martedì 27 dicembre 2011

La peste nera in Europa nel VI-VII secolo.


In quel tempo scoppiò una grave pestilenza, che ebbe nella provincia della Liguria il suo epicentro. All’improvviso apparivano sulle pareti di casa, sulle porte, sui vasi e sulle vesti delle macchie, che, più si cercava di lavare, più si facevano persistenti. Dopo un anno che si era manifestato questo fenomeno, la gente incominciò a soffrire per ghiandole che, grosse come una noce o come un dattero, si erano formate all’inguine o in parti ancora più delicate; seguiva un gran febbrone, che in tre giorni portava alla morte quanti ne erano colpiti. Se invece si superavano i tre giorni si aveva la speranza di scampare alla morte. 
Ovunque si andasse, erano visibili i segni del lutto e si udivano pianti. E poiché si era creata nella gente la persuasione che si potesse sfuggire a tanto malanno solo allontanandosi dai luoghi abitati, le case erano deserte dei loro abitanti e servivano solo ai cani. Sui pascoli le bestie vagavano incustodite perché tutti i pastori erano fuggiti. E dove ancora il giorno prima potevi vedere villaggi e borgate piene del tramestio della gente che andava e veniva, il giorno dopo, essendo tutti fuggiti, dappertutto regnava un silenzio di tomba. 
I figli fuggivano lasciando insepolti i cadaveri dei propri genitori e questi,  a loro volta, dimentichi della pietà dovuta ai frutti delle loro viscere, li abbandonavano in preda alla febbre. Se qualcuno sentiva ancora il richiamo dell’antica pietà e si fermava a seppellire i morti, rimaneva egli stesso insepolto e proprio mentre cercava di rendere agli altri le estreme onoranze, ne rimaneva privato lui stesso.
Ti sarebbe sembrato di vedere il mondo ritornato ad epoche remote, quando ovunque era silenzio; non una voce si alzava dalle campagne, nessun richiamo di pastori, nessun assalto di animali feroci di greggi, nessun furto di animali domestici. I raccolti, passato ormai il tempo della mietitura, aspettavano intatti la falce  del mietitore; le vigne, perdute ormai le foglie per l’avvicinarsi dell’inverno, offrivano sui rami spogli i grappoli splendenti. In qualsiasi ora della notte risuonava la tromba di guerra e molti sentivano i passi di eserciti simili al fragore del mare. Ma sulle strade non c’erano orme di passanti, né assassini in agguato; eppure vi erano tanti cadaveri che l’occhio dell’uomo neppure poteva vederli tutti. Gli antri usati dai pastori erano diventati luoghi di sepoltura per gli uomini e le abitazioni della gente servivano di rifugio alle fiere. Ma queste calamità si abbatterono solo sull’Italia  e sui Romani fino ai confini delle terre abitate dagli Alemanni e dai Bavari. Durante questi avvenimenti era morto l’imperatore Giustiniano ed il reggimento della cosa pubblica era passato nelle mani di Giustino il Giovane.


Da: Gabriele De Rosa: Età Medievale - brano di Paolo Diacono – Storia dei Longobardi – Rizzoli, Milano 1967

domenica 25 dicembre 2011

La lunga marcia del popolo longobardo – premessa

Ravenna - Chiesa di S. Vitale - Giustiniano e la sua corte

Il popolo longobardo merita un’attenzione particolare, essendo stato quello che ha fondato Carinola, dandoci anche  lo stemma che distingue il nostro Comune.   

*****
Nel VI secolo, l’impero bizantino andava a poco a poco disfacendosi per  le continue  invasioni di altri popoli che premevano ai suoi confini, in Britannia come in Africa e Medio Oriente. L’enorme territorio dell’impero romano era ridotto a piccole entità politiche che gli storici chiamano regni romani barbarici o latino germanici. Latini perché l’amministrazione si mantenne romana ovunque, tranne che in Britannia; barbarici perché gli eserciti erano ormai al comando di guerrieri germanici e i nuovi arrivati mantennero i loro usi e costumi.
Con Giustiniano, l’imperatore bizantino che regnò dal 527 al 565, l’impero ebbe un’inaspettata ripresa, una specie di miglioramento nell’agonia prima della definitiva morte.
Dopo gli Unni di Attila, i Visigoti di Alarico  e i Vandali di Genserico che, nel V secolo, avevano  saccheggiato la penisola più in largo che in lungo, penetrando sempre più a sud,  l’Italia  era ora sotto la morsa degli Ostrogoti, guidati da Teodorico. Questa tribù germanica aveva sconfitto Odoacre, il generale degli Eruli  anch’egli germanico, che si era proclamato  re d’Italia (primo re barbaro) dopo aver deposto Romolo Augustolo, ultimo imperatore d’Occidente.
Odoacre non era stato nemico dell’impero e non aveva voluto dichiararsi imperatore d’Occidente come sarebbe stato prevedibile; anzi aveva riconsegnato, all’imperatore d’Oriente del tempo, Zenone, le insegne d’Occidente, riconoscendogli la sovranità su tutto l’impero.
Con gli Ostrogoti il discorso era diverso. Veri conquistatori, anch’essi stabilirono in Italia un regno romano-germanico, di cui Teodorico fu il secondo re barbaro,  e divisero la penisola italiana in 17 province fiscali.  Ma Giustiniano,  pur riconoscendo, per forza di cose, il ruolo dei re barbari, aveva un grande sogno: quello di ripristinare gli antichi confini dell’impero e riportare l’Italia direttamente sotto l’egida bizantina. 
Il sogno di Giustiniano fu in parte realizzato grazie alle guerre greco-gotiche  (o goto-bizantine) condotte dal suo intraprendente generale Belisario e  che costarono  cifre esorbitanti ai malcontenti cittadini dell’impero. Inoltre, riuscì a sconfiggere definitivamente gli Ostrogoti e a riportare l’Italia nell’orbita di Bisanzio. 

Sotto Giustiniano,  l’impero raggiunse un periodo di splendore pari a quello del passato, ma qualcosa di inatteso segnò la fine di tale splendore: la peste
La peste, cosiddetta di Giustiniano, fu un’epidemia di inaudita violenza che spopolò le campagne,  dimezzò le popolazioni,  ridusse gli eserciti, portando morte e desolazione in tutta Europa.
Molti storiografi pensano che fu proprio la peste a spianare la via all’invasione dei Longobardi che trovarono così, nelle città e nelle campagne spopolate, pochissima opposizione.
Detto in questo modo, ci si fa l’idea che i Longobardi fossero una delle tante tribù barbare assetate di conquista, che aspettava solo l'occasione buona per attaccare l’Italia con feroci spedizioni militari. E forse per un verso lo erano.
In realtà le cose non andarono proprio così e, per rendere giustizia alla storia, bisogna partire da lontano. Da molto lontano.
c.d.l.



Alcuni testi consultati

AA.VV. - Longobardia e longobardi nell’Italia meridionale – Università C,del Sacro Cuore-  Milano, 1996
De Rosa Gabriele – Età medievale – Ed Minerva Italica – Bergamo, 1990
Montanelli Indro – Storia d’Italia – vol. I – Milano,1987
Muratori Ludovico A. – Dissertazioni sopra le antichità italiane – Milano, 1751
Nugnes Massimo – Storia del Regno di Napoli –  Napoli, 1838
Paolo Diacono – Historia Langobardorum – gbooks
Piccinni Gabriella – I mille anni del medioevo –  Mondadori ed. - Milano, 1999
Rouche Michel – Storia dell’alto medioevo – Milano, 1993
Schiavone Aldo – La storia spezzata: Roma antica e Occidente moderno – Roma-Bari, 1996
Tamassia Giovanni – Storia del regnno dei Goti e dei Longobardi in Italia – vol. I – Bergamo, 1825
Zanetti Bernardino – Del Regno de’ Longobardi in Italia – Venezia, 1753

venerdì 23 dicembre 2011

Buon Natale

Convento San Francesco, Casanova - Presepe - del prof. Giuseppe Supino






Buon Natale e Buon Anno a tutti



venerdì 9 dicembre 2011

L' Abbazia di San Vincenzo al Volturno

Miniatura  del Chronicon Vulturnense - I tre fondatori di S. Vincenzo al Volturno

E’ il Chronicon Vulturnense del monaco Giovanni che ci fornisce le notizie di questa stupenda abbazia benedettina del meridione che, insieme a quella di Montecassino, influenzava la vita politica e sociale dell’alto medioevo. Il monaco Giovanni scrisse il Chronicon intorno al 1130 per recuperare la memoria del distrutto e poi ricostruito cenobio, basandosi su documenti più antichi non sempre autentici. Ci racconta che furono tre giovani beneventani longobardi, Paldo, Taso e Tato, a fondare il primitivo Cenobio. I tre, desiderosi di vita ascetica, si rivolsero all’abate dell’Abbazia di Farfa per consiglio. L’abate consigliò loro di creare un cenobio lungo le rive del Volturno, là dove già esisteva un antico oratorio dedicato a San Vincenzo di Saragozza. Così fu fatto. Le fondamenta dell’abbazia furono idealmente gettate nel 703; poi ci pensarono i duchi del ducato di Benevento, ormai cristianizzati,  ad ingrandirla, primo tra tutti Gisulfo II
Il dualismo medievale, ossia il contrasto tra la violenza e i soprusi quotidiani e la spiritualità della vita religiosa non fu certo assente in questa abbazia che, al pari di Montecassino, divenne una specie di banca medievale. I signori e signorotti del tempo, facevano seguire alle loro feroci guerre grandi donazioni a favore di chiese e monasteri. Un po’ per mettere a tacere l’anima, ma soprattutto per mettere al riparo le nuove terre da loro conquistate, dall' ingordigia dei principi che quasi sempre volevano impossessarsene. 
Con le donazioni, i possedimenti non andavano affatto persi, come si potrebbe credere: nei  placiti era prevista la partecipazione  del donatore all’amministrazione del bene offerto e, in molti casi, anche alla partecipazione all’elezione di un nuovo abate. Molto spesso, in caso di forti donazioni, i signori obbligavano i loro figli a farsi monaci per meglio partecipare alla gestione dei grandi patrimoni terrieri monastici e per essere presenti alle importanti decisioni della vita politica. 
Non aveva tutti i torti lo studioso tedesco Hans Granbhof quando scriveva, riferendosi ai Franchi, che chi voleva conquistare militarmente l’Italia, doveva passare per la conquista delle istituzioni monastiche.
Cosa che effettivamente fece Carlo Magno il quale, dopo la sottomissione di Arechi di Benevento, rilasciò particolari privilegi alle più eminenti istituzioni ecclesiastiche della Longobardia Minor, tra cui l’ esenzione fiscale e giurisdizionale, e l' autorizzazione per la comunità ad eleggere il proprio abate. Il  24 marzo del 787 questi privilegi furono assegnati  S. Vincenzo al Volturno e il 28 marzo 787 a Montecassino. 
Grazie alle tantissime donazioni, San Vincenzo crebbe fino a diventare una bellissima cittadella monastica, economicamente autonoma. In essa si praticava l' apicoltura su larga scala per la produzione del miele e si effettuava la lavorazione del vetro, ma fu sotto gli abati Giosuè ed Epifanio che l'abbazia raggiunse il massimo splendore e si arricchì di nuove cappelle stupendamente affrescate, come  rivelato dagli ultimi scavi archeologici.
S. Vincenzo al Volturno era però continuamente minacciata dai sopraggiunti saraceni che, ghiotti delle sue ricchezze, cercavano in tutti i modi di appropriarsene. Più volte, per evitare il saccheggio i monaci furono costretti a pagare forti somme di denaro. Nonostante i ricatti, nel 881, un folto gruppo di saraceni attaccò il monastero e lo saccheggiò, uccidendo molti monaci e servi. Alcuni monaci superstiti riuscirono a fuggire e si rifugiarono a Capua. Solo dopo molti anni ritornarono sul luogo per ricostruire il perduto Cenobio, ma l’antica grandezza di San Vincenzo al Volturno era per sempre perduta. 
Tra i possedimenti di S. Vincenzo al Volturno nel carinolese, oltre al già menzionato Cenobio di San Martino, erano: il Monasterium Sancte Crucis, sul Massico;  S. Maria a Boccadoro o anche detta S. Maria de Fauzano, prima chiesa di Falciano del Massico, abbandonata intorno al 1640; la chiesa monasteriale di Sancti Ylarii, attestata dall’anno 944 fino al 1104, dopo di cui non se ne hanno più notizie; infine, in territorio di Mondragone, il monastero di S. Anna de aquis vivis, appartenente alla soppressa diocesi di Carinola, di cui parleremo più avanti.

                                                                                                                c.d.l. 
Alcuni testi consultati

AA.VV. - Annali civili del Regno delle Due Sicilie – vol. I-3,  Napoli, 1833
Diacono Paolo – Historia Langobardorum – gbooks
Erchemperto – Historia Langobardorum Beneventanorum - gbooks
Federici V. (a cura di) Chronicon Vulturmense del monaco Giovanni  - I, II, III – gbooks
Houben Hubert – Potere politico e istituzioni monastiche nella Longobardia Minor – in AA.VV. - Longobardia e longobardi nell’Italia meridionale – Centro di Cultura dell’Università Cattolica del Sacro Cuore –Milano, 1996
Leone Marsicano (a cura di F.Aceto e V. Lucherini) – Cronaca di Montecassino – gbooks
Marazzi Federico – L’Abbazia di S. Vincenzo al Volturno e i rapporti con le sue proprietà fra VIII e X secolo - in AA.VV. - Longobardia e longobardi nell’Italia meridionale – Centro di Cultura dell’Università Cattolica del Sacro Cuore –Milano, 1996
Morghen R. – La riforma monastica nei secoli X-XII – Roma- Bari, 1973
Vitolo G. – Caratteri del monachesimo nel Mezzogiorno altomedievale – Salerno, 1984
Zannini Ugo – Paesaggio, storia, archeologia ed arte nella Campania Settentrionale -  (fascicolo)

mercoledì 7 dicembre 2011

Il Cenobio di San Martino al Massico

La rustica scaletta che porta alla grotta di S. Martino - foto di Salvatore Bertolino
La presenza di Martino richiamò sul monte Massico diversi uomini che, affascinati dalla santità dell’uomo, vollero diventare suoi discepoli e condividere la sua esperienza. 
Martino non li respinse, ma non abbandonò la sua grotta e la sua condizione di eremita. Forse fu in questo periodo del VI secolo che cominciò a sorgere il Cenobio, la più antica presenza  benedettina sul territorio, e che inglobò tra le sue mura perimetrali anche la grotta.
Amedeo Maiuri, archeologo frusinate, nel suo libro Passeggiate campane, parla di ruderi romani, forse un tempio ad Apollo, già presenti sul posto, con torre di avvistamento. Non abbiamo la facoltà di confutare la tesi del Maiuri, ma se pensiamo alla posizione strategica in cui sorge il Cenobio e che domina tutto il golfo di Gaeta, la sua affermazione potrebbe essere degna di fede. 

La prima testimonianza  della presenza del Cenobio sul Massico la troviamo nel Chronicon Vulturnense del monaco Giovanni, cronista dell’abbazia benedettina di San Vincenzo al Volturno che, nel periodo che va dal 703 al 729, registra la concessione di Romualdo II, duca di Benevento,  al monastero:  il possesso del Monte Massico. Sempre dal Chronicon Vulturnese, periodo dal 742 al 750, veniamo a sapere che il monastero era retto dall’abate Albino. il Monastero continuò ad ingrandirsi  grazie a donazioni di  privati  e dei duchi longobardi, tra cui Arechi II  che, intanto, aveva elevato il Ducato di Benevento a Principato e fregiato se stesso del titolo di principe.  Era  principe Sicardo, quando il Monastero passò sotto l’amministrazione di San Vincenzo al Volturno, nel periodo che va dal 832 all' 839.
Finchè i longobardi furono al potere, il monastero continuò ad esistere ed ingrandirsi grazie alla considerazione che questi principi ebbero verso tutti i monasteri benedettini, ma i Franchi premevano prepotentemente alle porte e con il declino del Principato di Benevento cominciò il declino anche per essi. Alle ragioni politiche che provocarono la fine del monastero ne va unita un’altra, non meno disastrosa: i Saraceni.

I Saraceni furono chiamati in Italia dagli stessi duchi longobardi per avere un aiuto nelle loro guerre intestine. Una cospicua colonia si stanziò presso il Garigliano, probabilmente a Traetto, chiamata inizialmente, come dice Leone Ostiense,  dall' ipato bizantino di Gaeta Docibile I, che poi li combatté. Se i saraceni furono di un qualche aiuto per gli immediati scopi dei duchi e principi longobardi, essi si rivelarono, in seguito, una vera piaga per le popolazioni del luogo. 

Completamente disorganizzati come esercito e come società civile, i Saraceni vivevano di razzie e saccheggi e tutto ciò che aveva un valore li attirava come gazze. A pagare le spese di questa inopportuna e sgradita presenza saracena nel basso Lazio furono non solo i semplici cittadini, ma anche il Cenobio di San Martino al Massico e l’abbazia di San Vincenzo al Volturno, entrambi non abbastanza lontani per evitare una simile minaccia. Il Cenobio, in particolare, era a un tiro di freccia e forse non abbastanza ben difeso. 
Sugli attacchi dei Saraceni al Cenobio, esiste un curioso opuscoletto di 4 pagine allegato al manoscritto n° XXII della Biblioteca Vallicelliana di Roma, scritto verso la fine dell’XI secolo. L’opuscoletto fu scritto da un  diacono di Monte Massico, Adelberto, come attesta l’ultima frase del documento: Hoc autem conscripsit Adelebertus diaconus et monachus prephati monasterii, qui prope erant ad videndum victoria sancti Martini[…].
Mettendo da parte  qualsiasi dibattito su questo documento che merita uno studio a parte,  esso ci da un esempio di quella storiografia popolare che dominava il medioevo. Il diacono ci racconta che, di fronte all’ennesimo assalto dei Saraceni al monastero, i monaci scesero nella grotta e, davanti alla tomba del santo, ne invocarono l’aiuto per essere liberati da quella minaccia. Al clamore che facevano i monaci, subito apparve il corpo di Martino, in carne ed ossa,  e con voce forte e chiara disse: Ascoltatemi, fratelli miei e servi del mio signore Gesù Cristo, perché  io sono Martino, che giaccio in questa grotta, la cui lode ogni giorno frequentate.[…] Andate, e armate i vostri corpi con corazze, elmi, scudi, lance e spade; salite sui cavalli e senza paura combattete, perchè io vi precedo nel vedere, e si dispone per voi una grande vittoria.*
Nonostante la bella storia raccontata da Adelberto, dopo il 1059 non si hanno più notizie del monastero, che fu molto probabilmente definitivamente abbandonato. 
                                                                                                   c.d.l.

*Audite me, fratres mei et servi domini mei Iesu Christi, videte quia ego sum Martinus, qui hunc specu adiaceo, cuius laudem quotidiae frequentatis […]. Ite, et armate corpora vestra loricis, galeis, clipeis, hensis et lanceis; equos ascendite et sine dubio pugnate, quia ego antecedo vobis videntes, et copiosam habetis victoriam.

Alcuni testi consultati

Bossi Luigi – Della istoria d’Italia antica e moderna – vol. XIII – Milano, 1821
Cariello Nicola – I saraceni nel Lazio – VIII-X secolo -  Roma, 2001
Federici Giovanno B. (monaco casinese) – Degli antichi duchi e consoli o ipati della città di Gaeta – Napoli, 1791
Federici V. (a cura di) Chronicon Vulturmense del monaco Giovanni  - I, II, III – google books
Gesualdo Erasmo – Osservazioni critiche – Napoli, 1754
Gregorio Magno ( a cura di Simonetti e Pricoco) – Dialoghi –   vol. II, libri III e IV, Milano, 2006
Hugh Moretus – un opuscule du diacre Adelbert – google books
Leone Marsicano - cronaca di Montecassino - google books
Monetti Diego – Cenni storici dell’antica città di Gaeta – Gaeta, 1869
Muratori Ludovico A. - Annali d’Italia – vol. VII – Milano, 1753
Nugnes Massimo -  Storia del Regno di Napoli -  vol. I - Napoli, 1840
Zannini Ugo e Guadagno Giuseppe – S. Martino e S. Bernardo – Minturno, 1997

domenica 27 novembre 2011

La diffusione e la fortuna del monachesimo benedettino

Jean Mabillon - Abbazia di Montecassino e il suo territorio - 1685

Il monachesimo, insieme al papato,  fu la grande forza che contribuì alla cristianizzazione di tutta l’Europa.  Molti storici  ritengono che furono i due fattori  che maggiormente contribuirono alla definitiva caduta dell’impero romano. In parte è vero: la Chiesa diede una buona spallata all’impero con l’introduzione delle affrancazioni dalla schiavitù, alle donazioni e ai pellegrinaggi, come opere meritorie per ottenere la remissione dei peccati. Per quanto riguarda il monachesimo, Voltaire diceva che, a quel punto dell’impero, c’erano più monaci che soldati. In realtà, quando il monachesimo si diffuse, l’impero  era già disfatto: un enorme corpo agonizzante crollato su se stesso per il suo stesso peso.
Il monachesimo contribuì, invece, al costituirsi della grande proprietà ecclesiastica  che è una delle cause all'origine del potere temporale della Chiesa.  

San Benedetto non si aspettava una diffusione così massiccia del suo ordine, ma alla base della fortuna dell’ordine benedettino sta un’equazione molto semplice: l’idea giusta al momento giusto, ossia la fondazione dei primi monasteri  e la Regola da lui scritta in un momento particolarmente difficile per il territorio imperiale.  
Il potere centrale dell’impero non funzionava più; anzi, nelle mani di persone fuori da ogni controllo  era diventato motivo di oppressione. Si era instaurata la legge del più forte.  Inoltre, le continue e feroci invasioni dei Goti prima e dei Longobardi poi, seminavano il terrore tra le popolazioni che non sapevano più a quale santo votarsi. 
Le cittadelle monastiche e quei 73 brevi articoletti che scandivano la giornata e la vita dei monaci  secondo le loro esigenze spirituali e materiali, furono l’àncora di salvezza per intere comunità civili terrorizzate, disorientate e confuse; qualcosa a cui aggrapparsi, che conciliava la nuova fede con il bisogno di ordine esistenziale e di protezione. 
Il monastero diventò rifugio per comunità intere che offrivano il loro lavoro, anche gratis,  nei campi in cambio della semplice protezione.

Quello che fece veramente grandi i monasteri furono, tuttavia, le donazioni “pro rimedio animae”, per rimediare ai peccati del donatore, come si voleva a quel tempo. Grandi donazioni terriere, non solo di privati, ma anche di re che offrivano terre demaniali in ogni angolo d’Italia, andarono ad arricchire specifici monasteri e chiese. Lo spirito con cui queste donazioni venivano fatte era prettamente spirituale:  non si donava ad un monastero  o ad una chiesa, ma al santo patrono del monastero o della chiesa. Le donazioni a Montecassino venivano fatte a S. Benedetto, fondatore del monastero, mentre quelle alla Chiesa Romana venivano fatte  a San Pietro, primo vescovo. 
Al di là dei motivi spirituali, c’erano sempre dei motivi molto pratici ed opportunistici, soprattutto quando a donare era semplici cittadini. Essi preferivano donare il loro pezzo di terra ad un ente ecclesiastico, soprattutto ad un monastero, perché avevano la garanzia di un potente protettorato e un trattamento più umano come coloni.
L’abbazia di Montecassino  e quella di San Vincenzo al Volturno, a volte in antagonismo tra loro, divennero le stupende cittadelle monastiche che conosciamo, grazie a cospicue donazioni di privati  e di re che le resero incredibilmente ricche e latifondiste, anticipando di qualche tempo il feudalesimo.
Il territorio carinolese non sfuggì a questa pratica che si estese per tutto il medioevo e, sul nostro territorio, diverse furono le proprietà appartenenti alle due abbazie.
c.d.l. 

Alcuni testi consultati
Baus Karl e Ewig Eugen – Storia della Chiesa – vol. II, Milano, 1977
Federici V. (a cura di) Chronicon Vulturmense del monaco Giovanni  - I, II, III – Roma, 1938
Gregorio Magno ( a cura di Simonetti e Pricoco) – Dialoghi: storie di santi e di diavoli –   vol. II, libri III e IV, Milano, 2006
Gregorio Magno (San) – Vita di San Benedetto e la regola – stampa dei pp benedettini di Subiaco, Roma, 1975
Leone Marsicano (a cura di F.Aceto e V. Lucherini) – Cronaca di Montecassino 
Melani Gaudenzio – Il monachesimo orientale – Jerusalem, 1970
Milano, 2001
Roma, 1925
Vaucez Andrè – La spiritualità dell’occidente medievale – Milano, 2006

lunedì 14 novembre 2011

Martino, il Solitario del Monte Massico


Ventaroli - Basilica di Foro Claudio - S. Martino

   *Aggiornato il 23 Luglio 2012 


Forse non si chiamava Martino, ma Marco o Marciano, come possiamo ritrovare in diverse fonti del passato. Personalmente, opterei per Marciano perché a Casanova  esiste una zona agreste, proprio ai piede della montagna e lungo la strada che porta alla Piana di S. Martino, che ancora viene chiamata S. Marciano. Se così fosse, quel toponimo che non sono mai riuscita a spiegarmi, avrebbe la sua ragione d’essere. Il nome Martino gli sarebbe  stato imposto dal Pontefice stesso (Anastasio II? Simmaco?) al momento del battesimo per segnare il radicale cambiamento di rotta della sua vita, dal paganesimo al cristianesimo.

Non doveva essere una persona di poco conto se il battesimo lo prese per mano dello stesso Pontefice, ma non abbiamo molte notizie su di lui. Della vita di questo santo sappiamo qualcosa grazie alle ricerche di alcuni studiosi del passato e locali ma, per capire e apprezzare meglio la sua figura, bisogna inquadrarla in quel processo di cristianizzazione dei primi secoli che contribuì a ridisegnare lo stile di vita di tutta la penisola italica, sia con un modo nuovo e personalissimo di vivere la nuova fede, sia con l’organizzazione di una gerarchia che sapesse venire incontro alle nuove esigenze.
Il cristianesimo, camminando lungo le più importanti vie di comunicazione del tempo, penetrava nelle città, nelle campagne e diffondeva i vari modi di viverlo proveniente dal vicino oriente. Ad esso venivano eretti i primi luoghi di culto per accogliere i neofiti, istituite le prime diocesi, ma assistiamo anche alla diffusione del monachesimo che, dai deserti d’Egitto, della Siria e della Palestina, arrivò in Occidente e si andò sempre più affermando, fino a diventare una forza basilare del cristianesimo occidentale.  Dapprima si manifestò in forme di vita molto semplici, che riguardavano il singolo, poi si trasformò in forme di vita organizzata che riguardavano intere comunità di monaci.

Il monachòs, secondo la concezione orientale affermatasi in Italia verso il IV secolo ad opera del vescovo alessandrino Atanasio, era colui che viveva solo, in luoghi deserti; colui che, lottando ogni giorno per la sua stessa sopravvivenza contro ogni sorta di disagi e di privazioni, dava testimonianza alla legge di Dio. Grazie a questa concezione, assistiamo, in Italia, al fiorire di eremiti che si isolavano dal resto del mondo per vivere il proprio ascetismo. Le grotte dei monti diventarono luoghi di accoglienza di questi “solitari” e l’intera penisola italiana si punteggiò di grotte della fede”.

L’esperienza eremitica ebbe, in quelle personalità particolarmente votate all’alta spiritualità, risposte diverse.  
In Benedetto da Norcia fece nascere la “voglia di fare” che lo spinse a fondare le prime comunità monastiche, a Subiaco e a Montecassino; in Martino consolidò  invece il bisogno di ascesi, e quindi di isolamento, per meglio meditare i misteri divini. L’incontro, (a Montecassino, dove sembra avesse preso dimora Martino inizialmente) di queste due sensibilità spirituali, così simili e così diverse, non poteva che produrre una sola cosa: l’amore  e il rispetto reciproco, che poi si trasformò in santità in entrambi.
Benedetto non abbandonò il suo amico Martino che si era spostato sul Monte Massico per ritrovare là quella solitudine che aveva perso con il suo arrivo, ma dal messaggio che  gli mandò, quando seppe che Martino si era incatenato un piede ad un masso per limitare al massimo il suo raggio d’azione e mortificarsi, possiamo comprendere la diversa evoluzione spirituale dell’esperienza eremitica dei due. Quel “non una catena di ferro, ma la catena di Cristo ti deve incatenare a Dio” rivela in Benedetto il totale superamento della fase eremitica e l’inizio di quella comunitaria; Martino è invece ancora impregnato di monachesimo primitivo che non supererà mai, nonostante la sua apertura verso gli altri. Ma questo, non è certamente un ostacolo alla sua indiscussa santità.
                                                                                                              c.d.l.



 Alcuni testi consultati

AA. VV. – Raccolta di Rassegna Storica dei Comuni – vol. 17, Studi Atellani, 2003
Ambrosiani A.- Zerbi P. - Problemi di Storia medioevale – Milano, 1977
De Stasio M. e Iannettone G – Bernardus episcopus calinensis in Campania Felice – Napoli,1988
Gregorio Magno ( a cura di Simonetti e Pricoco) – Dialoghi: storie di santi e di diavoli –   vol. II, libri III e IV, Milano, 2006
Gregorio Magno – Vita di San Benedetto e la Regola – Roma, 1975
Jannelli Gabriele – Sacra Guida ovvero descrizione storica artistica letteraria della chiesa cattedrale di Capua – Napoli, 1858
Moroni Gaetano – Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica – vol. 63, Venezia, 1853
Mugolino Giovanni – Santi eremiti italogreci: grotte e chiese rupestri in Calabria -  Catanzaro, 2002
Penco Gregorio – Storia del monachesimo in Italia: dalle origini alla fine del medioevo – Milano, 1983
Zannini Ugo e Guadagno Giuseppe – S. Martino e S. Bernardo – Minturno, 1997






2° approfondimento al Concilio di Sinuessa: note passio sanctorum Casti et Secondini –

Napoli - Catacombe di San Gennaro
Trascrivo le note n. 6 e n. 8 dello studio di Ugo Zannini che ritengo molto esplicative.

*****

Sotto il nome di Casto sono ricordati in Campania  numerosi vescovi della prima cristianità. Certo c’è da dire che la confusione regna sovrana e reduplicazioni e sovrapposizioni sono quanto mai probabili. Ad un Casto vescovo del III secolo a Benevento, si aggiunge un omonimo vescovo di Calvi martirizzato a Sinuessa nel 66 d.C. che non è però il vescovo di Sessa Aurunca  perché questi sarebbe stato martirizzato insieme a Secondino, sì a Sinuessa, ma  nel 292 d.C.
Oltre che insieme a Secondino, Casto lo troviamo in coppia con Cassio sempre in Campania e nel Lazio. 

In quel di Sessa sarebbero state trovate le tombe dei SS. Casto e Secondino. In verità tale asserzione non appare confortata da prove inconfutabili. Cosimo Storniolo afferma, a seguito di  ispezione in loco, di essere convinto che il cimitero cristiano ritrovato a Sessa Aurunca era anche il luogo di sepoltura dei SS. Casto e Secondino […].  Secondo il Testini, per l’identificazione  della tomba di un martire che almeno uno dei seguenti elementi debba provare inconfutabilmente: 1) Presenza di una cappella o basilica presso o sul sepolcro ancora integro; 2) Iscrizione in situ; 3) Graffiti tracciati sull’intonaco delle pareti della cripta o della basilica sotterranea e sui muri prossimi alla tomba del martire; 4) Altare eretto in onore del Santo; 5) Eventuali pitture raffiguranti il Santo o presenza di elementi architettonici attestanti il culto (scale di accesso per i visitatori ecc.). A ben osservare, nessuno di questi elementi è testimoniato con chiarezza a Sessa Aurunca. L' ubicazione  in questo sito della chiesa dedicata a  S. Casto, che tra l’altro è ricordata nella Bolla di Atenulfo e nelle Rationes Decimarum poi, non è cosa certa neanche per gli storici locali. 

Non può sfuggire a tal proposito come le chiese di S. Casto e S. Secondino siano riportate, nei due predetti documenti, separatamente mentre sarebbe stato più logico trovare una chiesa martoriale con la doppia denominazione. Non vi sono, poi, né graffiti, né altari e né  le pitture medioevali e rinascimentali sono in grado di offrirci alcun dato; infine, il ritrovamento dei resti di un sarcofago non dimostra alcunché  in quanto esso è pre-cristiano ed evidentemente riutilizzato. L’unica prova, che questo cimitero cristiano fosse sorto presso le tombe  martoriali dei SS. Casto e Secondino, era un’ iscrizione riportata dal solo De Masi (alla p. 244 del suo libro: CORPORA SS. MARTYRUM CASTI CIVIS/ ET EPI SUESSANI, ET SECUNDINI  EPI/ SINUESSANI HIC REQUIESCUNT/ IN DOMINO). Pur volendo ritenere fededegna la notizia del De Masi, va precisato che la formula utilizzata nell’ iscrizione non è ascrivibile al IV-V secolo d.C. ma sicuramente è successiva. La notizia che vuole S. Casto cittadino di Suessa poi, è palesemente attinta dalla passio che è un terminus ante quem non. 

Va poi considerato che le due iscrizioni riportate dal Menna (II p. 53) che si conservano  scolpite  sugli scalini dell’atrio della chiesa cattedrale di Carinola, oggi non più esistenti, ci attestano una tradizione diversa e forse più antica: OSSA. MARTYRIS. CASSII / EPISCOPI. SINUESSANI HIC IN PACE / QUIESCUNT. e
CORPUS. MARTYRIS. SECUNDINI. / EPISCOPI. SINUESSANI. HEIC./ REQUIESCIT. IN. DOMINO.  In questo caso, non troviamo in coppia Casto e Secondino, ma ambedue vescovi di Sinuessa presenti, però, in due distinte epigrafi. Anche questa evidenza sembra confermare quella intuizione che avevano avuto i Bollandisti (AA.SS., Julii, I, p.20) e di cui successivamente Lanzoni  tratterà più ampiamente: Casto, Casto e Secondini sono martiri africani; successivamente il loro culto si diffonde in Campania e infine gli agiografi dell’XI-XII secolo li fanno diventare martiri campani. Il ricordo della loro originaria comune provenienza è rimasta testimoniata, a nostro avviso, anche nelle diverse tradizioni che vedono questa triade presente a coppie variabili:
-         Cassio/ Casto (Passio sanctorum Cassi et Casti);
-         Casto/Secondino (Passio sanctorum Casti et Secondini);
-         Cassio e Secondino (Menna 1848, II, p. 53).

 Da: Ugo Zannini
La scomparsa di Sinuessa e l’invenzione del suo episcopato  

Alcuni testi consultati dall’autore                         

Acta  sanctorum, Julii I - Parigi 1719
Ambrasi D. in Bibliotheca Sanctorum -coll. 811-812
Balducci A. in Bibliotheca Sanctorum - coll. 935-940
De Masi T.- Memorie istoriche degli Aurunci antichissimi popoli dell'Italia e delle loro principali città Aurunca e Sessa - Napoli, 1761
Di Silvestro L.- Diocesi di Sessa Aurunca. Il cammino della Chiesa locale dalle origini al 1939 - Sessa Aurunca, 1996
Lanzoni F. – Le diocesi d’ Italia dalle origini al principio del secolo VII – Faenza, 1927
Mazzeo F. - Il complesso cimiteriale dei Santi Casto e Secondino in Sessa Aurunca - in Fede e Cultura, 1, Sessa Aurunca, 1987-1989
Menna Luca - Saggio istorico ossia piccola raccolta dell'istoria antica e moderna della città di Carinola in Terra di Lavoro - Aversa, 1848 (rist. a cura di Adele Marini Ceraldi, Napoli 1970)
Stornaiolo C.- Conferenze di archeologia cristiana. anno XXII, 1896-1897 in Nuovo Bullettino di archeologia cristiana, III, Roma, 1897
Testini P. - Acheologia Cristiana - Bari, 1980
Ughelli F. Italia Sacra, vol X - Venezia 1790 
Zona M.- Il santuario caleno - Napoli, 1809


domenica 13 novembre 2011

1° approfondimento al Concilio di Sinuessa: Passio sanctorum Casti et Secondini


L' approfondimento che segue è un interessante  studio di Ugo Zannini, La scomparsa di Sinuessa e l’invenzione del suo episcopato, pubblicato sulla Rivista Storica del Sannio, 23, 3^ serie – anno XII. Le stesse note a piè di questo articolo sono un ulteriore approfondimento dell’argomento in oggetto per cui, per una miglior lettura, le trascriverò come articolo  a parte.

******

Nella passio sanctorum Casti et Secondini (5) si narra la storia dei due martiri, appunto Casto (6) e Secondino (7), il primo vescovo di Sessa Aurunca (8) ed il secondo di Sinuessa, imprigionati e torturati dal preside Curvus, il quale pur avendo assistito  ai numerosi miracoli di questi santi, infligge loro ogni sorta di sofferenze. Il preside, però, prima di vedere morti i santi Casto e Secondino perirà sotto le macerie del tempio di Apollo. Solo dopo questo evento voluto da Dio sarà possibile ai “cultori degli idoli” uccidere, nel 292 presso Sinuessa, i santi trafiggendoli con la spada.
La passio, però, se analizzata attentamente, risulta essere stata composta in un tempo relativamente recente (XI sec.), comunque lontanissima dai presunti avvenimenti del III secolo d.C. Il genere letterario è ben noto agli agiografi moderni: la prolissità è in simbiosi con un racconto dai toni drammatici in cui l’elemento prodigioso sovrabbonda senza necessità e verosimiglianza. Ci troviamo, cioè,  di fronte a quelle vite “romanzate” in cui il biografo, a corto di dati sul santo, era costretto a scriverne la storia immaginandosi le persecuzioni, le scene del tribunale, il supplizio ecc.
E’ innegabile, però, che il culto nei confronti dei santi doveva essere molto vivo in quei secoli nella Campania settentrionale se il biografo sente la necessità di redigere una loro vita. Testimonianza ne sono le chiese a loro dedicate che si desumono, ad esempio, dalle Rationes decimarum e dalle visite ad sacra limina delle diocesi sia di Carinola che di Sessa Aurunca. Autorevoli studiosi hanno avanzato l’ipotesi, però, che i santi Casto e Secondino non siano stati martiri locali, ma culti di santi importati dall’Africa (F. Lanzoni). Nel III secolo, infatti, vengono martirizzati in Africa Cassio, Casto e Secondino e conseguentemente i loro culti irradiati in Campania.
Qualcuno potrebbe pensare che ciò è il riflesso di quanto tramandatoci nella vita di S. Castrese in cui si narra di un gruppo di santi, tra cui anche Secondino, abbandonati al largo del mare nostrum dai persecutori africani in una nave rotta e sfasciata che approda incolume, per volere divino, nei lidi campani.
Così non è.
La vita di S. Castrese è un altro di quei “romanzi” agiografici medioevali  in cui non c’è nulla di attendibile: un falso composto nella prima metà del secolo XII.
Se quindi la passio di S. Casto e S. Secondino è un falso, è evidente che non abbiamo nessuna prova che quest’ultimo sia stato un vescovo sinuessano , né che nel III secolo d.C. esistesse a Sinuessa una sede episcopale.

Da: Ugo Zannini
La scomparsa di Sinuessa e l’invenzione del suo episcopato

Alcuni testi consultati dall'autore 

Acta  sanctorum, Julii I - Parigi 1719
Ambrasi D. in Bibliotheca Sanctorum -coll. 811-812
Balducci A. in Bibliotheca Sanctorum - coll. 935-940
De Masi T.- Memorie istoriche degli Aurunci antichissimi popoli dell'Italia e delle loro principali città Aurunca e Sessa - Napoli, 1761
Di Silvestro L.- Diocesi di Sessa Aurunca. Il cammino della Chiesa locale dalle origini al 1939 - Sessa Aurunca, 1996
Mazzeo F. - Il complesso cimiteriale dei Santi Casto e Secondino in Sessa Aurunca - in Fede e Cultura, 1, Sessa Aurunca, 1987-1989
Menna Luca - Saggio istorico ossia piccola raccolta dell'istoria antica e moderna della città di Carinola in Terra di Lavoro - Aversa, 1848 (rist. a cura di Adele Marini Ceraldi, Napoli 1970)
Stornaiolo C.- Conferenze di archeologia cristiana. anno XXII, 1896-1897 in Nuovo Bullettino di archeologia cristiana, III, Roma, 1897
Testini P. - Acheologia Cristiana - Bari, 1980
Ughelli F. Italia Sacra, vol X - Venezia 1790 
Zona M.- Il santuario caleno - Napoli, 1809




lunedì 7 novembre 2011

Il Concilio di Sinuessa

Resti di Sinuessa


* Aggiornato il 1 luglio 2012


Lantica città di Sinuessa è venuta a trovarsi più volte  nel pieno di una discussione storica che ancora non è stata definitivamente chiarita: è effettivamente esistito  un episcopato  sinuessano o si è trattato  solo di una montatura storica?  Molti sono stati gli studiosi che hanno accolto la tesi dell’esistenza di una diocesi a Sinuessa, altri studiosi l’hanno caldamente respinta. Ma andiamo per gradi.


Furono forse gli onnipresenti Pelasgi a fondare l’ antica Sinope, più tardi divenuta colonia romana col nome di Sinuessa. Secondo lo storico greco Strabone, la città fu  fondata da coloni provenienti dalla Tessaglia, gli Aminei, che la chiamarono Sinope per la molle sinuosità della costa su cui sorse e che per primi iniziarono la coltivazione della vite e che più tardi rese celebre il vino Falerno
Nel 296 a.C. arrivarono i romani e ne fecero una colonia marittima, gemella della vicina Minturnae,  e ne cambiarono il nome in Sinuessa, dal nome della nutrice di Nettuno, Sinoessa.  
La funzione principale della colonia era quella di controllo del territorio e di  difesa dagli attacchi dei Sanniti, ma l’ ubicazione sulla via Appia, il porto e le salutari acque sulfuree fecero sì che essa diventasse ben presto città di supremazia commerciale dell' area e luogo di villeggiatura del patriziato romano.
A Sinuessa affluivano tutte produzioni della Campania settentrionale per essere ridistribuite altrove. Vi affluiva soprattutto  la produzione vinicola del Falerno per essere esportata verso la capitale. 
Secondo Nugnes, qui morì l’imperatore Claudio, e non a Roma come comunemente si crede, avvelenato dalla  consorte Agrippina che volle così assicurare l’impero a Nerone, suo figlio di primo letto. Nel 69 d.C. vi morì anche il feroce Tigellino, ministro di Nerone.     

L'abbandono di Sinuessa non fu un fenomeno rapido, ma un fenomeno che richiese del tempo e a cui contribuirono diverse concause. Una di queste fu senz'altro un aggiramento della via Appia a favore di Suessa Aurunca che fece perdere a Sinuessa  la sua posizione di supremazia  commerciale e ne favorì l'abbandono. A questa causa economica vanno aggiunti  i notevoli  fenomeni di bradisismo che interessavano la zona e che dimezzarono di molto l'attività commerciale, ma anche i continui assalti delle feroci bande barbariche che ormai scorrazzavano lungo la penisola. La città fu probabilmente abbandonata definitivamente verso la fine del V sec. a causa delle strutture portuali rese inutilizzabili dall’insabbiamento (Eliodoro Savino). 


Tra i ruderi della città, nei secoli passati fu scoperta una lapide marmorea con un epigramma in greco attribuito al poeta Pompeo Teofane Giuniore e tradotto in latino dall' Abate Ottaviani:
Litoribus finitimam Sinuessanis Venerem
Hospes, rursus pelago cerne egredientem.
Templa mihi collucent per Eonem, quan olim sinu
Drusi, et uxoris enutrivit delicium domus.
Morum vero suadela, et desiderium abstraxit illius
Totus locus hilari aptus laetitiae,
Bacchi enim sedibus me contubernalem coronavit,
Ad me calicum tumorem attrahens.
Fontes vero circa pedem scatent lavacrorum,
Quos meus filius urit cum igne natans.
Ne me frustra, hostites, praetereatis vicinam
Mari, et Nymphis Venerem, et Baccho.

Eone,  ancella o liberta di Druso ed Antonia, eresse un tempio a Venere per mettere sotto la sua protezione i commerci che in questa città aveva, tra cui terme ed alberghi, e invita gli ospiti ad onorare, con Ciprigna e Bacco, le Ninfe della salute di queste acque sinuessane. La statua della Venere posta nel tempio rappresentava la dea che emergeva dalle acque e perciò fu detta Anadiomene, o marina.
Come ben sappiamo, la Venere di cui parla l'epigramma, fu rinvenuta nel 1911 duranti dei lavori di sterro. Dopo una breve sosta  al Museo Civico Archeologico "Biagio Greco" di Mondragone, ora è conservata al Museo Archeologico di Napoli.
 
Non si sa molto dell’evoluzione che la colonia subì dopo il periodo romano. Molti studiosi ci raccontano alcuni avvenimenti legati ad una supposta diocesi di Sinuessa, basandosi su documenti che probabilmente sono dei falsi medioevali, come disserta il nostro  Ugo Zannini in un suo studio molto interessante.

Lo studioso del XVII secolo Cesare Baronio, nei suoi Annali Ecclesiastici, è molto minuzioso nell’esporre le vicende legate a Marcellino papa, avvenute durante la feroce persecuzione di Diocleziano contro i cristiani. 
Il Baronio ci dice che all’anno 303 di Diocleziano sono datati gli atti di un concilio fatto a Sinuessa contro papa Marcellino I, accusato da due presbiteri e un diacono di aver incensato agli dei pagani così come imposto da un editto dell’imperatore. Il concilio si svolse nella Grotta di Cleopatra, nei pressi di Sinuessa, perchè tutte le chiese cristiane erano state distrutte e bruciate per ordine imperiale. Nella grotta si radunarono 300 vescovi, cinquanta per volta al giorno, secondo la capienza del luogo. In un primo tempo Marcellino negò la sua colpa, ma poi fu costretto ad ammetterla e chiese ai vescovi di giudicarlo.  La risposta definitiva dei vescovi riportata negli atti fu: prima sedes non iudicabitur a quoquam, la prima sede non può essere giudicata da alcuno.
Gli atti terminano dicendo che Diocleziano, saputo di questo Concilio in cui si erano radunati 300 vescovi, trenta preti e tre diaconi della chiesa romana, ne fece martirizzare molti di loro.

Se si accoglie la tesi che questi documenti siano dei falsi storici, allora sorge una domanda molto spontanea. Qual’era lo scopo di queste falsificazioni documentarie? Cosa volevano provare?
Due sono le posizioni che circolavano tra gli studiosi. La prima asseriva che furono i donatisti, zelanti scismatici, il cui ideale era una chiesa che soffre e il totale distacco  del clero dalla politica, a confezionare la storia del Concilio di Sinuessa al fine di sostenere il loro pensiero. La seconda tesi riguardava l’affermazione dell' infallibilità papale che non può e non deve essere giudicata da alcuno di inferiore posizione.

Anche le notizie riguardanti i martiri della supposta chiesa sinuessana e quella sessana, S. Casto e Secondino, potrebbero non essere veritiere, ma studi specifici al riguardo ci chiariranno meglio le idee.
 
 c.d.l.
Alcuni testi consultati

Joannes Bollandus - Acta Sanctorum Maii – vol. 18 -  Roma. 1866
Acta Sanctorum Martii – vol. 6  - ? -1668
Acta Sanctorum Julii  -  vol. I,  Parigi, 1719
Arthur Paul – Romans in Northern Campania – Rome, 1991
Baronio Cesare - Annali ecclesiastici – vol. I,  Roma, 1656
Citti Francesco – Orazio, invito a Torquato – Bari, 1994
Corcia Nicola - Storia delle Due Sicilie dall'antichità più remota al 1789, vol 2 - Napoli, 1845
De Luca Giuseppe – L’Italia meridionale o l’antico Reame delle Due Sicilie – Napoli, 1860
Giannone Pietro – Istoria civile del Regno di Napoli – Italia, 1821
Odescalchi Carlo – Difesa della causa di S. Marcellino I – Roma 1819
Romanelli Domenico – Antica topografia istorica del Regno di Napoli – Napoli, 1818
Salzano Maestro – Corso di storia ecclesiastica – Milano, 1856        
Savino Eliodoro – La Campania tardoantica – Bari, 2005
Vacca Salvatore – Prima sedes a nemine iudicatur -  Roma, 1993
Zaccaria Francesco A. –  Raccolta di dissertazioni di storia ecclesiastica -  Vol II – Roma, 1840
Zannini Ugo – La scomparsa di Sinuessa e l’invenzione del suo episcopato – in Rivista Storica del Sannio 23 - Napoli, 2005


domenica 6 novembre 2011

I primi secoli della cristianità: l'improbabile diocesi di Foro Claudio

Basilica di Foro Claudio - Facciata anteriore
* Aggiornato il 16 giugno 2012.
* Aggiornato il 16 agosto 2012
* Aggiornato il 18 febbraio 2015


Quando Carinola non esisteva ancora, Foro Claudio esisteva già qualche secolo, probabilmente con un nome diverso. In mancanza di documenti certi sulla sua origine, si è potuto solo dare adito a speculazioni. Alcuni studiosi del XVII - XIX secolo ritengono che furono i Pelasgi a fondarla con il nome di Caleno, più tardi applicato a Carinola, e altri ancora la vogliono fondata dai Sanniti. Anche il suo attuale nome è incerto: alcuni ritengono che la denominazione Forum Claudii sia di origine medievale, richiamando un mercato che  là si teneva, e che niente abbia a che fare col suo nome originario; altri ritengono che sia proprio quello il nome originario. L'unica certezza la danno le notevoli rimanenze romane disseminate su un'area abbastanza vasta e che ci dicono che  sicuramente fu un importante centro romano.  
L’archeologo tedesco G. Radke vuole che il nome originario fosse proprio Forum Claudii e lega la sua fondazione alla realizzazione della via Appia, passata nei pressi, e  al console Appio Claudio Cieco che dell’ Appia volle la costruzione.  Più tardi, dopo aver esaurito la sua funzione di agglomerato urbano,  e per cause legate alla caduta dell'impero romano d'occidente e alle prime invasioni barbariche, Forum Claudii  fu abbandonata. La natura la ricoprì di terra e di vegetazione  e cadde nell’oblio. L’unica testimonianza di una vita comunitaria in zona rimase la Basilica, chiamata nel corso dei secoli in vari modi: Santa Maria in Calena, Santa Maria de EpiscopioSanta Maria in Valle D’oro e il più usato Santa Maria in Foro Claudio. L'appellativo Santa Maria in Calena lo troviamo in un documento di Riccardo, Conte di Carinola  del 1114, insieme ad altre notizie molto interessanti:
"...tradimus, concedimus ac confirmamus in ecclesia vucabulo sancte Dei genitricis Marie foras huius  Calene civitatis sita in locu ubi nuncupatur "ad illum Mercatum que Deo adiuvante, a domina Anna genitrice mea Karissima, constructa esse videtur a novo fundamine et hoc pro mercede et redemptione animae mee et anime quondam bone memorie domini Bartholomei comitis mei genitoris, hoc est integram unam petiam terra et presa et casa que est  intus civitatem Caleni,  insimul cum integre septem petias terre site infra nostro comitatu... de quorum due ... in loco ubi nominatur Riellu et quinque ubi nominatur Sala... Riellu habet  hos fines: de uno latere est finis terra Gemme uxori cuiusdam Petri Rigi.... de alio latere est finis terre Iohannis Frunzi et terra ecclesie episcopalis Sancte Marie de Calvo;  aliud caput tenet in terra Johannis Gustabili et terra ecclesie episcopio Sancti Johannis ... terra que est in loco Sala habet hos fines: de uno latere est finis  terra Sansonis, de alio latere  est finis terra Sancti Johannis de Patriczano..."
+ Ego qui supra Richardus comes
+ Ego Petrus ca...s
+ Ego Albericus iudex
+ Ego Leo clericus et notarius iussu prephati  domini mei Richardi comitis, scipsi (scripsi) in anno dominice incarnationes  millesimo et quarto decimo.
Menses februarii indictione octava
 
Pur non potendo usufruire delle tecniche e delle conoscenze moderne, gli storici dei secoli passati,  hanno cercato di controllare a fondo la storicità del luogo, speculando sulle informazioni che venivano dagli autori latini. Qualcuno si è molto avvicinato alla conoscenza che attualmente abbiamo del sito, altri hanno preso delle grosse cantonate, però a tutti va il merito di aver cercato di sviscerare una verità nascosta da secoli di oblìo e di abbandono.
Giovanni Rampoldi parla di un’antica città di nome Carini appartenuta ai sanniti e poi chiamata Foro Claudio dai romani per il console Caio Lucio Claudio, confondendo però il sito occupato da questa presunta città con quello di Carinola. Oggi, ben sappiamo che Foro Claudio non era  l’attuale Carinola ma tutt' altra città, anche se poco lontana.
Camillo Pellegrino, che disserta a lungo sul sito, per un bel po’ pensa che Foro Popilio e Foro Claudio siano la stessa città chiamata in due modi diversi in periodi diversi.  Ci pensa Michele Monaco, biografo di San Bernardo, a spazzare via il suo errore.
Sulla scia del Pellegrino, anche altri autori quali il Pratilli e il Moroni, ritengono  che l’attuale volgarmente detta Civitarotta (Foro Popilio) si riferisse a Foro Claudio.

In modifica


c.d.l.

Alcuni testi consultati
Brodella don Amato - Storia della Diocesi di Carinola - Marina di Minturno, 2005
Cappelletti Giuseppe – Le chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni – vol 20 – Venezia, 1866
Corcia Nicola – Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789 – Napoli, 1852
Dempster Thomas -  De Etruria Regali - Firenze, 1724
Gregorio Magno -  Gregori I papae Registrum epistolarum: epistolarum tomi -1893
Guadagno Giuseppe (a cura di) Storia economia ed architettura nell’Ager Falernus, Minturno, 1987
Menna Luca  (a cura di Adele Marini Ceraldi) -  Saggio istorico della città di Carinola - 2002
Moroni Gaetano – Dizionario di erudizione storico ecclesiastico da S. Pietro ai nostri giorni -  vol. 63, Venezia, 1853
Rampolli Giovanni – Corografia dell’Italia – vol. I – Milano, 1832
Ughelli Ferdinando – Italia Sacra -  seconda edizione, Venezia, 1717
Vannucci Atto – Storia d’Italia dai tempi più antichi fino all’invasione dei Longobardi, Firenze 1855
Zannini Ugo – (a cura di) La via Appia attraverso i secoli – Napoli, 2002
Zannini Ugo – I Fora in Italia – Casolla, 2009
Zuccagnini-Orlandini Attilio – Corografia fisica,storica e statistica dell’Italia… Firenze, 1844