venerdì 2 settembre 2016

Gli ultimi sovrani angioini: Giovanna I

Giovanna I d'Angiò regina di Napoli

* aggiornato il 18 settembre 2016
Roberto d’Angiò, con ponderatezza e prudenza aveva fatto grande il Regno di Napoli; i suoi discendenti e nipoti, GiovannaI, Ladislao e Giovanna II, con leggerezza ed incoscienza contribuirono a perderlo. Lo storico Filippo Maria Pagano traccia un breve, ma efficace ritratto degli ultimi tre reali angioini.
Giovanna I, giovane ed inesperta, passò il suo tempo a difendersi dall’attacco e dalla tirannia dei magistrati e dei baroni, dal cognato Luigi d’Ungheria a cui aveva uccidere il fratello Andrea, suo marito e persino dal suo erede e nipote Carlo di Durazzzo. Il suo regno fu caratterizzato dalle guerre civili e dall’anarchia. Non fidandosi dei prepotenti baroni che pur dovevano militi e servizio militare alla Corona, Giovanna fu la prima ad assoldare nel Regno i capitani di ventura con le loro compagini di soldati mercenari, aggravando il Regno di ulteriori spese. E fu per far fronte a queste nuove spese che la Corona iniziò a vendere feudi che, prima, venivano regalati a militi meritevoli.
Ladislao, vendicativo e divorato da cieca ambizione, mosse guerra a tutto e tutti pur di ottenere quello che voleva e  per ottenerlo cominciò a vendere città e terre demaniali tolte ai ribelli ed anche agli amici.
Giovanna II, pur cercando di governare il suo Regno con leggi abbastanza giuste, si lasciava dominare facilmente dai suoi favoriti e se da una parte aiutava, dall’altra opprimeva. E fu proprio  la    sua debolezza a lasciarsi condizionare dagli altri che mise il punto alla dinastia angioina.
Ma il gene che accomunava questi tre sovrani era senza dubbio quello della libidine. I loro appetiti sessuali erano insaziabili e per essi sacrificarono mariti, mogli ed amanti.
Eppure il popolo napoletano, sempre tollerante,  amava questi tre infelici viziosi e, come un padre, li rimproverava e biasimava, ma li proteggeva a spada tratta.


*******

Qualche giustificazione al suo scriteriato modo di fare Giovanna I ce l’ha. Diventata regina a 16 anni, alla morte del nonno Roberto avvenuta nel 1343, era decisamente troppo giovane ed inesperta per governare un regno grande e complesso come quello di Napoli. Inoltre era una delle  primissime donne a  regnare per diritto ereditario in un mondo di maschi e questo non lavorava certo a suo favore.

Nonno Roberto tutto questo lo sapeva perciò era stato previdente ed aveva pensato a tutto. O almeno ci aveva provato. Aveva cercato di proteggerla, inutilmente devo dire, da tutti i lati, organizzando per lei il matrimonio col parente Andrea d’Ungheria, fratello di Luigi, re d’Ungheria a cui aveva promesso l’altra nipote, Maria, sorella di Giovanna, matrimonio che però non avvenne mai. 
Con il   matrimonio di Giovanna ed Andrea, Roberto aveva voluto proteggere la nipote da possibili  e legittime rivendicazioni al Regno di Napoli da parte dei parenti ungheresi, estromessi a suo tempo proprio a causa della sua elezione a re, e aveva voluto affiancarle un uomo che sapesse difendere lei e il regno dagli attacchi e dalle ben note prepotenze e manipolazioni dei baroni. Tuttavia, per meglio difendere la nipote dalle mire espansionistiche dei parenti ungheresi, Roberto mise una clausola al suo testamento: che il regno sarebbe stato di Giovanna e non di suo marito, il quale aveva diritto solo al titolo di principe consorte. 

Ma la politica è una cosa e l’amore un’altra e non sempre è possibile conciliarle.   

Andrea non era certo il bel principe delle favole e Giovanna, bella, colta e signorile, non poteva innamorarsi di un uomo rozzo, ignorante e  tracagnotto quale era Andrea, il quale se ne andava sempre in giro con una torma di ungheresi simili a lui. Giacere nello stesso letto con un uomo così non doveva essere per niente piacevole per Giovanna e il loro matrimonio fu abbastanza infelice, nonostante la nascita del figlio Carlo. In realtà Giovanna era da sempre innamorata di Luigi di Taranto, un altro cugino con cui aveva invece molto in comune.   

Di questa infelice unione reale cercarono di approfittarne molti uomini che volevano guadagnare un regno e molte mamme di palazzo, intriganti e pettegole, che non aspettavano altro che vedere sul capo dei loro figli la corona di re e loro stesse salire uno scalino della scala reale. 
Luigi di Taranto, consapevole delle simpatie che la regina aveva per lui, con l’aiuto della mamma Caterina di Valois Courtenay riuscì a ficcarsi nel letto della regina  e a rimanerci, diventando suo amante e poi marito.  

L’altro furbone fu Carlo d’ Angiò Durazzo, il quale seguì anche lui un piano strategico architettato dalla sua intrigantissima madre, Agnese di Perigord, e da Filippa la Catanese, governante di Giovanna, e su loro consiglio, rapì e sposò clandestinamente Maria, sorella di Giovanna. Infatti, secondo il volere di nonno Roberto, se Giovanna fosse morta senza eredi, Maria sarebbe diventata regina e il marito principe consorte. Probabilmente Carlo voleva fare in modo che le cose andassero proprio in quel verso. 
Questo rapimento non suscitò nessuno reazione da parte di Luigi d’Ungheria, promesso sposo di Maria,  semplicemente perché egli stesso, contravvenendo ai patti, si era sposato con Margherita di Boemia.

Ad Andrea d’Ungheria, però, non andava giù il fatto di dover essere semplicemente principe consorte: la sua ambizione era di diventare re. Si diede tanto da fare presso la corte pontificia che ottenne dal papa Urbano VI l’invio di un suo Legato a Napoli perché lo incoronasse re. Con questa mossa Andrea firmò la sua condanna. Giovanna non poteva permettere l’usurpazione del regno da parte degli insolenti ungheresi, così come non potevano permetterlo tutti quelli che speravano di prendere il posto di Andrea accanto alla regina. E fu congiura.

Con la scusa di una battuta di caccia, la corte si portò ad Aversa dove Andrea, durante la notte, fu tirato fuori dal letto con una scusa e strangolato, il suo corpo gettato da una finestra. Era il 18 Settembre del 1345.

Nonostante si dichiarasse innocente di questo delitto, Giovanna non fu creduta da nessuno e lei,  per togliersi dai guai o per vera innocenza, ordinò al Gran Giustiziere, che allora era Bertrando del Balzo, di catturare i colpevoli e punirli duramente.  I colpevoli furono subito individuati nella famiglia  della Catanese, governante di Giovanna,  una ex lavandaia che una serie di fortunate congiunture e   abili maneggi avevano portato in alto. Furono subito imprigionati la stessa Filippa;  suo figlio Roberto Cabano, che era riuscito a diventare gran siniscalco grazie alla scaltrezza di sua madre; la nipote Sancha Cabano, molto intima di Giovanna e che della defunta regina Sancha aveva il nome. 

Secondo lo storico Francesco Ceva Grimaldi, la congiura fu infatti ordita dalla Catanese alle spalle della regina per la segreta speranza che ella sposasse proprio suo figlio Roberto. Ma non tutti gli storici consultati sono concordi sull’innocenza della regina e sulla sua estraneità al fatto; alcuni la reputano parte rilevante di questa congiura.

Dopo l'arresto dei suoi amici,  Giovanna, memore dei tanti momenti belli vissuti con loro, fece chiedere al Gran Giustiziere di non giustiziarli ed egli le fece rispondere di aver fiducia in lui. Ma Bertrando del Balzo non mantenne la promessa ed eseguì alla lettera gli ordini della regina, facendo atrocemente giustiziare i prigionieri,  con grande soddisfazione della corte e del  popolo che si liberava definitivamente di una famiglia molto scomoda. 
Per questa disobbedienza, che era costata la vita ai suoi amici, la regina ebbe sempre rancore verso Bertrando del Balzo e la sua famiglia.

Due anni dopo, il 20 agosto 1347, Giovanna sposò Luigi di Taranto.

Il terribile episodio dell'uccisione di Andrea non piacque a nessuno: né al popolo, né al Papa, né a Luigi d’Ungheria. Il popolo cominciò a disprezzare la sua regina, il Papa la dichiarò innocente solo dopo processo e la cessione di Avignone al Papato e Luigi d’Ungheria, molto arrabbiato, calò in Italia per vendicare la morte di suo fratello. Il popolo del Regno, sdegnato verso la regina, gli aprì le porte come un liberatore. 

Entrato in Aversa, Luigi scaricò la sua rabbia su Carlo di Durazzo perché non aveva saputo impedire l’omicidio e lo fece uccidere, facendolo gettare dalla stessa  finestra da cui era stato gettato il corpo del fratello. Ma Luigi non si rivelò affatto un liberatore come aveva pensato il popolo napoletano: cominciò a far processi su processi, fece incarcerare e ammazzare moltissimi baroni, mandò in Ungheria il figlioletto di suo fratello e di lui non si seppe più nulla. E chissà cosa altro avrebbe combinato se non fosse sopraggiunta un’epidemia di peste che lo costrinse ad andarsene. 

Giovanna non  riprese più l’amore e il rispetto del popolo e la sua vita fu caratterizzata da scelte sempre sbagliate. Per non affrontare da sola le spinte che le venivano da ogni lato, ebbe il tempo di sposarsi altre due volte, nel 1363 col giovane Giacomo IV d’Aragona e nel 1373 con Ottone di Brunswick, ma nessuno di loro divenne mai re. Nello scisma d’occidente Giovanna parteggiò per il papa sbagliato, l'antipapa francese Clemente VII; allora il papa legittimo, Urbano VI, nel 1381 le tolse il regno, dichiarandola eretica e scismatica, e lo diede a Carlo di Durazzo, con il quale Giovanna aveva avuto già dei violenti conflitti e che comunque lei aveva nominato suo erede perché cugino e marito di sua nipote Margherita, figlia di sua sorella Maria.

Proclamato re di Napoli con il nome di Carlo III di Durazzo, il nuovo re fece imprigionare Giovanna nel castello di Muro Lucano e la fece ammazzare il 12 maggio del 1382, 
E così fini, dopo quarant'anni, il regno della grande Giovanna, prima regina di Napoli.


Ma l’antico detto biblico “occhio per occhio, dente per dente” aspettava Carlo al varco.

Carlo III di Durazzo, infatti, non fu re di Napoli per molto tempo. Solo quattro anni, dal 1382 al 1386. Furono però quattro anni di intensi conflitti. Prima, con il suo cugino e rivale Luigi d’Angiò, anch’egli incoronato re di Napoli ad Avignone dall'antipapa Clemente VII; poi con lo stesso papa Urbano VI che invece, a Roma,  aveva incoronato lui e che gli si rivoltò contro perché non aveva ricevuto i compensi stabiliti per il suo appoggio alla causa durazzesca. 
La sorte volle che nello stesso 1382 morì Luigi d’Angiò e Carlo rimase re assoluto di Napoli. Ma Luigi aveva lasciato il trono d’Ungheria alla figlia Maria. Allora Carlo, risolta la questione con il papa, si recò in Ungheria per reclamare il trono come unico erede maschio del ramo principale angioino. A Buda sicuramente non lo attendevano a braccia aperte e la regina madre Elisabetta, moglie del defunto Luigi, lo fece catturare e rinchiudere in prigione a Visegrad, dove morì avvelenato il 24 Febbraio del 1386.
cdl
Testi consultati.

Archivio Storico Napoletano – tomo 13 – Firenze 1861

Agnese Palumbo - Maurizio Ponticelli: Il giro di Napoli in 501 luoghi - Roma, 2014

Angelo di Costanzo: Istoria del regno di Napoli – Tomo terzo- Napoli, 1769
Carlo Pecchia: Storia civile e politica del Regno di Napoli – Napoli, 1783
Domenico Crivelli: Della prima e della seconda Giovanna, Padova 1832
Filippo Maria Pagano: Istoria del Regno di Napoli – Palermo, 1835
Giovanni Antonio Summonte: Historia della città e del Regno di Napoli – tomo terzo- Napoli, 1748
Niccolò Morelli: Vite de’ re di Napoli, Napoli 1849

Pietro Giannone : Istoria civile del regno di Napoli -Volume 6 – Milano, 1823

Sara Prossomariti: I signori di Napoli – Roma, 2014
Tommaso Costo: L’apologia storica del Regno di Napoli…, Napoli 1613
Giovanni Bausilio: Storie antiche di una Napoli antica – Frosinone, 2016

Storia del Regno di Napoli e suo governo dalla decadenza dell'imperio romano ...

Francesco Capecelatro: Storia di Napoli : Periodo angioino, Regno ..., Volume 3


 cdl

sabato 28 maggio 2016

Francesco del Balzo, signore di Carinola, beffato dalla badessa di Teano




Anche la famiglia De Baux, italianizzata Del Balzo, arrivò in Italia con Carlo I d’Angiò per la conquista del Regno di Sicilia. A seguire Carlo fu Bertrando De Beaux,  nobilissimo signore di Berre, in Provenza, insieme ai suoi due figli Ugone e Bertrando II, da cui ebbe inizio il ramo più importante della casata. A Bertrando De Beaux,  Carlo concesse, senza titolo di conte: Avellino, Calvi, Riardo, Torre di Francolisi (sic) e Padulo in Principato Citra
Tutti i rami della famiglia del Balzo ebbero molto successo e molto onore, occupando i ruoli più importanti nell’ambito del Regno di Sicilia, ma il ramo più famoso fu senz’altro quello di Andria.

Bertrando III, figlio di Bertrando II,  sposò in prime nozze la figlia di re Carlo II, Beatrice D’Angiò, già vedeva del marchese di Ferrara, che gli portò in dote il feudo reale  di Andria, e da Beatrice ebbe la figlia Maria. Morta Beatrice, in seconde nozze sposò invece Margherita D’Aulney (d’Alneto) da cui ebbe cinque figli: Francesco, Guglielmo, Isabella, Caterina e Sveva.
La contea di Andria spettava per successione materna a Maria, la quale era stata data in sposa da suo zio re Roberto a Umberto, Delfino di Vienna, ma lei e il marito, non potendo occuparsene a causa della lontananza,  la vendettero per tremila fiorini al Conte Bertrando loro padre e suocero.
Ad ingrandire ulteriormente il ramo d’Andria fu Francesco, primogenito di Bertrando e Margherita d’Alneto, che con un'abile politica matrimoniale seppe accrescere il suo potere e l'onore della famiglia.

Gli storici del tempo raccontano che Francesco fosse uno degli uomini più belli e piacenti, tanto da far innamorare di sé molte donne, tra cui la regina Giovanna I e la cognata di costei, Margherita, sorella di re Luigi di Taranto, la cui madre era quella Caterina II de Courtenay che deteneva il titolo di imperatrice titolare di Costantinopoli lasciatole in eredità dalla madre Caterina I de Courtenay,  a sua volta figlia di Filippo de Courtenay di Tessaglia.

Sapendo di poter scegliere, Francesco, molto oculatamente, nel 1337 s’imparentò con la potente casata dei Sanseverino, la prima delle sette casate più importanti del Regno di Napoli,  sposando in prime nozze Luisa Sanseverino, figlia di Tommaso III di Sanseverino conte del Marsico, da cui non ebbe figli. Morta la prima moglie, Francesco fece un ulteriore balzo in avanti, sposando nel 1347, in seconde nozze, proprio Margherita, sorella di re Luigi di Taranto, che gli portò in dote anche le signorie di Carinola e Teano.
Questo secondo matrimonio però non piacque né a re Luigi, a causa del grande potere raggiunto da Francesco del Balzo, né alla gelosa regina Giovanna, la quale per dissimulare il suo malcontento e dare invece segno di soddisfazione, concesse all’acquisito parente il titolo di Duca di Andria. Francesco Del Balzo fu così il primo di sangue non reale ad ottenere il titolo di Duca, un titolo che veniva concesso solo a persone di sangue reale. 

Molte storie sono legate alla persona di Francesco Del Balzo, ma quella più divertente  è avvenuta a proprio a Teano.

Matteo Villani ci racconta che, nel 1352, molti ambasciatori del Comune di Firenze presenziarono all’incoronazione  a re di Luigi di Taranto. 
Dopo l’incoronazione, gli ambasciatori fiorentini chiesero al re e alla regina se  potevano avere una reliquia del Corpo di Santa Reparata, che si custodiva nel monastero femminile di Teano, per poterla onorare nella loro Chiesa Cattedrale del Comune di Firenze dedicata proprio a S. Reparata. La loro richiesta fu accolta dai reali, ma essendo Teano signoria di Francesco del Balzo, la richiesta dei fiorentini fu girata a lui. 

A motivo della grande amicizia che suo padre  aveva  con i fiorentini, Francesco liberamente concesse agli ambasciatori il braccio di Santa Reparata
Non potendosi ribellare alla volontà del re, della regina e di Francesco, signore di Teano, la badessa del monastero e le altre monache iniziarono un pianto disperato per il dolore di doversi separare dall’amata reliquia. Chiesero solo di tenerla ancora qualche giorno per poterla venerare in maniera consona prima del distacco definitivo. Dopo qualche giorno, la badessa e le monache consegnarono, con grande pianto e sofferenza, la santa reliquia agli ambasciatori fiorentini.  Il braccio di Santa Reparata  fu dunque portato a Firenze e, con molta venerazione e molta pompa, collocato nella Chiesa Cattedrale di Santa Reparata il 22 giugno di quello stesso anno e custodito con grande venerazione dai fiorentini. 
Dopo quattro anni, volendo il Comune ornare il braccio della Santa con oro e argento, si scoprì che il braccio custodito a Firenze era di gesso! L’astuzia della badessa di Teano aveva conservato ai teanesi la vera reliquia e aveva fatto in modo che i fiorentini per quattro anni venerassero un pezzo di gesso! I fiorentini rimasero delusi e smaccati, non tanto per la reliquia stessa rivelatasi un falso, quanto perché a menarli per il naso era stata un' astuta donna! 
Francesco del Balzo non ebbe il tempo di arrabbiarsi con la badessa di Teano perché in quello stesso 1352, la regina Giovanna lo fece imprigionare.

Le ragioni di quest’azione della regina verso Francesco del Balzo non sono chiare: alcuni storici pensano che Giovanna non riuscisse più a contenere lo sdegno per il matrimonio di Francesco con Margherita, altri, come Lorenzo Bonincontro, che fu una vendetta della regina contro il padre di Francesco, Bertrando, che rivestendo il ruolo di Gran Giustiziere,  fece giustiziare Sancia Cabani[1] e tutti quelli ritenuti  i complici dell’assassinio di re Andrea d'Ungheria, primo marito di Giovanna. 
Francesco rimase prigioniero della regina per 18 anni. I pettegolezzi del tempo dicevano che Giovanna l’aveva fatto imprigionare per averlo a disposizione ogni volta che lo desiderava; che le sue visite al castello dove Francesco era tenuto prigioniero erano molto frequenti; che prima di concedergli la libertà, Giovanna gli concesse più volte se stessa. 

Sebbene i pettegolezzi  e i dettagli piccanti possano rendere la storia più accattivante, non fu l’amore frustrato della regina il motivo dell’incarcerazione di Francesco del Balzo. Il vero motivo va ricercato in tutt’altra direzione: nel sempre maggiore potere che Francesco del Balzo andava acquisendo nel Regno e che i reali vollero frenare. 

Francesco del Balzo aveva generato con la moglie Margherita due figli, Jacopo e Antonia, la quale divenne poi regina di Sicilia sposando Federico d’Aragona. Per la morte senza eredi di Filippo di Taranto, altro suo cognato, Francesco pretese per suo figlio Jacopo, minore,  sia le terre del Principato di Taranto, sia le terre greche e il titolo di imperatore di Costantinopoli.  Ma la regina Giovanna, ritenendo invece opportuno diminuire la forza della famiglia Del Balzo, decise di esercitare il dominio diretto sui possedimenti greci e spogliare Francesco di molte delle sue terre regnicole. Francesco si ribellò alle decisioni della regina e questo provocò una guerra intestina tra la Corona e la famiglia Del Balzo. 
Lo scontro e il dissidio con la regina fu aspro e lungo e costò a Francesco la condanna regia di lesa maestà. Nel 1373, assediato dentro Teano, suo possedimento, Francesco riuscì a fuggire ad Avignone da Papa Gregorio XI, suo parente, e con l’ aiuto del papa e i proventi delle sue terre mise insieme un esercito di 15.000 soldati per far guerra al Regno di Napoli. Riuscì a riprendersi Teano e a conquistare Capua ed Aversa, ma suo cugino Raimondo del Balzo, Gran Camerlengo del Regno, lo convinse a fermarsi nella sua assurda impresa e a non avanzare verso Napoli. 

Nel 1380 morì sua moglie Margherita, ancora in stato di prigioniera nelle mani della regina che, intanto, fu dichiarata eretica dal papa Urbano VI e deposta dal trono di Napoli perché appoggiava l’antipapa Clemente VII.  Francesco rimase ad Avignone fino al 1381, quando Napoli fu conquistata da Carlo di Durazzo, cugino di Giovanna, che nel 1382 salì sul trono col nome di Carlo III.

Francesco del Balzo sicuramente non fu estraneo alla conquista di Napoli da parte di Carlo; dopo, riebbe buona parte delle sue terre ed ebbe il tempo di sposarsi una terza volta con Sveva Orsini, da cui ebbe altri tre figli. Poi si perdono le tracce di quest’uomo avido e battagliero, che probabilmente morì da qualche parte, in tarda età.

 cdl


Testi consultati
Matteo Villani: Storie di Giovanni, Matteo e Filippo Villani, vol. II - pg 171-2
Ferrante della Marra: Discorsi delle famiglie estinte – Napoli, 1641
Lorenzo Bonincontri: De ortu regum Neapolitanorum
http://roderic.uv.es/browse?value=Buonincontro,%20Lorenzo,%201410-1500&type=au



1. Sancia Cabani, intima di Giovanna I, figlia di Carlo Cabani, fu fatta tanagliare, morire e poi bruciata, insieme a suoi parenti, da Bertrando del Balzo Gran Giustiziere del Regno, perché creduta colpevole nell’omicidio di  re Andrea d’Ungheria, primo marito di Giovanna I.



martedì 3 maggio 2016

Guglielmo D’Alneto (D’Aulnay)

Stemma della Famiglia D'Alneto
Come abbiamo visto, alla conquista del Regno di Sicilia, insieme a Carlo I d’ Angiò, arrivarono molti nobili francesi che poi Carlo ricompensò largamente, dando loro incarichi importanti, titoli e feudi, dove poterono vivere con le loro famiglie. Una volta in Italia, i loro cognomi vennero italianizzati e dell’originale francese ne conservavano tuttavia una buona traccia. Tra i tanti nobili venuti in Italia insieme a Carlo erano i quattro fratelli D’Aulnay, il cui cognome divenne poi l'italianizzato D’Alneto:
Gualtiero, Germondo, Nicolò e Giovanni
La storia di questi quattro nobili fratelli la raccontano diversi  storici del XVI-XVII secolo tra cui: Carlo De Lellis e Ferrante Della Marra.
Il De Lellis è molto largo di particolari, ma meno attendibile. Come succede a tanti storici del passato, egli traspone in italiano il termine “caleno”, confondendo Calvi con Carinola. L’errore del De Lellis è palese per ben tre motivi:
1. Caleno non può riferirsi a Calvi poiché. essendo un termine del periodo normanno-svevo applicato a Carinola, da cui Carlo I lo estrae, esso si riferisce ovviamente a Carinola.
2. Nei diplomi di Carlo I d’Angiò, la città di Calvi è sempre appellata usando la radice Calv- e non Calen-
3. La Rocca di Mondragone era allora sotto la giurisdizione di Carinola. Al signore che si concedeva la Rocca di Mondragone, si concedeva anche la città di Carinola, eccetto in qualche rara eccezione. 

Tuttavia, bisogna precisare che, sotto Carlo I d’Angiò, le donazioni si alternarono e si accavallarono continuamente, sia per premiare i molti cavalieri francesi che lo avevano accompagnato, sia per la morte dei beneficiati.  La Rocca di Mondragone, da sola, fu soggetta a frequenti donazioni. Nel 1283, essa risulta nelle mani del milite Goffredo di Janville (Gianvilla), poi in quelle del milite Sergio Siginulfo e nel 1298-99 fu concessa alla famiglia del  Grande Ammiraglio Ruggiero di Lauria (o D’Auria), passato al servizio di Carlo II d’Angiò a causa di conflitti con gli Aragonesi.

Fatte queste dovute precisazioni storiche, riprendiamo la narrazione rifacendoci al più attendibile Della Marra. 
I quattro fratelli D’Alneto vennero ricompensati largamente da Carlo d'Angiò, ma ebbero tutti la sfortuna di morire presto e senza eredi maschi.
Gualtiero, che più ci interessa seguire,  era già Gran Siniscalco e vicerè della Provenza quando giunse in Italia. Carlo lo ricompensò dei suoi servigi facendolo Signore di Teano, ma non detenne a lungo quella signoria perché poco dopo morì. Nel 1275 gli successe suo figlio Gugliemo che, nel 1291 troviamo anche come signore di Carinola e della Rocca di Mondragone,  come attesta il seguente documento:
Landulfus miseracione dominica Sancti Angeli Diaconus Cardinalis Apostilice Sedis Legatus discreto viro Guillelmo de Subiaco vicario Guillelmo de Alnetodomine de Caleno in civitate Calinense et Rocca Montis Dragoni salutem in domin. Cum venerabilis in Christo pater Robertus Episcopus Calinensis discretos viros Lucam deGuerraymo et Iacobum dicto pisanum clericos calinenses procuratores seu administratores constituerit generales discrecionem vestram actente requrimus  et rogamus quatimus eisdem  procuratori bus pro divina reverencia vestrique intuitu efficacis defensionis presidia assistente eis cun ad ipsis requisiti fueritis consilium auxilium vel favorem procuracione seu administracione huiusmodi impendatis. Ita quod practer humane laudis preconium retribucionis divine premium exiude possitis acquitrere dignisque a nobis in domino laudi bus commendari. Datum Neapoli.
IIII Idus Iulii.Pontificatus domini Bonifacii pape VIII anno primo (1291).[1]

Il Della Marra ci narra la sfortuna di questa nobile famiglia che, a causa della mancanza di eredi maschi, si estinse nel 1360 con la morte dell'ultima erede Caterina d'Aulnay

Guglielmo aveva in Francia altri due fratelli, figli di Gualtiero, Filippone e Gualtierone, i quali erano considerati i più belli di Francia. Purtroppo commisero l’imprudenza di far innamorare di sé due donne della famiglia reale. Filippone divenne l’amante della Regina, moglie di re Ludovico; Gualtierone divenne invece amante della cognata del re, moglie di suo fratello Carlo. Furono colti in flagranza di adulterio con le loro amanti e perciò imprigionati. Ad entrambi furono tagliati i genitali, poi scorticati vivi ed infine impiccati, per dimostrare che non si offende impunemente la Corona di Francia.

Guglielmo ebbe un figlio, Roberto, il quale morì anch'egli giovane, nel 1320, subito dopo aver sposato la nobildonna Isabella Stendarda, vedova di Giacomo di Lagonessa  (De La Gonesse, poi Della Leonessa),  da cui ebbe una figlia, Margerita.  
Margherita sposerà in seguito, in seconde nozze, Bertrando del Balzo  a cui porterà in dote Teano e Carinola che, a quel tempo, fruttava 130 once in oro. Da Margherita e Bertrando nascerà nel 1332 Francesco del Balzo, Duca d’Andria, il quale si ribellò alla Regina Giovanna I e con lei ebbe un lungo conflitto. 
Ma questa è un’altra pagina.
cdl


Testi consultati
Berardo Candida Gonzaga - Memorie delle famiglie nobili – vol. II - Na, 1873
Biagio Greco – Storia di Mondragone – Napoli, 1927
Carlo De Lellis – Discorsi sulle famiglie nobili del Regno di Napoli – Napoli, 1654
Ferrante Della Marra - Discorsi delle famiglie estinte – Napoli, 1641
Matteo Camera - Annali delle Due Sicilie – vol. II, Napoli, 1860





[1] Pergamene di Montevergine, vol. 80, pergamena n. 13, in Biagio Greco – Storia di Mondragone – Napoli, 1927, pag. 123

Traduzione: Landolfo Diacono di S. Angelo Cardinale Legato della Sede Apostolica all’egregio uomo Guglielmo di Subiaco Vicario di Guglielmo di Alneto, signore di Carinola e della Rocca di Mondragone, salute.
Avendo il venerabile padre Roberto vescovo di Carinola nominato procuratori e amministratori Luca de Guerraimo e Giacomo detto Pisano, chierici carino lesi, noi domandiamo alla vostra discrezione e attenzione e vi preghiamo che qualora dagli stessi sarete richiesti del vostro aiuto e e assistenza, vogliate loro prestare ogni vostro aiuto e consiglio nell’esercizio loro di procuratori e amministratori nostri. Di guisa che, oltre al premio che vi sarà accordato da Dio, possiate ottenere anche le nostre lodi.
Dato a Napoli, 11 luglio – Anno primo del pontificato di Papa bonifacio VIII (1291).







Alcuni testi consultati

lunedì 25 aprile 2016

I Signori di Carinola sotto gli Angioini: Filippo di Courtenay.

Baldovino II .ultimo imperatore di Costantinopoli e padre di Filippo de Courtenay

Dopo l’incarcerazione di Corradello, ultimo signore svevo di Carinola, la nostra città ritornò ad essere regio demanio, ossia direttamente sotto il controllo del re, il quale poteva concedere le terre demaniali a chi voleva, ma queste non potevano essere subaffittate ad altri. Le terre sarebbero ritornate al re alla morte del proprietario che le deteneva. 
Il primo signore di Carinola voluto dal re Carlo I d’Angiò, fu Filippo di Courtenay, conosciuto anche come Filippo di Tessaglia, figlio di Baldovino II e di Maria di Brienne, principe d'Acaia e imperatore titolare di Costantinopoli, il quale sposò la figlia dello stesso Carlo, Beatrice.  
Filippo, quindi, non era certo uno qualsiasi: discendeva da una delle più nobili famiglie francesi che avevano seguito l’angioino nella conquista del Regno di Sicilia. In linea diretta, discendeva esattamente dal quinto re capetingio  di Francia Luigi VI, detto il Grosso, e da Adelaide di Savoia, il cui settimo figlio Pietro aveva  sposato Elisabetta di Courtenay, diventando Signore di Courtenay. Da Pietro ed Elisabetta discesero i cinque imperatori di Costantinopoli che furono, di padre in figlio:  Pietro II di Cortenay (1217-1219), Roberto di Courtenay, morto a 11 anni nel 1228, Baldovino II dal 1228 al 1261, anno in cui i bizantini riconquistarono Costantinopoli; Filippo di Courtenay titolare senza impero, e Caterina di Courtenay.

Con diploma del 9 febbraio 1269, Carlo I concesse a Filippo, promesso sposo di sua figlia Beatrice mediante matrimonio appena combinato a Viterbo, le contee di Alife, Carinola e la Rocca di Mondragone, da cui provenivano buoni profitti, affinchè potesse abitare nel Regno con la sua famiglia accanto al re: […] Concesse sunt dom. Philippo primogenito et eredi imperatoris Costantinopolitani infrascripte terre ad hoc quod ibidem sua famiglia commoretur et ipse fuerit in comitiva dom. Regis, as valorem unciarum vide licet: Alifia pro unc. CL; Calenum pro unc. CLXXX; et Rocca Montis Dragonis pro unc. CCLXX.
Foggia 9 febbraio 1269, XII ind.[1]
La concessione di queste terre a Filippo veniva confermata anche in un altro diploma redatto nello stesso giorno:
[…] item sub eadem forma et data scriptum est Castellano castri Caleni, super castro eodem, redditi bus et proventibus ipsium, eidem Philippo concessis.
Foggia 9 febbraio 1269, XII ind.[2]

Da questo si arguisce che le terre concesse a Filippo erano abbastanza importanti, sia da un punto di vista economico che di controllo territoriale. La Rocca di Mondragone garantiva il controllo del mare da Pozzuoli a Gaeta e un introito di 270 once, mentre Carinola, uno dei granai del Regno, garantiva le entrate della vendita, della macinazione e del trasporto dei cereali pari a 180 once, Alife garantiva invece 150 once. L' importanza economica della nostra città traspare anche in un'altra decisione reale. In seguito ad una carestia avutasi in Terra di Lavoro e per evitare speculazioni che potessero danneggiare la popolazione, Carlo decise un calmiere dei prezzi. Il calmiere stabilì che per Carinola, per Mondragone e per Sessa si potevano vendere per un’oncia 19 tomole di grano oppure 40 di miglio o 40 di orzo, mentre nella stessa Napoli si vendevano a maggior prezzo.

Le nozze tra Filippo di Courtenay e Beatrice d’Angiò furono celebrate a Foggia il 15 ottobre del 1273. Lo scopo di tale donazione era proprio quello di concedere alla figlia e al genero delle entrate consone al loro ruolo e alla loro corte. Ma  questa donazione cela anche l’ambizione di Carlo I di volersi espandere verso la Grecia e l’Oriente, per cui cercava di dare il meglio a suo genere per averne i suoi favori e appoggi militari.
Nel 1275, due anni dopo le nozze, e dopo  aver dato alla luce una bambina, Caterina, nel novembre del 1274, Beatrice morì, forse a causa di quell’unico parto. Caterina ereditò dal padre la titolarità dell’Impero Romano d’Oriente che, in seguito trasmise a suo marito Carlo III di Valois, terzogenito del re di Francia Filippo III e di Isabella d’Aragona.

L' idea della riconquista dell' Impero Romano d'Oriente non era però svanita, né in Filippo né in suo suocero Carlo d'Angiò. Il 3 luglio del 1282, Carlo e Filippo trattarono delle alleanze per fare guerra a Michele Paleologo, stipulando il cosiddetto Trattato di Orvieto con i serbi, i bulgari, il despota Niceforo Comneno e i veneziani, ma Filippo morì nel 1283 a Viterbo, prima di vedere attuato tale trattato. Qualche storico scrive invece che egli morì nel 1285. Filippo è sepolto nella Basilica Inferiore di S. Francesco, ad Assisi.
 cdl
Tomba di Filippo di Courtenay ad Assisi.


Alcuni testi consultati

A.L. D’Harmonville: Dizionario delle date, dei fatti, luoghi ed uomini storici - Vol. 3, Venezia, 1845

Anonimo:De stirpe et origine domus de Courtenay quae coepit a Ludovico Grasso VI - Paris, 1607

Archeologia dei castelli nell'Europa angioina (secoli XIII-XV) 

Federico Sanapo: Le Pietre della Memoria – Lecce, 2014

G. Tescione- Caserta Medievale e i suoi Conti e Signori – Caserta, 1990

Giuseppe del Giudice: Codice diplomatico del regno di Carlo I. e II. d'Angiò, dal 1265 al 1309, vol. 2 – Napoli, 1869

Matteo Camera: Annali delle due Sicilie – vol. 2, Napoli, 1860

R. Filangieri: Registri Angioini I, II

Steven Runciman:  I Vespri Siciliani – Bari, 1986






[1] Reg. Ang. II (1265-1281) pag. 239 n.12 e Reg. Ang. I (1265 – 1269) pag 199, n.8

[2] Re. Ang. II (1265.1281), pag.14, n. 41.

giovedì 10 marzo 2016

Sant'Anna de aquis vivis


Mondragone- interno di S. Anna de Aquis Vivis

La struttura più specificamente angioina nella nostra antica diocesi di Carinola è senza dubbio il cenobio di Sant’Anna de Aquis Vivis, stupenda e solida chiesa  oggi conosciuta come S. Anna a Monte, edificata sul monte ai cui piedi si estende Mondragone.  Su questo colle, verso il 1300, si erano stabiliti degli eremiti che avevano edificato alcune celle per loro uso e una piccola chiesa dedicata a S. Anna. Lì vivevano in povertà, elemosinando in paese ciò di cui avevano bisogno per il loro sostentamento. Padrona di quelle terre era la regina Sancia, moglie di re Roberto d’Angiò, che le aveva avute in dono dal marito nel 1308 con la promessa di non concederle mai in feudo.

Le acque vive, la cui sorgente è sotto la torre colombaia

Conoscendo la grande religiosità della regina Sancia e la sua disponibilità ad aiutare i religiosi, il capo di questa piccola comunità eremitica, Benvenuto da Sarzana, nel 1325 si rivolse a Sancia per avere un po’ di terreno da coltivare per i bisogni della comunità. E Sancia, dopo aver accertato le condizioni di effettiva povertà degli eremiti mediante il suo vicario sessano Roberto de Matricio, concesse loro dodici moggia di terreno sterile ed incolto, come scrive Erasmo Gattola nella sua Historia Abbatia Casinensis: Sulla cima di un amenissimo monte, in un luogo prossimo alla Rocca di Mondragone, chiamato S. Anna  dalle acque vive, per le acque che vi sgorgano perenni, per concessione della regina Sancia l’eremita sarzanese aveva costruito una chiesa dedicata a S. Anna e alcune celle per i confratelli.[1]

La donazione di Sancia permise agli eremiti  di ingrandire il loro eremo e di coltivare quanto necessitavano per vivere, senza aver bisogno di andare elemosinando ogni giorno. Diciassette anni dopo,  alla morte di Benvenuto da Sarzana, a Sant’Anna rimasero numerosi eremiti che avvertivano il bisogno di darsi una regola e di costruire altre strutture per accogliere tutti coloro che venivano a condividere la loro esperienza eremitica. Il loro possibile superiore, fra' Giovanni da Trupparellis di Sessa, donò il monastero al Sacro Speco di Subiaco e gli eremiti si posero sotto la Regola benedettina. Questo gesto, come dice la Torriero, potrebbe essere stato un desiderio più volte espresso dal defunto Benvenuto o anche una decisione autonoma, fatto sta che gli eremiti di S. Anna preferirono mettersi sotto la protezione e la sorveglianza del lontano Sacro Speco piuttosto che del più vicino Monastero di Montecassino.  Non se ne conosce esattamente il motivo, forse per non mettersi in competizione col vicino monastero di S. Mauro all’Oliveto, poco lontano da quello di S. Anna, e garantirsi una maggior autonomia.

La domanda per edificare nuove strutture fu presentata al vescovo di Carinola Bonagiunta di Perugia nel 1342 da due monaci inviati sul posto da Subiaco: fra’ Pietro da Velletri, che divenne poi il priore del nuovo monastero, e fra’ Giacomo di Sicilia. Il vescovo di Carinola diede il permesso e rilasciò l’autorizzazione a costruire il nuovo monastero in cambio di un censo annuo di un tareno d’oro e dieci di grana, più la quarta parte dei beni immobili dei donatori, in occasione della loro morte: “Nel nome del Signore Dio Eterno. Amen. Nell’anno 1342, sotto il regno del serenissimo nostro re Roberto…Noi, Bono per grazia di Dio e della sede Apostolica Vescovo Calinense…viste le [richieste] di  Frate Pietro da Velletri e di Frate Giacomo di Sicilia Monaci di Subiaco da parte del vostro  Abate  fra’ Bartolomeo di costruire il monastero nel luogo detto di S. Anna de Aquaviva, sito nel territorio di Rocca Monte Dragone della nostra Diocesi Calinense offerto al monastero Subiacense dal Fratel Giovanni de Trupparellis di Sessa allora Eremita, ora invece vostro monaco, a condizione dell’assenso diocesano… Diamo l’assenso a condizione che Frate Pietro, Priore,  e i suoi successori a noi e ai nostri successori della nostra Chiesa maggiore sopradetta, nella festa di tutti i Santi del mese di Novembre secondo il diritto del Concilio del sinodo, offrirete a titolo di censo un tareno d’oro e dieci di grana. La quarta parte dei beni mobili ed immobili dei fedeli, da lasciare, in occasione della loro morte, per la costruzione del vostro monastero, come avviene per tutte le parrocchie di detta Rocca suddite della nostra diocesi…”.[2]
 
Mondragone - Ruderi del Monastero di S. Anna
Al nuovo monastero cominciarono ad affluire molte donazioni che ci permettono di seguirne la crescita. Le donazioni erano principalmente fatte da privati cittadini che lasciavano offerte o proprietà immobiliari in cambio di messe per i loro defunti o per la salvezza della loro anima. Ma anche i reali angioini ebbero a cuore le sorti del monastero mondragonese. La regina Giovanna I decretò che il Monastero di S. Anna de Aquis Vivis avesse annualmente la somma di 12 once d’oro, che più tardi diventarono 14, somma confermata anche dal re Carlo III d’Angiò-Durazzo, successore di Giovanna I, e da Giovanna II nel 1415, sulle rendite fiscali di Fondi e quelle della Dogana di Gaeta.
Nel 1386 la regina Margherita di Durazzo, moglie di Carlo III d’Angiò, concesse ai monaci di S. Anna de Aquis Vivis la costruzione di un mulino per loro uso e per la gente del luogo che però ne doveva pagare l’uso, dando ai monaci la possibilità di avere delle entrate.
I monaci di S. Anna rimasero sotto la giurisdizione del monastero benedettino di Subiaco fino al 1467, anno in cui il cardinale Giovanni de Torquemada, commendatario del monastero, nella sua azione di riorganizzazione, staccò S. Anna da Subiaco e l’affidò a Montecassino.                                                                                                 
Da quel momento, per il monastero di S. Anna cominciò un lento regresso. Tra abbandoni e ritorni, restauri e ristrutturazioni, si arrivò fino ai primi del 1700, quando gli abati Gregorio Galisio (1704-1717) e  Nicola da Salerno (1717-1722) giocarono l’ultima carta per salvare il monastero dall’abbandono e lo arricchirono di nuove decorazioni, ma ormai l’interesse dei fedeli era rivolto altrove, verso le chiese della pianura più vicine e comode da raggiungere.
A quel che ci riferisce Luca Menna nel suo libro Saggio Istorico della Città di Carinola, pubblicato nel 1848, l’intera collina fu comprata dal ricco signorotto don Alfonso Gambati che ne fece edificare nuove strutture e ne fece piantare vigneti.
Il monastero di S. Anna è rimasto in mano ai privati fino agli anni '80 del secolo scorso, poi fu donato alla Diocesi di Sessa Aurunca che ne ha curato il restauro.

cdl

Il Golfo di Gaeta visto da S. Anna de Aquis Vivis





Testi consultati

AA: Terra di Lavoro – Napoli, 2003

Amato Brodella: Il monastero di S. Anna – Sessa Aurunca, 2002
Corrado Valente: Mondragone Sacra – Marina di Minnturno, 2005

Erasmo Gattola: Ad Historiam Abbatiae Cassinensis accessiones – Venezia, 1733

Giuseppina Torriero; L’ Architettura Religiosa,  in G. Cuadagno (a cura di): Storia economica ed archittettura nell’Ager Falernus – Minturno, 1987

Il monastero di Sant’Anna de Aquis Vivis in Terra Laboris vol. 18 . Minturno, 2014

L. Menna: Saggio Istorico della città di Carinola, a cura di A. Marini Ceraldi - Scauri, 1980

Mario Pagano: Il Patrimonio disperso  in Rivista Pompeiana II – Roma, 1988

Paul Guillaume: Description historique et artistique du Mont -  Cassino, 1874

Tommaso Leccisotti: Montecassino: I regesti dell’archivio: Aula II,capsule XXVIII-XLI. 1972   

 






[1] In amoenissimi montis vertice  prope Roccam Mondragonis loco, ob scaturientes perennes aquas dicto S.Anna de aquis vivis, concessione Sanciae Reginae construxerat heremita Sarzanensis ecclesiam S. Annae sacram, quaedamque cubicula pro sociis.

[2] Corrado Valente: Mondragone Sacra, ppgg 48-49











sabato 26 dicembre 2015

San Maurizio nell’Annunziata di Carinola: un dilemma storico

A.G.P. di Carinola - San Maurizio
Come si sa, gli affreschi sono testimonianze storiche molto importanti per gli studiosi; in essi è possibile trovare una quantità rilevante di informazioni che aiutano a ricostruire determinati periodi storici. Questo vale anche per l’Annunziata di Carinola dove gli affreschi, a saperli leggere, danno moltissime informazioni. Un affresco in particolare suscita, in chi lo guarda, curiosità e, in chi lo studia, una buona dose di perplessità che fa nascere tante domande. 
Si tratta di un affresco raffigurante un soldato con la spada sguainata verso l’alto e due teste umane nella mano sinistra.
La mia sensazione, la prima volta che vidi l’affresco, fu proprio di perplessità: non riuscivo a capire chi potesse essere quel personaggio strano, con due teste in mano. Un santo sicuramente, ma chi? Avendo la spada tra le mani ne dedussi che poteva essere un santo soldato. Fu il prof. Silvio Ricciardone, che mi accompagnava, a dare l’input, dicendo che forse poteva essere San Maurizio, ma era una rappresentazione del santo fuori dai canoni iconografici comunemente usati.
Due furono le domande che mi assillarono per un bel po’ di tempo:
1) Che ci faceva San Maurizio a Carinola? Non è infatti un santo venerato dalle nostre parti, ma nelle aree di lingua francese, dove subì il martirio o anche in alcune zone del nord Italia.
2) Chi erano i due personaggi le cui teste  teneva nella mano sinistra?
Tranne le due teste mozzate che possono rappresentare Essuperio e Candido, ufficiali della Legione Tebea decapitati con Maurizio, qualsiasi illazione poteva essere sbagliata. L’unico modo per venire a conoscenza delle cose era una seria ricerca documentaria. E così spulciando testi su testi, antichi e più moderni, navigando nei siti degli archivi di stato, qualcosa ho trovato. Ma quello che mi ha permesso di poter fare una ricostruzione storica abbastanza corretta è senza dubbio la ricca documentazione che sono riuscita ad avere dall’Archivio di Stato di Torino.

 ******
Dalle Rationes Decimarun degli anni 1308-1310 sappiamo che a Carinola esisteva un lebbrosario intitolato a S. Maria Mater Domini, che esso dava una rendita di 20 oncia d’oro e ne pagava due di decime. 
Il lebbrosario fu forse istituito dai sovrani svevi e affidato ai frati dell’Ordine Militare Ospedaliero di San Lazzaro di Gerusalemme, il cui Priorato generale italiano si trovava nella Casa dei Lebbrosi e Ospedale di Capua. Ai frati ospedalieri i reali francesi concessero protezione e cospicue donazioni, mentre i pontefici romani concessero loro molti privilegi, soprattutto nel XIII secolo,  per cui l’ordine divenne molto ricco. 
Tra i più importanti privilegi ricordiamo quelli concessi da Papa Gregorio IX (1227-1241) che, con la Bolla del 4 Agosto 1227, esentò i beni dell’ordine da ogni tassa e con un’altra Bolla del 26 Novembre dello stesso anno concesse 20 giorni di indulgenza a chiunque facesse elemosina all’ordine. Papa Alessandro IV (1254-1261), oltre a confermare i privilegi dei pontefici suoi predecessori, confermò ai Cavalieri di San Lazzaro la Regola di Sant’Agostino che gli stessi già seguivano spontaneamente.

Papa Clemente IV (1265-1268) concesse diversi privilegi tramite tre Bolle Pontificie, due del 1265 e una 1266. Egli stabilì che:



  1. I Cavalieri di San Lazzaro venissero sepolti gratuitamente
  2. Nei cimiteri dell’Ordine potevano essere sepolti tutti, eccetto usurai e scomunicati.
  3. I Cavalieri di San Lazzaro avessero la facoltà di raccogliere, una volta all’anno, la colletta in tutte le Chiese, senza che i parroci potessero impedirlo.
  4. I beni, gli alimenti e gli animali dei Cavalieri fossero esenti dalle decime.
  5. Inoltre, la Bolla Pontificia di Papa Bonifacio VIII del 22 Novembre 1297, stabilì che i Cavalieri che versavano all’Ordine un’elemosina di 200 marchi d’argento erano esonerati dai voti, tranne l’obbligo di recarsi a Gerusalemme. 
Tra i tanti privilegi, i papi concessero che le proprietà appartenute ai lebbrosi, dentro e fuori gli ospedali, a morte di questi passassero agli stessi ospedali che li avevano ospitati. 
Il 20 Aprile del 1311, re Roberto d’Angiò inviò una lettera a tutti gli ufficiali del Regno di Napoli avvisandoli che i frati dell’Ordine ospedaliero di San Lazzaro avevano l’autorità, concessa loro dai pontefici, di costringere le persone infette dalla lebbra a isolarsi negli ospedali, prendendole anche con la forza, per allontanarle dalle persone sane. E poiché molti infetti si rifiutavano di andare negli ospedali per non far perdere alla famiglia i loro beni alla loro morte, re Roberto ordinò ai suoi ufficiali di prestare ogni possibile aiuto ai frati affinché questi potessero adempiere al loro dovere. 
Nei secoli seguenti, per recuperare i beni dei lebbrosi morti, spesso si usavano maniere poco ortodosse  per cui i frati di San Lazzaro persero molta stima tra il popolo. A questa perdita di stima va aggiunta anche la difficile situazione del Priorato di Capua, in cui molti baroni e signorotti, attratti dalle ricchezze dell’Ordine, si contendevano il titolo di Maestro e precettore della Milizia di San Lazzaro, senza esserne cavalieri. Nonostante la protezione di re e pontefici, l' Ordine italiano perse la sua antica dignità e non riceveva più molte donazioni.

I Papi del XV e XVI secolo cercarono di far sì che l’Ordine recuperasse l’antico splendore. Papa Pio IV nominò Gran Maestro dell’Ordine suo nipote Giannotto Castiglioni con la speranza che riuscisse a risollevare le sorti dell’Ordine, ma il Castiglioni si rese ben presto conto, per una serie di situazioni economiche, che l’Ordine non era in grado di reggersi autonomamente e nel 1571 si dimise in favore del Duca Emanuele Filiberto di Savoia, già Maestro dell'ordine mauriziano sabaudo.
Il Pontefice Gregorio XIII (1572-1585) prese la palla al balzo e con Bolla del 13 Novembre 1572 decretò l’unione canonica dell’Ordine di San Lazzaro con quello sabaudo di San Maurizio e Emanuele Filiberto di Savoia fu confermato Gran Maestro dell’Ordine per sé e per i suoi successori reali.
Tutte le proprietà dell’ Ordine di San Lazzaro furono unificate a quelle di San Maurizio e date in commenda ai Cavalieri dell’Ordine stesso.

Non conosciamo ancora quali furono i primi commendatari della commenda militare S. Maria Mater Domini di Carinola del nuovo unificato Ordine dei SS Maurizio e Lazzaro; bisogna arrivare al 1733 per avere notizie certe. In tale anno, la commenda di Carinola fu affidata all’abate di Santena (Torino) canonico Giovanni Amedeo Benzo, dei conti di Santena e cavaliere dell’Ordine, che la detenne per 20 anni.  In quel periodo la commenda di Carinola produceva circa 60 scudi di reddito. Ma a causa della lontananza, il conte non poteva  controllare le sue proprietà carinolesi e gli affittuari ne approfittarono per usurparne le terre ed impossessarsene.

Nel 1750, il cavaliere cosentino Gaetano Spadafora fu informato dal Vescovo di Carinola, probabilmente mons. Francesco del Plato,  che alla commenda di Carinola erano state usurpate parecchie terre, circa 13 moggia. Lo Spadafora allora fece domanda al Gran Maestro generale per ottenere la commenda, impegnandosi nel recupero dei terreni usurpati e passando al legittimo commendatario, l’abate Benzo, i 60 scudi annui di rendita. La proposta fu accordata e lo Spadafora iniziò il recupero dei terreni, venendo personalmente a Carinola e cercando negli archivi i presunti affittuari dei terreni che si erano appropriati delle proprietà. Il primo affittuario costretto a lasciare i terreni fu un Domenico Pergameno, a cui seguirono tutti gli altri. Per il 1753, grazie allo Spadafora,  la commenda di Carinola rientrò in possesso di tutti i terreni usurpati che erano i seguenti:

1.Terra campestre detta Mater Domini confinante ai due lati con la strada pubblica, da un lato con i beni di Lucrezia Marchesa Di Lorenzo, di moggia 15, passi 5, passatelli 112 e mezzo.
2.Due territori detti la Nocella e Alberone in  tutto di moggia 5, passi 127, passatelli 127 e    8/3.
3.Terra campestre detta alli Crispi di moggia 55,  passi 128, passatelli 123.
4.Due territori detti a Capotignano e e l’Arboscello di moggia 4, passi 6,  passatelli 13.
5.Terra campestre detta Viallunghi di moggia 5, passi 120, passatelli 3 e mezzo.
6.Terra con cerque e castagne detta Viallunghi di moggia 6, passi 15, passatelli.
7.Terra campestre detta la Starza, confinante con il lago di Carinola, di moggia 127, passi 4, passatelli 127.




Nel frattempo che lo Spadafora recuperava tutti i terreni, morì il legittimo commendatario, il canonico Benzo, e lo Spadafora poté diventare legittimo commendatario della commenda di Carinola. 
Essendo egli nativo del Regno di Sicilia, anche se residente a Roma, non ebbe difficoltà ad ottenere dal re di Napoli l’exequatur, ossia il beneplacito reale per prendere possesso dei beni siti nel Regno. 
Nel 1753 il cavalier Spadafora prese possesso della commenda militare di Carinola facendo l’atto di prassi dovuto: camminando su ciascun  terreno insieme a due testimoni, estirpando qualche erbaccia e se nessuno dei lavoranti aveva nulla da dire, egli veniva riconosciuto ufficialmente come legittimo proprietario del terreno. A questo simbolico atto di possesso doveva seguire la registrazione della collazione alla Real Camera di S. Chiara e di tutti i nominativi dei lavoranti delle terre, specificando le prestazioni dovute.
Grazie al recupero dei terreni e ai miglioramenti che operò lo Spadafora, la commenda militare di Carinola raggiunse la rendita di 300 scudi annui.
Lo Spadafora detenne la commenda fino al 1780, anno della sua morte, che poi passò al piemontese cavalier Ortensio Ceva Bussi, marchese.

Il cavalier Bussi ebbe invece dei grossi problemi ad entrare in possesso della commenda. Prima perché non era originario o residente nel Regno di Napoli e Sicilia, e poi per via di alcune infelici espressioni usate nella Bolla di conferimento della commenda, che diedero molto fastidio ai reali di Napoli. Il Bussi dovette ricorrere prima alla Real Camera di Santa Chiara e poi, in appello, alla Gran Corte della Vicaria. Solo nel 1783, dopo 3 lunghi anni di beghe legali, riuscì ad entrare in possesso della commenda militare di Carinola.

Fin qui le informazioni, poi si perdono le tracce della commenda di Carinola, ma le ricerche sono chiaramente ancora aperte.
c.d.l.


Alcuni testi consultati

Amato Brodella: Storia della Diocesi di Carinola – Marina di Minturno, 2005
Archivio di Stato di Torino – Documenti relativi alla Commenda militare di Carinola, S. Maria Mater Domini,  anni 1753 e 1783 - mazzo 3 e mazzo 5.
Cadetti delle truppe pontificie: Atti del martirio di S. Maurizio e compagni – Ravenna, 1845
Giovanni Maria Chiericato: Le spighe raccolte – Venezia, 1716
La civiltà Cattolica: Un superstite della legione Tebea – Vol. 9; vol. 15; Roma, 1894
Sianda Giovanni: Breviario Istorico – Lugano, 1765
Trevor  Ravencroft: La lancia del destino – Roma 1972