima moglie, Giovanna di Capua, due maschi, Riccardo e Goffredo che ulteriormente ingrandirono e resero illustre la casata. Poi sposò in seconde nozze con Simona Orsino da cui  non ebbe figli.

Riccardo sposò Margherita d’Aquino, figlia del conte d’Ascoli, da cui ebbe un’unica figlia, Maria,  e per successione ereditaria della moglie si trovò ad essere anche Conte di Ascoli.

Goffredo, valoroso cavaliere, fu ciambellano di re Roberto e Grande Ammiraglio. Sposò  Giovanna Ruffo, figlia del conte di Catanzaro che gli porto in dote Policastro e i suoi casali. Ebbero quattro figli, due maschi e due donne: Roberto, Tommaso, Rogasia, maritata al conte di S. Agata Carlo d‘Artus, e Caterina, marita invece a Giovanni Visconti conte di Mirabella. Una terza donna, Maria, maritata ad un di Transo, non è sicura sia figlia di Goffredo.

Nel 1325, re Roberto, non soddisfatto dei suoi capitani che non riuscivano ad avanzare di un passo nella conquista della Sicilia in mano agli Aragonesi, anzi perdevano molte terre, mandò il Grande Ammiraglio Goffredo  Marzano, con 25 galee, a distruggere una Squadra navale aragonese comandata da Giovanni di Chiaromonte e Orlando d’Aragona, fratello del re Pietro II d’Aragona. Goffredo non solo distrusse molte galee nemiche, ma si impadronì di tutte le altre portando a Napoli molti prigionieri, tra cui i due ammiragli Giovanni di Chiaramente e Orlando d’Aragona. Goffredo visse un brutto momento nel 1348, a causa della tragica morte di Andrea, marito ungherese della Regina Giovanna I
Luigi d’Ungheria, fratello di Andrea, molto arrabbiato,  scese in Italia deciso a vendicare la morte del fratello. Giovanna, appena seppe del suo arrivo a Benevento, lasciò Napoli e s’imbarcò per la Provenza e Luigi entrò facilmente in Napoli. 

Questi non tardò a palesare le sue vere intenzioni e fece imprigionare e giustiziare molte baroni solo per semplice sospetto, tra cui anche Goffredo che però riuscì a fuggire. Ritornato a Napoli poco tempo dopo, Goffredo sollevò il popolo contro gli ungheresi e a questa sua iniziativa ben presto si unirono tanti altri baroni, i quali spedirono messi ad Avignone per far si che la Regina Giovanna ritornasse. Ritornata a Napoli, Giovanna concordò una tregua con gli ungheresi e mandò Goffredo Marzano e Tommaso Sanseverino a firmarla.
  
Con Roberto e Tommaso, figli di Goffredo, inizia il ramo sessano e carinolese della famiglia Marzano.
Roberto, primogenito, fu terzo conte di Squillace e grande ammiraglio del regno. Tommaso fu invece uomo di guerra, molto caro ai reali angioini.

Nel 1362  la regina Giovanna I, per rifarsi delle spese di guerra contro il ribelle Duca D’Andria Francesco del Balzo, vendette la città di Teano e di Carinola a Goffredo Marzano per tredicimila ducati e la città  di Sessa al figlio di questi, Tommaso Marzano, per venticinquemila ducati e gli conferì anche il titolo di duca. Tommaso Marzano fu dunque prima duca di Sessa[1].

Dopo la morte della Regina Giovanna I, Tommaso divenne Ciambellano di re Carlo III e per lui combatté contro Luigi d’Angiò, che pretendeva per sé il trono di Napoli, e per i suoi servizi al re fu nominato governatore d’Abruzzo e  I conte d’Alife. 
Sposò Rogasia d’Evolo ma poiché non ebbe figli, alla sua morte,   i suoi possedimenti passarono a suo fratello primogenito Roberto, insieme a quelli del padre Goffredo.
Roberto aveva invece tre figli: Jacopo (Giacomo), che fu II Duca di Sessa, Grande ammiraglio del Regno e IV conte di Squillace; Goffredo, che fu II conte d’Alife e Gran Camerlengo del Regno; la terza, Giovanna, andò sposa al marchese Alberto d’Obizzo d’Este.

Jacopo Marzano fu II Duca di Sessa, IV Conte di Squillace e Grande Ammiraglio in un periodo molto movimentato per il Regno. Morto infatti re Carlo III di Durazzo in Ungheria, si trovò ad essere re di Napoli suo figlio Ladislao, che però aveva solo 10 anni. Molti potenti baroni, tra cui i Sanseverino,  non volevano riconoscerlo come re, ritenendo che il trono spettasse invece a Luigi II d’Angiò. La regina Margherita con il piccolo Ladislao fu costretta a riparare a Gaeta e Luigi d’Angiò si impossessò del Regno di Napoli con l’aiuto dei baroni che lo avevano sostenuto. Lo tenne una decina d’anni fino a quando Ladislao, ormai 23enne,  si impegnò nella riconquista del trono.

I Marzano, che erano sempre stati al fianco di re Ladislao, occupandosi delle incombenze più importanti e diplomatiche, caddero nella trappola indetta dai Sanseverino a favore di Luigi II. 
Ugo Sanseverino aveva infatti proposto a re Luigi che l’unico modo per vanificare l’azione dei potenti Marzano sarebbe stato farli passare dalla loro parte mediante il matrimonio di esso Luigi con la figlia di Jacopo, Maria. E così, lusingato dalla richiesta di matrimonio che avrebbe fatto di sua figlia la regina di Napoli e incitato dalla moglie Caterina che era di casa Sanseverino, Jacopo accettò la proposta di matrimonio di Luigi d’Angiò  per sua figlia Maria.

La reazione di Ladislao fu immediata: fece occupare la Rocca di Mondragone e saccheggiare i casali di Sessa, di Carinola e tutti i possedimenti del duca in maniera così violenta che Jacopo subito si pentì del suo voltafaccia. Solo diversi interventi di papa Bonifacio IX riportarono la pace tra Ladislao e i due fratelli Marzano, Jacopo e Goffredo, i quali giurarono per la seconda volta fedeltà al re. A questo punto, anche i Sanseverino abbandonarono il duca Luigi d’Angiò e giurarono fedeltà a Ladislao. 

Ma Ladislao non era uomo che si appagava facilmente e meditava aspra vendetta verso tutti quei baroni che erano stati suoi avversari nella sua lotta con Luigi. Fece catturare e giustiziare  i colpevoli  Sanseverino e, morto anche papa Bonifacio IX nel 1404, si sentì libero dal giuramento che aveva fatto al pontefice di non toccare Jacopo,  duca di Sessa, e Goffredo, conte d’Alife.

Era intanto morto anche Jacopo, duca di Sessa, ed essendo suo figlio Giovannantonio un bambino, la direzione degli stati di Jacopo cadde nelle mani di suo fratello Goffredo, il quale non fidandosi di Ladislao, fece ben munire Sessa, Teano, Mondragone e Carinola. Ma Ladislao agì d’astuzia. Chiese in moglie l’unica figlia di Goffredo per suo figlio di otto anni, principe di Capua. Goffredo si trovò stretto tra due fuochi. Sapendo che negare poteva essere peggio che acconsentire, diede il suo beneplacito ed accettò. Ladislao invitò tutti i Marzano a Capua, alla festa di fidanzamento dei due rampolli. Nel bel mezzo della festa fece imprigionare tutti i Marzano, li fece tradurre nelle prigioni di Castelnuovo e si impadronì dei loro stati.

Solo l’avvenenza di Margherita, una delle quattro figlie di Jacopo, che divenne l’amante del re, fece smuovere il cuore di Ladislao. Ladislao restituì a tutti i Marzano la libertà e  tutti i loro stati.
cdl





Alcuni testi consultati:

Angelo di Costanzo:  Storia del regno di Napoli – Cosenza, 1839

Archivio Storico Napoletano – tomo 13 – Firenze 1861

Attilia Tommasino: Sessa Aurunca nel periodo aragonese – Roma, 1997
Francesco Capecelatro: Storia del regno di Napoli – Napoli, 1840
G.B: Crollalanza (a cura di) - Giornale araldico, genealogico, diplomatico italiano – Fermo, 1874
Carlo de Lellis - Discorsi delle famiglie nobili del Regno di Napoli...  parte III , Napoli 1671

Ferrante della Marra - Discorsi delle famiglie estinte, forastiere o non comprese ne'Seggi, Napoli, 1641
Filippo M. Pagano; Saggio istorico sul Regno di Napoli - Napoli, 1824
G.B. Crollalanza (diretto da):  Giornale araldico genealogico diplomatico – Vol. 1-2, Fermo, 1873-4

Giovanni Antonio Summonte; Dell’historia della città e regno di Napoli- vol. 4 – Napoli, 1675




vedi anche:

http://carinolastoria.blogspot.it/2016/09/gli-ultimi-sovrani-angioini-giovanna-i.html




[1] Altri studiosi, tra cui Attilia Tommasino, considerano Tommaso come il II Duca di Sessa, poiché prima dei Marzano era signore di Sessa Francesco del Balzo, già nominato Duca dalla regina Giovanna. Ma il Del Balzo era stato nominato Duca di Andria e non di Sessa.