domenica 27 novembre 2011

La diffusione e la fortuna del monachesimo benedettino

Jean Mabillon - Abbazia di Montecassino e il suo territorio - 1685

Il monachesimo, insieme al papato,  fu la grande forza che contribuì alla cristianizzazione di tutta l’Europa.  Molti storici  ritengono che furono i due fattori  che maggiormente contribuirono alla definitiva caduta dell’impero romano. In parte è vero: la Chiesa diede una buona spallata all’impero con l’introduzione delle affrancazioni dalla schiavitù, alle donazioni e ai pellegrinaggi, come opere meritorie per ottenere la remissione dei peccati. Per quanto riguarda il monachesimo, Voltaire diceva che, a quel punto dell’impero, c’erano più monaci che soldati. In realtà, quando il monachesimo si diffuse, l’impero  era già disfatto: un enorme corpo agonizzante crollato su se stesso per il suo stesso peso.
Il monachesimo contribuì, invece, al costituirsi della grande proprietà ecclesiastica  che è una delle cause all'origine del potere temporale della Chiesa.  

San Benedetto non si aspettava una diffusione così massiccia del suo ordine, ma alla base della fortuna dell’ordine benedettino sta un’equazione molto semplice: l’idea giusta al momento giusto, ossia la fondazione dei primi monasteri  e la Regola da lui scritta in un momento particolarmente difficile per il territorio imperiale.  
Il potere centrale dell’impero non funzionava più; anzi, nelle mani di persone fuori da ogni controllo  era diventato motivo di oppressione. Si era instaurata la legge del più forte.  Inoltre, le continue e feroci invasioni dei Goti prima e dei Longobardi poi, seminavano il terrore tra le popolazioni che non sapevano più a quale santo votarsi. 
Le cittadelle monastiche e quei 73 brevi articoletti che scandivano la giornata e la vita dei monaci  secondo le loro esigenze spirituali e materiali, furono l’àncora di salvezza per intere comunità civili terrorizzate, disorientate e confuse; qualcosa a cui aggrapparsi, che conciliava la nuova fede con il bisogno di ordine esistenziale e di protezione. 
Il monastero diventò rifugio per comunità intere che offrivano il loro lavoro, anche gratis,  nei campi in cambio della semplice protezione.

Quello che fece veramente grandi i monasteri furono, tuttavia, le donazioni “pro rimedio animae”, per rimediare ai peccati del donatore, come si voleva a quel tempo. Grandi donazioni terriere, non solo di privati, ma anche di re che offrivano terre demaniali in ogni angolo d’Italia, andarono ad arricchire specifici monasteri e chiese. Lo spirito con cui queste donazioni venivano fatte era prettamente spirituale:  non si donava ad un monastero  o ad una chiesa, ma al santo patrono del monastero o della chiesa. Le donazioni a Montecassino venivano fatte a S. Benedetto, fondatore del monastero, mentre quelle alla Chiesa Romana venivano fatte  a San Pietro, primo vescovo. 
Al di là dei motivi spirituali, c’erano sempre dei motivi molto pratici ed opportunistici, soprattutto quando a donare era semplici cittadini. Essi preferivano donare il loro pezzo di terra ad un ente ecclesiastico, soprattutto ad un monastero, perché avevano la garanzia di un potente protettorato e un trattamento più umano come coloni.
L’abbazia di Montecassino  e quella di San Vincenzo al Volturno, a volte in antagonismo tra loro, divennero le stupende cittadelle monastiche che conosciamo, grazie a cospicue donazioni di privati  e di re che le resero incredibilmente ricche e latifondiste, anticipando di qualche tempo il feudalesimo.
Il territorio carinolese non sfuggì a questa pratica che si estese per tutto il medioevo e, sul nostro territorio, diverse furono le proprietà appartenenti alle due abbazie.
c.d.l. 

Alcuni testi consultati
Baus Karl e Ewig Eugen – Storia della Chiesa – vol. II, Milano, 1977
Federici V. (a cura di) Chronicon Vulturmense del monaco Giovanni  - I, II, III – Roma, 1938
Gregorio Magno ( a cura di Simonetti e Pricoco) – Dialoghi: storie di santi e di diavoli –   vol. II, libri III e IV, Milano, 2006
Gregorio Magno (San) – Vita di San Benedetto e la regola – stampa dei pp benedettini di Subiaco, Roma, 1975
Leone Marsicano (a cura di F.Aceto e V. Lucherini) – Cronaca di Montecassino 
Melani Gaudenzio – Il monachesimo orientale – Jerusalem, 1970
Milano, 2001
Roma, 1925
Vaucez Andrè – La spiritualità dell’occidente medievale – Milano, 2006

lunedì 14 novembre 2011

Martino, il Solitario del Monte Massico


Ventaroli - Basilica di Foro Claudio - S. Martino

   *Aggiornato il 23 Luglio 2012 


Forse non si chiamava Martino, ma Marco o Marciano, come possiamo ritrovare in diverse fonti del passato. Personalmente, opterei per Marciano perché a Casanova  esiste una zona agreste, proprio ai piede della montagna e lungo la strada che porta alla Piana di S. Martino, che ancora viene chiamata S. Marciano. Se così fosse, quel toponimo che non sono mai riuscita a spiegarmi, avrebbe la sua ragione d’essere. Il nome Martino gli sarebbe  stato imposto dal Pontefice stesso (Anastasio II? Simmaco?) al momento del battesimo per segnare il radicale cambiamento di rotta della sua vita, dal paganesimo al cristianesimo.

Non doveva essere una persona di poco conto se il battesimo lo prese per mano dello stesso Pontefice, ma non abbiamo molte notizie su di lui. Della vita di questo santo sappiamo qualcosa grazie alle ricerche di alcuni studiosi del passato e locali ma, per capire e apprezzare meglio la sua figura, bisogna inquadrarla in quel processo di cristianizzazione dei primi secoli che contribuì a ridisegnare lo stile di vita di tutta la penisola italica, sia con un modo nuovo e personalissimo di vivere la nuova fede, sia con l’organizzazione di una gerarchia che sapesse venire incontro alle nuove esigenze.
Il cristianesimo, camminando lungo le più importanti vie di comunicazione del tempo, penetrava nelle città, nelle campagne e diffondeva i vari modi di viverlo proveniente dal vicino oriente. Ad esso venivano eretti i primi luoghi di culto per accogliere i neofiti, istituite le prime diocesi, ma assistiamo anche alla diffusione del monachesimo che, dai deserti d’Egitto, della Siria e della Palestina, arrivò in Occidente e si andò sempre più affermando, fino a diventare una forza basilare del cristianesimo occidentale.  Dapprima si manifestò in forme di vita molto semplici, che riguardavano il singolo, poi si trasformò in forme di vita organizzata che riguardavano intere comunità di monaci.

Il monachòs, secondo la concezione orientale affermatasi in Italia verso il IV secolo ad opera del vescovo alessandrino Atanasio, era colui che viveva solo, in luoghi deserti; colui che, lottando ogni giorno per la sua stessa sopravvivenza contro ogni sorta di disagi e di privazioni, dava testimonianza alla legge di Dio. Grazie a questa concezione, assistiamo, in Italia, al fiorire di eremiti che si isolavano dal resto del mondo per vivere il proprio ascetismo. Le grotte dei monti diventarono luoghi di accoglienza di questi “solitari” e l’intera penisola italiana si punteggiò di grotte della fede”.

L’esperienza eremitica ebbe, in quelle personalità particolarmente votate all’alta spiritualità, risposte diverse.  
In Benedetto da Norcia fece nascere la “voglia di fare” che lo spinse a fondare le prime comunità monastiche, a Subiaco e a Montecassino; in Martino consolidò  invece il bisogno di ascesi, e quindi di isolamento, per meglio meditare i misteri divini. L’incontro, (a Montecassino, dove sembra avesse preso dimora Martino inizialmente) di queste due sensibilità spirituali, così simili e così diverse, non poteva che produrre una sola cosa: l’amore  e il rispetto reciproco, che poi si trasformò in santità in entrambi.
Benedetto non abbandonò il suo amico Martino che si era spostato sul Monte Massico per ritrovare là quella solitudine che aveva perso con il suo arrivo, ma dal messaggio che  gli mandò, quando seppe che Martino si era incatenato un piede ad un masso per limitare al massimo il suo raggio d’azione e mortificarsi, possiamo comprendere la diversa evoluzione spirituale dell’esperienza eremitica dei due. Quel “non una catena di ferro, ma la catena di Cristo ti deve incatenare a Dio” rivela in Benedetto il totale superamento della fase eremitica e l’inizio di quella comunitaria; Martino è invece ancora impregnato di monachesimo primitivo che non supererà mai, nonostante la sua apertura verso gli altri. Ma questo, non è certamente un ostacolo alla sua indiscussa santità.
                                                                                                              c.d.l.



Bibliografia

AA. VV. – Raccolta di Rassegna Storica dei Comuni – vol. 17, Studi Atellani, 2003
Ambrosiani A.- Zerbi P. - Problemi di Storia medioevale – Milano, 1977
De Stasio M. e Iannettone G – Bernardus episcopus calinensis in Campania Felice – Napoli,1988
Gregorio Magno ( a cura di Simonetti e Pricoco) – Dialoghi: storie di santi e di diavoli –   vol. II, libri III e IV, Milano, 2006
Gregorio Magno – Vita di San Benedetto e la Regola – Roma, 1975
Jannelli Gabriele – Sacra Guida ovvero descrizione storica artistica letteraria della chiesa cattedrale di Capua – Napoli, 1858
Moroni Gaetano – Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica – vol. 63, Venezia, 1853
Mugolino Giovanni – Santi eremiti italogreci: grotte e chiese rupestri in Calabria -  Catanzaro, 2002
Penco Gregorio – Storia del monachesimo in Italia: dalle origini alla fine del medioevo – Milano, 1983
Zannini Ugo e Guadagno Giuseppe – S. Martino e S. Bernardo – Minturno, 1997






2° approfondimento al Concilio di Sinuessa: note passio sanctorum Casti et Secondini –

Napoli - Catacombe di San Gennaro
Trascrivo le note n. 6 e n. 8 dello studio di Ugo Zannini che ritengo molto esplicative.

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Sotto il nome di Casto sono ricordati in Campania  numerosi vescovi della prima cristianità. Certo c’è da dire che la confusione regna sovrana e reduplicazioni e sovrapposizioni sono quanto mai probabili. Ad un Casto vescovo del III secolo a Benevento, si aggiunge un omonimo vescovo di Calvi martirizzato a Sinuessa nel 66 d.C. che non è però il vescovo di Sessa Aurunca  perché questi sarebbe stato martirizzato insieme a Secondino, sì a Sinuessa, ma  nel 292 d.C.
Oltre che insieme a Secondino, Casto lo troviamo in coppia con Cassio sempre in Campania e nel Lazio. 

In quel di Sessa sarebbero state trovate le tombe dei SS. Casto e Secondino. In verità tale asserzione non appare confortata da prove inconfutabili. Cosimo Storniolo afferma, a seguito di  ispezione in loco, di essere convinto che il cimitero cristiano ritrovato a Sessa Aurunca era anche il luogo di sepoltura dei SS. Casto e Secondino […].  Secondo il Testini, per l’identificazione  della tomba di un martire che almeno uno dei seguenti elementi debba provare inconfutabilmente: 1) Presenza di una cappella o basilica presso o sul sepolcro ancora integro; 2) Iscrizione in situ; 3) Graffiti tracciati sull’intonaco delle pareti della cripta o della basilica sotterranea e sui muri prossimi alla tomba del martire; 4) Altare eretto in onore del Santo; 5) Eventuali pitture raffiguranti il Santo o presenza di elementi architettonici attestanti il culto (scale di accesso per i visitatori ecc.). A ben osservare, nessuno di questi elementi è testimoniato con chiarezza a Sessa Aurunca. L' ubicazione  in questo sito della chiesa dedicata a  S. Casto, che tra l’altro è ricordata nella Bolla di Atenulfo e nelle Rationes Decimarum poi, non è cosa certa neanche per gli storici locali. 

Non può sfuggire a tal proposito come le chiese di S. Casto e S. Secondino siano riportate, nei due predetti documenti, separatamente mentre sarebbe stato più logico trovare una chiesa martoriale con la doppia denominazione. Non vi sono, poi, né graffiti, né altari e né  le pitture medioevali e rinascimentali sono in grado di offrirci alcun dato; infine, il ritrovamento dei resti di un sarcofago non dimostra alcunché  in quanto esso è pre-cristiano ed evidentemente riutilizzato. L’unica prova, che questo cimitero cristiano fosse sorto presso le tombe  martoriali dei SS. Casto e Secondino, era un’ iscrizione riportata dal solo De Masi (alla p. 244 del suo libro: CORPORA SS. MARTYRUM CASTI CIVIS/ ET EPI SUESSANI, ET SECUNDINI  EPI/ SINUESSANI HIC REQUIESCUNT/ IN DOMINO). Pur volendo ritenere fededegna la notizia del De Masi, va precisato che la formula utilizzata nell’ iscrizione non è ascrivibile al IV-V secolo d.C. ma sicuramente è successiva. La notizia che vuole S. Casto cittadino di Suessa poi, è palesemente attinta dalla passio che è un terminus ante quem non. 

Va poi considerato che le due iscrizioni riportate dal Menna (II p. 53) che si conservano  scolpite  sugli scalini dell’atrio della chiesa cattedrale di Carinola, oggi non più esistenti, ci attestano una tradizione diversa e forse più antica: OSSA. MARTYRIS. CASSII / EPISCOPI. SINUESSANI HIC IN PACE / QUIESCUNT. e
CORPUS. MARTYRIS. SECUNDINI. / EPISCOPI. SINUESSANI. HEIC./ REQUIESCIT. IN. DOMINO.  In questo caso, non troviamo in coppia Casto e Secondino, ma ambedue vescovi di Sinuessa presenti, però, in due distinte epigrafi. Anche questa evidenza sembra confermare quella intuizione che avevano avuto i Bollandisti (AA.SS., Julii, I, p.20) e di cui successivamente Lanzoni  tratterà più ampiamente: Casto, Casto e Secondini sono martiri africani; successivamente il loro culto si diffonde in Campania e infine gli agiografi dell’XI-XII secolo li fanno diventare martiri campani. Il ricordo della loro originaria comune provenienza è rimasta testimoniata, a nostro avviso, anche nelle diverse tradizioni che vedono questa triade presente a coppie variabili:
-         Cassio/ Casto (Passio sanctorum Cassi et Casti);
-         Casto/Secondino (Passio sanctorum Casti et Secondini);
-         Cassio e Secondino (Menna 1848, II, p. 53).

 Da: Ugo Zannini
La scomparsa di Sinuessa e l’invenzione del suo episcopato  

Alcuni testi consultati dall’autore                         

Acta  sanctorum, Julii I - Parigi 1719
Ambrasi D. in Bibliotheca Sanctorum -coll. 811-812
Balducci A. in Bibliotheca Sanctorum - coll. 935-940
De Masi T.- Memorie istoriche degli Aurunci antichissimi popoli dell'Italia e delle loro principali città Aurunca e Sessa - Napoli, 1761
Di Silvestro L.- Diocesi di Sessa Aurunca. Il cammino della Chiesa locale dalle origini al 1939 - Sessa Aurunca, 1996
Lanzoni F. – Le diocesi d’ Italia dalle origini al principio del secolo VII – Faenza, 1927
Mazzeo F. - Il complesso cimiteriale dei Santi Casto e Secondino in Sessa Aurunca - in Fede e Cultura, 1, Sessa Aurunca, 1987-1989
Menna Luca - Saggio istorico ossia piccola raccolta dell'istoria antica e moderna della città di Carinola in Terra di Lavoro - Aversa, 1848 (rist. a cura di Adele Marini Ceraldi, Napoli 1970)
Stornaiolo C.- Conferenze di archeologia cristiana. anno XXII, 1896-1897 in Nuovo Bullettino di archeologia cristiana, III, Roma, 1897
Testini P. - Acheologia Cristiana - Bari, 1980
Ughelli F. Italia Sacra, vol X - Venezia 1790 
Zona M.- Il santuario caleno - Napoli, 1809


domenica 13 novembre 2011

1° approfondimento al Concilio di Sinuessa: Passio sanctorum Casti et Secondini


L' approfondimento che segue è un interessante  studio di Ugo Zannini, La scomparsa di Sinuessa e l’invenzione del suo episcopato, pubblicato sulla Rivista Storica del Sannio, 23, 3^ serie – anno XII. Le stesse note a piè di questo articolo sono un ulteriore approfondimento dell’argomento in oggetto per cui, per una miglior lettura, le trascriverò come articolo  a parte.

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Nella passio sanctorum Casti et Secondini (5) si narra la storia dei due martiri, appunto Casto (6) e Secondino (7), il primo vescovo di Sessa Aurunca (8) ed il secondo di Sinuessa, imprigionati e torturati dal preside Curvus, il quale pur avendo assistito  ai numerosi miracoli di questi santi, infligge loro ogni sorta di sofferenze. Il preside, però, prima di vedere morti i santi Casto e Secondino perirà sotto le macerie del tempio di Apollo. Solo dopo questo evento voluto da Dio sarà possibile ai “cultori degli idoli” uccidere, nel 292 presso Sinuessa, i santi trafiggendoli con la spada.
La passio, però, se analizzata attentamente, risulta essere stata composta in un tempo relativamente recente (XI sec.), comunque lontanissima dai presunti avvenimenti del III secolo d.C. Il genere letterario è ben noto agli agiografi moderni: la prolissità è in simbiosi con un racconto dai toni drammatici in cui l’elemento prodigioso sovrabbonda senza necessità e verosimiglianza. Ci troviamo, cioè,  di fronte a quelle vite “romanzate” in cui il biografo, a corto di dati sul santo, era costretto a scriverne la storia immaginandosi le persecuzioni, le scene del tribunale, il supplizio ecc.
E’ innegabile, però, che il culto nei confronti dei santi doveva essere molto vivo in quei secoli nella Campania settentrionale se il biografo sente la necessità di redigere una loro vita. Testimonianza ne sono le chiese a loro dedicate che si desumono, ad esempio, dalle Rationes decimarum e dalle visite ad sacra limina delle diocesi sia di Carinola che di Sessa Aurunca. Autorevoli studiosi hanno avanzato l’ipotesi, però, che i santi Casto e Secondino non siano stati martiri locali, ma culti di santi importati dall’Africa (F. Lanzoni). Nel III secolo, infatti, vengono martirizzati in Africa Cassio, Casto e Secondino e conseguentemente i loro culti irradiati in Campania.
Qualcuno potrebbe pensare che ciò è il riflesso di quanto tramandatoci nella vita di S. Castrese in cui si narra di un gruppo di santi, tra cui anche Secondino, abbandonati al largo del mare nostrum dai persecutori africani in una nave rotta e sfasciata che approda incolume, per volere divino, nei lidi campani.
Così non è.
La vita di S. Castrese è un altro di quei “romanzi” agiografici medioevali  in cui non c’è nulla di attendibile: un falso composto nella prima metà del secolo XII.
Se quindi la passio di S. Casto e S. Secondino è un falso, è evidente che non abbiamo nessuna prova che quest’ultimo sia stato un vescovo sinuessano , né che nel III secolo d.C. esistesse a Sinuessa una sede episcopale.

Da: Ugo Zannini
La scomparsa di Sinuessa e l’invenzione del suo episcopato

Alcuni testi consultati dall'autore 

Acta  sanctorum, Julii I - Parigi 1719
Ambrasi D. in Bibliotheca Sanctorum -coll. 811-812
Balducci A. in Bibliotheca Sanctorum - coll. 935-940
De Masi T.- Memorie istoriche degli Aurunci antichissimi popoli dell'Italia e delle loro principali città Aurunca e Sessa - Napoli, 1761
Di Silvestro L.- Diocesi di Sessa Aurunca. Il cammino della Chiesa locale dalle origini al 1939 - Sessa Aurunca, 1996
Mazzeo F. - Il complesso cimiteriale dei Santi Casto e Secondino in Sessa Aurunca - in Fede e Cultura, 1, Sessa Aurunca, 1987-1989
Menna Luca - Saggio istorico ossia piccola raccolta dell'istoria antica e moderna della città di Carinola in Terra di Lavoro - Aversa, 1848 (rist. a cura di Adele Marini Ceraldi, Napoli 1970)
Stornaiolo C.- Conferenze di archeologia cristiana. anno XXII, 1896-1897 in Nuovo Bullettino di archeologia cristiana, III, Roma, 1897
Testini P. - Acheologia Cristiana - Bari, 1980
Ughelli F. Italia Sacra, vol X - Venezia 1790 
Zona M.- Il santuario caleno - Napoli, 1809




lunedì 7 novembre 2011

Il Concilio di Sinuessa

Resti di Sinuessa


* Aggiornato il 1 luglio 2012
* Aggiornato al 26 novembre 2022


Lantica città di Sinuessa è venuta a trovarsi più volte  nel pieno di una discussione storica che ancora non è stata definitivamente chiarita: è effettivamente esistito  un episcopato  sinuessano o si è trattato  solo di una montatura storica?  Molti sono stati gli studiosi che hanno accolto la tesi dell’esistenza di una diocesi a Sinuessa, altri studiosi l’hanno caldamente respinta. Ma andiamo per gradi.


Furono forse gli onnipresenti Pelasgi a fondare l’ antica Sinope, sui cui resti fu istituita una colonia romana col nome di Sinuessa. Secondo lo storico greco Strabone, la città fu  fondata da coloni provenienti dalla Tessaglia, gli Aminei, che la chiamarono Sinope per la molle sinuosità della costa su cui sorse e che per primi iniziarono la coltivazione della vite e che più tardi rese celebre il vino Falerno
Nel 296 a.C. arrivarono i romani e ne fecero una colonia marittima, gemella della vicina Minturnae,  e ne cambiarono il nome in Sinuessa, la leggenda dice dal nome della nutrice di Nettuno, Sinoessa.  
La funzione principale della colonia era quella di controllo del nuovo territorio dell'Ager Falernus, sottratto ai Capuani nel 340 a. C. e di  difesa dagli attacchi dei Sanniti, anch'essi molto interessati al territorio a causa della grande fertilità. Ma l’ ubicazione sulla via Appia, il porto e le salutari acque sulfuree fecero sì che la colonia diventasse ben presto città di supremazia commerciale dell' area e luogo di villeggiatura del patriziato romano.
A Sinuessa affluivano tutte produzioni della Campania settentrionale per essere ridistribuite altrove nell'Impero. Vi affluiva soprattutto la produzione vinicola del Falerno per essere esportata verso la capitale. 
Secondo il Nugnes, qui morì l’imperatore Claudio, e non a Roma come comunemente si crede, avvelenato dalla  consorte Agrippina che volle così assicurare l’impero a Nerone, suo figlio di primo letto. Nel 69 d.C. vi morì anche il feroce Tigellino, ministro di Nerone.     

L'abbandono di Sinuessa non fu un fenomeno rapido, ma un fenomeno che richiese del tempo e a cui contribuirono diverse concause. Una di queste fu senz'altro un aggiramento della via Appia a favore di Suessa Aurunca che fece perdere a Sinuessa  la sua posizione di supremazia  commerciale e ne favorì l'abbandono. A questa causa economica vanno aggiunti  i notevoli  fenomeni di bradisismo che interessavano la zona e che dimezzarono di molto l'attività commerciale, ma anche i continui assalti delle feroci bande barbariche che ormai scorrazzavano lungo la penisola. La città fu probabilmente abbandonata definitivamente verso la fine del V sec. a causa delle strutture portuali rese inutilizzabili dall’insabbiamento (Eliodoro Savino). 


Tra i ruderi della città, nei secoli passati fu scoperta una lapide marmorea con un epigramma in greco attribuito al poeta Pompeo Teofane Giuniore e tradotto in latino dall' Abate Ottaviani:
Litoribus finitimam Sinuessanis Venerem
Hospes, rursus pelago cerne egredientem.
Templa mihi collucent per Eonem, quan olim sinu
Drusi, et uxoris enutrivit delicium domus.
Morum vero suadela, et desiderium abstraxit illius
Totus locus hilari aptus laetitiae,
Bacchi enim sedibus me contubernalem coronavit,
Ad me calicum tumorem attrahens.
Fontes vero circa pedem scatent lavacrorum,
Quos meus filius urit cum igne natans.
Ne me frustra, hostites, praetereatis vicinam
Mari, et Nymphis Venerem, et Baccho.

Eone,  ancella o liberta di Druso ed Antonia, eresse un tempio a Venere per mettere sotto la sua protezione i commerci che in questa città aveva, tra cui terme ed alberghi, e invita gli ospiti ad onorare, con Ciprigna e Bacco, le Ninfe della salute di queste acque sinuessane. La statua della Venere posta nel tempio rappresentava la dea che emergeva dalle acque e perciò fu detta Anadiomene, o marina.
Come ben sappiamo, la Venere di cui parla l'epigramma, fu rinvenuta nel 1911 duranti dei lavori di sterro. Dopo una breve sosta  al Museo Civico Archeologico "Biagio Greco" di Mondragone, passò al Museo Archeologico di Napoli per molti anni ed ora è ritornata nella sua sede originaria.
 
Non si sa molto dell’evoluzione che la colonia subì dopo il periodo romano. Molti studiosi ci raccontano alcuni avvenimenti legati ad una supposta diocesi di Sinuessa, basandosi su documenti che probabilmente sono dei falsi medioevali, come disserta il nostro  Ugo Zannini in un suo studio molto interessante.

Lo studioso del XVII secolo Cesare Baronio, nei suoi Annali Ecclesiastici, è molto minuzioso nell’esporre le vicende legate a Marcellino papa, avvenute durante la feroce persecuzione di Diocleziano contro i cristiani. 
Il Baronio ci dice che all’anno 303 di Diocleziano sono datati gli atti di un concilio fatto a Sinuessa contro papa Marcellino I, accusato da due presbiteri e un diacono di aver incensato agli dei pagani così come imposto da un editto dell’imperatore. Il concilio si svolse nella Grotta di Cleopatra, nei pressi di Sinuessa, perché tutte le chiese cristiane erano state distrutte e bruciate per ordine imperiale. Nella grotta si radunarono 300 vescovi, cinquanta per volta al giorno, secondo la capienza del luogo. In un primo tempo Marcellino negò la sua colpa, ma poi fu costretto ad ammetterla e chiese ai vescovi di giudicarlo.  La risposta definitiva dei vescovi riportata negli atti fu: prima sedes non iudicabitur a quoquam, la prima sede non può essere giudicata da alcuno.
Gli atti terminano dicendo che Diocleziano, saputo di questo Concilio in cui si erano radunati 300 vescovi, trenta preti e tre diaconi della chiesa romana, ne fece martirizzare molti di loro.

Se si accoglie la tesi che questi documenti siano dei falsi storici, allora sorge una domanda molto spontanea. Qual era lo scopo di queste falsificazioni documentarie? Cosa volevano provare?
Due sono le posizioni che circolavano tra gli studiosi. La prima asseriva che furono i donatisti, zelanti scismatici, il cui ideale era una chiesa che soffre e il totale distacco  del clero dalla politica, a confezionare la storia del Concilio di Sinuessa al fine di sostenere il loro pensiero. La seconda tesi riguardava l’affermazione dell' infallibilità papale che non può e non deve essere giudicata da alcuno di inferiore posizione.

Anche le notizie riguardanti i martiri della supposta chiesa sinuessana e quella sessana, S. Casto e Secondino, potrebbero non essere veritiere, ma studi specifici al riguardo ci chiariranno meglio le idee.
 
Bibliografia

Joannes Bollandus - Acta Sanctorum Maii – vol. 18 -  Roma. 1866
Acta Sanctorum Martii – vol. 6  - ? -1668
Acta Sanctorum Julii  -  vol. I,  Parigi, 1719
Arthur Paul – Romans in Northern Campania – Rome, 1991
Baronio Cesare - Annali ecclesiastici – vol. I,  Roma, 1656
Citti Francesco – Orazio, invito a Torquato – Bari, 1994
Corcia Nicola - Storia delle Due Sicilie dall'antichità più remota al 1789, vol 2 - Napoli, 1845
De Luca Giuseppe – L’Italia meridionale o l’antico Reame delle Due Sicilie – Napoli, 1860
Giannone Pietro – Istoria civile del Regno di Napoli – Italia, 1821
Odescalchi Carlo – Difesa della causa di S. Marcellino I – Roma 1819
Romanelli Domenico – Antica topografia istorica del Regno di Napoli – Napoli, 1818
Salzano Maestro – Corso di storia ecclesiastica – Milano, 1856        
Savino Eliodoro – La Campania tardoantica – Bari, 2005
Vacca Salvatore – Prima sedes a nemine iudicatur -  Roma, 1993
Zaccaria Francesco A. –  Raccolta di dissertazioni di storia ecclesiastica -  Vol II – Roma, 1840
Zannini Ugo – La scomparsa di Sinuessa e l’invenzione del suo episcopato – in Rivista Storica del Sannio 23 - Napoli, 2005


mercoledì 2 novembre 2011

Calinium o Calenus?

Teatro di Cales

Diversi scrittori antichi, dal medioevo in poi,  hanno fatto non poca confusione tra il sostantivo “calenus” e l’aggettivo “calenus-a-um”, attribuendoli a due città diverse: a Calvi e a Carinola.  A causa di questa confusione, è venuto a crearsi, nei secoli, un pasticcio storico che perdura tuttora. Ancora ci si riferisce a tutto ciò che riguarda Carinola con l’aggettivo “caleno”, oramai accettato da tutti. Il canonico Mattia Zona, storico del XVIII secolo, nativo di Sparanise della Diocesi di Calvi, argomenta invece che l’aggettivo “caleno” è proprio di Cales, ossia Calvi.
Per essere più precisi, quando nei nostri studi e nelle nostre letture, troviamo l’aggettivo “caleno” riferito ad uno  specifico periodo storico, ossia a prima dell’anno 568 d.C., non possiamo dubitare che esso si riferisca a Calvi e non a Carinola. Perché? Semplicemente perché, prima di quella data, Carinola non esisteva ancora, anzi non ne esisteva neanche l’idea, essendo stata fondata dai Longobardi presumibilmente tra il settimo e ottavo secolo. 
Scrittori classici quali Strabone, Cicerone, Plinio, Tito Livio, Orazio, Virgilio e altri, usando  l’aggettivo “caleno” per riferirsi ad una città della Campania Felix dovevano, per forza di cose, intendere una città diversa da Carinola, visto che essa non esisteva ancora. L’unica città della Campania esistente e da cui deriva l’aggettivo calenus-a-um era Cales, la più importante città degli Ausoni e che in periodo romano era al culmine della sua grandezza, grazie anche alla vicinanza  con la via Latina su cui si svolgevano i traffici commerciali.  
Il territorio in cui si trovava l'antica Cales era detto ager Calenus e confinava con il nostro ager Falernus a ovest, l' ager Stellatus a est e l' ager Statanus a sud. Anche la vicinanza di questi antichi campi, di cui non si è mai riuscito a stabilire con precisione i confini, hanno creato qualche confusione. Oggi possiamo avere delle idee più chiare  grazie a studi più recenti e approfonditi.

Ad esempio, Plinio ci fa sapere che nel campo caleno esisteva (ed esiste) un’acqua acidula che rende gli uomini come ubriachi e Vitruvio addirittura le attribuisce la proprietà di distruggere i calcoli. Oggi, noi sappiamo bene che quest’acqua minerale si trova nei pressi di Riardo, in quello che era territorio dell’antica Cales. E quando Orazio menziona i vini caleni offerti al palato degli amici, non già al Falerno si riferiva,  ma ai vini del territorio di Cales.

Poi, verso il VII-VIII secolo d. C., i Longobardi fondarono Carinola e la chiamarono Calinium, talvolta Calinulum o anche Carinulum, latinizzando il suo nome volgare di  Calinio o Calinolo (Pratilli).

Come è nata dunque questa confusione? Molti storici del XVIII e XIX secolo ritengono che siano stati gli scrittori del periodo normanno a creare questo precedente, portando avanti un errore di trascrizione dello storico longobardo Paolo Diacono.
Paolo Diacono, monaco benedettino del monastero cassinese, nel trascrivere da Leone Hostiense (o Marsicano) alcuni atti di donazione fatti al suo monastero nella sua Cronica del 1137, usò la parola caleno, trasformando però quello che era un aggettivo in un sostantivo. Questo fu l’inizio di un errore che non è stato mai sanato perché alcuni autori cominciarono a considerare il neo-formato  sostantivo caleno come città diversa da Cales. L’errore divenne ancora più grande quando molti scrittori normanni ritennero che Caleno fosse riferito a Calinium (Carinola). Ed ecco allora che la nostra Carinola assunse, suo malgrado,  il nome di Caleno l’aggettivo caleno per tutto ciò che la specifica, mentre invece, l’aggettivo corretto sarebbe calinense.
Ma la storia, si sa,  è fatta dagli uomini, che non sono infallibili. A volte basta un’inezia per alterare per sempre delle verità che solo lunghi studi e attente ricerche possono ripristinare.


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Alcuni testi consultati:

Alberti Leandro – Descrittione di tutta italia – Venezia, 1551
Atto Vannucci -  Storia d’Italia dall’origine di Roma fino all’invasione de’ longobardi – FI, 1861
De Luca Giuseppe – L’Italia Meridionale o l’Antico Reame delle Due Sicilie – Napoli, 1860
Gravier Giovanni – Raccolta di tutti i più rinomati scrittori… - Napoli, 1772
Mazzella Scipione – Descrittione del regno di Napoli – Napoli, 1601
Minervini Giulio ( a cura di ) - Bullettino archeologico italiano – Napoli, 1862
Nugnes Massimo – Storia del Regno di Napoli – Napoli, 1842
Pellegrino Camillo – Apparato delle antichità di Capua – Napoli, 1771
Pratilli Francesco M. – Della Via Appia riconosciuta e descritta da Roma a Brindisi – Napoli, 1745
Rinaldo Ottavio – Memoriche istoriche della fedelissima città di Capua – Napoli, 1753
Romanelli Domenico – Antica topografia istorica del Regno di Napoli – Napoli, 1819
Starke Mariana - Travels in Europe – London, 1833
Valerio Massimo – De’ fatti e detti degni di memoria….  a cura di R. de Visiani  – Bologna, 1867
Zona Mattia -  Calvi antica e moderna – Napoli, 1820