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sabato 3 febbraio 2018

Giovanni Antonio Marzano abbandona gli Angioini per Alfonso d'Aragona

Carinola: antico portale esterno del Palazzo Marzano

Giovanni Antonio Marzano, figlio di Jacopo e di Caterina Sanseverino, fu 3° Duca di Sessa (4° secondo la Tommasino), 5° Conte di Squillace, Conte di Carinola e Grande Ammiraglio del Regno. Era adolescente quando morì suo padre Jacopo che lo lasciò sotto il bailato (custodia) di re Ladislao, condizione onorata ma onerosa per il re. Per liberarsi da quel peso, Ladislao accordò a Caterina Sanseverino, madre di Giovannantonio, di occuparsi da sola del figlio e passò a lei il bailato e allo zio paterno Goffredo, conte di Alife.
Morto poi re Ladislao nel 1414, gli successe la sorella, Regina Giovanna II, che per assicurarsi la fedeltà del Marzano prese dei provvedimenti

Essendo Giovannantonio un potentissimo barone che avrebbe potuto  disturbare la pace del Regno, come già aveva fatto suo padre Jacopo con Ladislao, la regina gli impose il pagamento di 40.000 ducati come cauzione e assicurazione che egli non avrebbe mai occupato alcuno stato del Regno o portarlo a ribellione. Giovannantonio riuscì a far annullare quella cauzione grazie all’intervento di Luca Comite, segretario della regina e grande amico del Marzano.

Ma Giovanna non si sentiva per niente sicura e allora volle che Covella Ruffo, sua prima cugina e già vedova di Ruggiero Sanseverino con cui aveva avuto il figlio Antonio, sposasse Giovannantonio per meglio tenerlo sotto diretto controllo. Covella, molto malvolentieri, obbedì e nel 1425 circa, sposò il Marzano. Ma il matrimonio di Giovannantonio e Covella fu quanto di più penoso e tormentoso ci potesse essere perché Covella, donna molto avida di potere, non sottometteva a nessuno la sua potente posizione a corte, neppure a suo marito. Anzi, suo marito diventò il suo peggior avversario, colui con cui gareggiava in autorità e influenza presso la regina. L’unico figlio  che i due ebbero, Marino, fu forse la vittima principale di questo infelice matrimonio. Egli fu lasciato con il padre e crebbe praticamente senza madre perché Covella preferiva vivere a corte piuttosto che a Sessa, per meglio esercitare la sua nefasta influenza sulla regina.

Quando nel 1431(o 1432) morì Sergianni Caracciolo, amante della regina, ucciso da un complotto di palazzo in cui Covella fu la principale artefice, sembra che la duchessa, alla vista del cadavere gridò: “Ecco il figliuolo di Isabella Sarda che voleva contendere meco!”. L' intrigante duchessa di Sessa rimase l'unica a disporre dell'anziana regina e del Consiglio reale e praticamente fu lei a governare. 
Alfonso d'Aragona, re di Sicilia, conscio della cosa, cominciò a sperare di essere riconfermato da Giovanna nella primitiva adozione. E sicuramente ci sarebbe riuscito se si fosse rivolto unicamente a Covella per avere un aiuto, ma commise l'errore di rivolgersi anche al di lei marito Giovannantonio per innalzare la bandiera d'Aragona negli stati posseduti dal Marzano.

Covella, molto gelosa del suo potere e non volendo essere scavalcata neppure da suo marito, non gradì la cosa e rivelò le intenzioni di Alfonso alla regina, la quale inviò soldati negli stati del Marzano affinché questi non potesse volgersi a favore dell'aragonese. 

In realtà tanti altri interessi  ruotavano intorno al Regno di Napoli e tanti intrighi a cui Covella non era estranea. Ella appoggiava Luigi III d'Angiò da cui sperava di avere conferma della sua posizione a corte, mentre il nuovo papa Martino V cercava di creare per suo nipote Antonio Colonna una forte e ricca signoria nel Regno. Giovanna lo aveva già nominato principe di Salerno, ma il papa covava ben altro interesse. Sembra che auspicasse all'adozione del nipote da parte di Giovanna e che questi potesse perciò diventare  re di Napoli. A questo scopo, papa Martino si adoperò per far sposare suo nipote Antonio con Giovannanella Ruffo, figlia ed erede di Nicolò Ruffo, uno dei più potenti baroni calabresi e cugino di Covella.

Nel 1435 morì Luigi d'Angiò, l'ultimo adottato dalla regina Giovanna, e dopo qualche mese morì anche la regina, designando alla successione al trono di Napoli Renato d'Angiò, fratello di Luigi, e lasciando provvisoriamente al governo del Regno sedici baroni. Ma i baroni non gradirono questa soluzione e si schierarono tutti dalla parte di Alfonso d'Aragona. E neppure la gradì papa Eugenio IV che avocò a sé il Regno e si riaccese la guerra.

Giovannantonio, alla testa dei suoi uomini, iniziò a conquistare città dopo città per metterle nelle mani dell'aragonese, a cominciare da Capua e poi da Gaeta. Dopo anni di lotta con le forze angioine di Renato d'Angiò, Alfonso d'Aragona poté entrare in Napoli grazie anche all'impegno e all'azione militare di Giovannantonio Marzano.

Alfonso, grato dell'aiuto che gli aveva dato il Marzano, lo predilisse agli altri baroni e volle che entrasse insieme a lui in Napoli, quando egli prese possesso del Regno. Era il 26 febbraio del 1443 ed iniziava per il Regno di Napoli il periodo aragonese. 

Nel 1445 moriva Covella Ruffo e nel 1447 Giovannantonio sposò in seconde nozze Francesca Orsino, figlia di Giovanni conte di Manoppello, da cui ebbe un altro figlio maschio, Altobello. A questo secondo figlio maschio, Giovannantonio diede in feudo Castropignano, oggi Capotignano, a Nocelleto, in territorio di Carinola.

Durante la sua amministrazione sessana, Giovannantonio rimodernò il castello di Sessa trasformandolo da struttura fortificata a sua residenza familiare. Nel 1400 fece costruire la Chiesa di S. Anna  e nel 1418 donò il complesso della SS. Trinità di Sessa ai monaci agostiniani. Nel 1425 donò invece il terreno per la costruzione della Chiesa di S. Domenico, fece ampliare la cinta muraria e fece edificare la Porta dei Cappuccini.

Mori a Sessa nell'estate del 1453 e fu sepolto nell'allora Chiesa di S. Francesco. Oggi il suo sepolcro si trova nel Museo Diocesano di Sessa Aurunca.
cdl

Vedi anche:
Alfonso I d'Aragona. La tattica militare di G.A. Marzano per l'aragonese
                                 

Alcuni testi consultati: 

Bartolomeo Facio: Fatti d'Alfonso d'Aragona, primo ne di Napoli di questo mome, Venezia, 1580

Gioviano Pontano;  Il Principe eroe- Napoli, 1786

Enrico de Rosa: Alfonso I D’Aragona, l’uomo che ha fatto il Rinascimento a Napoli, 2007

Pietro Giannone: Istoria civile del Regno di Napoli , Milano, 1833

G.A. Summonte, Historia della città e Regno di Napoli, in Napoli 1601-1602.Filippo Maria Pagano: Saggio Istorico sul Regno di Napoli, Napoli 1824

Angelo Di Costanzo:  Historia del regno di Napoli, Nell’Aquila, 1582

Carlo de Lellis Discorsi sulle famiglie nobili del Regno di Napoli, Napoli, 1654

B. Croce, Storia del Regno di Napoli, a cura di G. Galasso, Milano 1992.

Ferrante Della Marra - Discorsi delle famiglie estinte – Napoli, 1641

Attilia Tommasino: Sessa Aurunca nel periodo aragonese – Ferrara, Roma, 1997

Tommaso  De Masi: Memorie Istoriche degli Aurunci, Napoli, 1761

Incerto autore: Istoria del regno di Napoli in Giovanni Gravier- Raccolta di tutti i più rinomati scrittori dell'istoria generale del Regno ... Napoli, 1769

N.F. Faraglia: Storia della lotta tra Alfonso V d’Aragona e Renato d’Angiò, Lanciano, 1908

Mario del Treppo: Storiografia del Mezzogiorno – Napoli, 2006

Giuseppe Reccho: Notizie di Famiglie Nobili e illustri della città e Regno di Napoli -  Napoli, 1717

Giovanni Fiore - Della Calabria illustrata, Volume 3 – Catanzaro, 2001
Gregorio Grimaldi - Istoria delle leggi e magistrati del regno di Napoli, Volume 3 – Napoli, 1736
Giovanni Pititto -Archivio Storico della Calabria - Nuova Serie - Numero 4

http://db.histantartsi.eu/web/rest/Famiglie%20e%20Persone/34

giovedì 10 marzo 2016

Sant'Anna de aquis vivis


Mondragone- interno di S. Anna de Aquis Vivis

La struttura più specificamente angioina nella nostra antica diocesi di Carinola è senza dubbio il cenobio di Sant’Anna de Aquis Vivis, stupenda e solida chiesa  oggi conosciuta come S. Anna a Monte, edificata sul monte ai cui piedi si estende Mondragone.  Su questo colle, verso il 1300, si erano stabiliti degli eremiti che avevano edificato alcune celle per loro uso e una piccola chiesa dedicata a S. Anna. Lì vivevano in povertà, elemosinando in paese ciò di cui avevano bisogno per il loro sostentamento. Padrona di quelle terre era la regina Sancia, moglie di re Roberto d’Angiò, che le aveva avute in dono dal marito nel 1308 con la promessa di non concederle mai in feudo.

Le acque vive, la cui sorgente è sotto la torre colombaia

Conoscendo la grande religiosità della regina Sancia e la sua disponibilità ad aiutare i religiosi, il capo di questa piccola comunità eremitica, Benvenuto da Sarzana, nel 1325 si rivolse a Sancia per avere un po’ di terreno da coltivare per i bisogni della comunità. E Sancia, dopo aver accertato le condizioni di effettiva povertà degli eremiti mediante il suo vicario sessano Roberto de Matricio, concesse loro dodici moggia di terreno sterile ed incolto, come scrive Erasmo Gattola nella sua Historia Abbatia Casinensis: Sulla cima di un amenissimo monte, in un luogo prossimo alla Rocca di Mondragone, chiamato S. Anna  dalle acque vive, per le acque che vi sgorgano perenni, per concessione della regina Sancia l’eremita sarzanese aveva costruito una chiesa dedicata a S. Anna e alcune celle per i confratelli.[1]

La donazione di Sancia permise agli eremiti  di ingrandire il loro eremo e di coltivare quanto necessitavano per vivere, senza aver bisogno di andare elemosinando ogni giorno. Diciassette anni dopo,  alla morte di Benvenuto da Sarzana, a Sant’Anna rimasero numerosi eremiti che avvertivano il bisogno di darsi una regola e di costruire altre strutture per accogliere tutti coloro che venivano a condividere la loro esperienza eremitica. Il loro possibile superiore, fra' Giovanni da Trupparellis di Sessa, donò il monastero al Sacro Speco di Subiaco e gli eremiti si posero sotto la Regola benedettina. Questo gesto, come dice la Torriero, potrebbe essere stato un desiderio più volte espresso dal defunto Benvenuto o anche una decisione autonoma, fatto sta che gli eremiti di S. Anna preferirono mettersi sotto la protezione e la sorveglianza del lontano Sacro Speco piuttosto che del più vicino Monastero di Montecassino.  Non se ne conosce esattamente il motivo, forse per non mettersi in competizione col vicino monastero di S. Mauro all’Oliveto, poco lontano da quello di S. Anna, e garantirsi una maggior autonomia.

La domanda per edificare nuove strutture fu presentata al vescovo di Carinola Bonagiunta di Perugia nel 1342 da due monaci inviati sul posto da Subiaco: fra’ Pietro da Velletri, che divenne poi il priore del nuovo monastero, e fra’ Giacomo di Sicilia. Il vescovo di Carinola diede il permesso e rilasciò l’autorizzazione a costruire il nuovo monastero in cambio di un censo annuo di un tareno d’oro e dieci di grana, più la quarta parte dei beni immobili dei donatori, in occasione della loro morte: “Nel nome del Signore Dio Eterno. Amen. Nell’anno 1342, sotto il regno del serenissimo nostro re Roberto…Noi, Bono per grazia di Dio e della sede Apostolica Vescovo Calinense…viste le [richieste] di  Frate Pietro da Velletri e di Frate Giacomo di Sicilia Monaci di Subiaco da parte del vostro  Abate  fra’ Bartolomeo di costruire il monastero nel luogo detto di S. Anna de Aquaviva, sito nel territorio di Rocca Monte Dragone della nostra Diocesi Calinense offerto al monastero Subiacense dal Fratel Giovanni de Trupparellis di Sessa allora Eremita, ora invece vostro monaco, a condizione dell’assenso diocesano… Diamo l’assenso a condizione che Frate Pietro, Priore,  e i suoi successori a noi e ai nostri successori della nostra Chiesa maggiore sopradetta, nella festa di tutti i Santi del mese di Novembre secondo il diritto del Concilio del sinodo, offrirete a titolo di censo un tareno d’oro e dieci di grana. La quarta parte dei beni mobili ed immobili dei fedeli, da lasciare, in occasione della loro morte, per la costruzione del vostro monastero, come avviene per tutte le parrocchie di detta Rocca suddite della nostra diocesi…”.[2]
 
Mondragone - Ruderi del Monastero di S. Anna
Al nuovo monastero cominciarono ad affluire molte donazioni che ci permettono di seguirne la crescita. Le donazioni erano principalmente fatte da privati cittadini che lasciavano offerte o proprietà immobiliari in cambio di messe per i loro defunti o per la salvezza della loro anima. Ma anche i reali angioini ebbero a cuore le sorti del monastero mondragonese. La regina Giovanna I decretò che il Monastero di S. Anna de Aquis Vivis avesse annualmente la somma di 12 once d’oro, che più tardi diventarono 14, somma confermata anche dal re Carlo III d’Angiò-Durazzo, successore di Giovanna I, e da Giovanna II nel 1415, sulle rendite fiscali di Fondi e quelle della Dogana di Gaeta.
Nel 1386 la regina Margherita di Durazzo, moglie di Carlo III d’Angiò, concesse ai monaci di S. Anna de Aquis Vivis la costruzione di un mulino per loro uso e per la gente del luogo che però ne doveva pagare l’uso, dando ai monaci la possibilità di avere delle entrate.
I monaci di S. Anna rimasero sotto la giurisdizione del monastero benedettino di Subiaco fino al 1467, anno in cui il cardinale Giovanni de Torquemada, commendatario del monastero, nella sua azione di riorganizzazione, staccò S. Anna da Subiaco e l’affidò a Montecassino.                                                                                                 
Da quel momento, per il monastero di S. Anna cominciò un lento regresso. Tra abbandoni e ritorni, restauri e ristrutturazioni, si arrivò fino ai primi del 1700, quando gli abati Gregorio Galisio (1704-1717) e  Nicola da Salerno (1717-1722) giocarono l’ultima carta per salvare il monastero dall’abbandono e lo arricchirono di nuove decorazioni, ma ormai l’interesse dei fedeli era rivolto altrove, verso le chiese della pianura più vicine e comode da raggiungere.
A quel che ci riferisce Luca Menna nel suo libro Saggio Istorico della Città di Carinola, pubblicato nel 1848, l’intera collina fu comprata dal ricco signorotto don Alfonso Gambati che ne fece edificare nuove strutture e ne fece piantare vigneti.
Il monastero di S. Anna è rimasto in mano ai privati fino agli anni '80 del secolo scorso, poi fu donato alla Diocesi di Sessa Aurunca che ne ha curato il restauro.

cdl

Il Golfo di Gaeta visto da S. Anna de Aquis Vivis





Testi consultati

AA: Terra di Lavoro – Napoli, 2003

Amato Brodella: Il monastero di S. Anna – Sessa Aurunca, 2002
Corrado Valente: Mondragone Sacra – Marina di Minnturno, 2005

Erasmo Gattola: Ad Historiam Abbatiae Cassinensis accessiones – Venezia, 1733

Giuseppina Torriero; L’ Architettura Religiosa,  in G. Cuadagno (a cura di): Storia economica ed archittettura nell’Ager Falernus – Minturno, 1987

Il monastero di Sant’Anna de Aquis Vivis in Terra Laboris vol. 18 . Minturno, 2014

L. Menna: Saggio Istorico della città di Carinola, a cura di A. Marini Ceraldi - Scauri, 1980

Mario Pagano: Il Patrimonio disperso  in Rivista Pompeiana II – Roma, 1988

Paul Guillaume: Description historique et artistique du Mont -  Cassino, 1874

Tommaso Leccisotti: Montecassino: I regesti dell’archivio: Aula II,capsule XXVIII-XLI. 1972   

 






[1] In amoenissimi montis vertice  prope Roccam Mondragonis loco, ob scaturientes perennes aquas dicto S.Anna de aquis vivis, concessione Sanciae Reginae construxerat heremita Sarzanensis ecclesiam S. Annae sacram, quaedamque cubicula pro sociis.

[2] Corrado Valente: Mondragone Sacra, ppgg 48-49











mercoledì 13 novembre 2013

I pellegrinaggi medievali e la sosta di Foro Claudio







Il pellegrinaggio cristiano conobbe il suo periodo d’oro nel Medioevo, periodo in cui si avvertiva fortemente il rapporto con il soprannaturale ed il mondo terreno era considerato il riflesso di quello spirituale. Intraprendere un pellegrinaggio rappresentava un modo per avvicinarsi alla divinità, caricando di senso spirituale la propria esistenza per raggiungere la salvezza dello spirito.

La storia del pellegrinaggio cristiano vede tre mete fondamentali: Gerusalemme, meta sacra per eccellenza, dove Gesù Cristo aveva compiuto la sua missione di salvezza dell’uomo; Roma, città del martirio degli apostoli Pietro e Paolo; Santiago di Compostela, che ospita la tomba dell’apostolo San Giacomo il Maggiore. Qualcuno aggiunge anche una quarta meta, Costantinopoli, dove erano custoditi i segni della Passione e morte di Cristo, ma erano le prime tre ad avere la supremazia su tutte le altre. 
Gerusalemme e Roma conobbero epoche di sviluppo a partire dal IV secolo d.C. mentre Santiago di Compostela si sviluppò solo verso il X secolo.


I pellegrinaggi verso la terra di Gesù iniziarono molto presto, probabilmente subito dopo l’editto costantiniano del 313. I primi documenti a nostra disposizione, interessanti diari di viaggio di due pellegrini, risalgono l'uno al 333 d.C., il diario del Pellegrino di Bordeaux, e l'altro al  384 circa, il diario della Pellegrina Egeria. Conobbero poi un certo rallentamento tra il VII e il X secolo a causa delle incursioni barbariche che interessarono l’intera Europa, ma neanche allora si fermarono del tutto.  

Inizialmente, il cammino verso Gerusalemme era affrontato da uomini di grande spiritualità, animati da fervore religioso e forte sentimento ascetico. Solo persone di tale caratura, infatti,  potevano affrontare un viaggio difficilissimo, per fatica e pericolosità, attraverso luoghi non ancora addomesticati dall’uomo. Essi lasciavano la vita familiare e i loro beni per andare in Palestina e seguire la via indicata dal Cristo,  unendosi a comunità cenobitiche che si erano formate già dal III secolo. Più tardi, uomini di ogni classe sociale cominciarono a dirigersi verso Gerusalemme, per voto, per chiedere una grazia o semplicemente per un proprio bisogno spirituale. 
Dopo aver ricevuto solennemente dal sacerdote la benedizione, il bastone, la bisaccia e le insegne del pellegrinaggio (conchiglia, croce e palma, segni di penitenza), si incamminavano verso la loro meta, che raggiungevano via terra o  via mare. In Italia, Brindisi era il porto da cui molti pellegrini si imbarcavano per la Terra Santa, dopo la tappa di Monte S. Angelo. Non mancavano le donne. 
Esse ebbero un ruolo fondamentale durante i pellegrinaggi  medioevali verso la Terra Santa, a cominciare dalla madre dell’imperatore Costantino, Elena, la quale recuperò molte reliquie cristiane e ricostruì  un itinerario religioso per chi avesse voluto ripercorrere i luoghi della nascita, morte, sepoltura, resurrezione e ascensione di Gesù Cristo


La storia dei pellegrinaggi è strettamente collegata al popolamento di zone in cui passavano le strade battute dai pellegrini e, come scrive la studiosa Gabriella Piccinni, “ogni centro di culto e preghiera, a sua volta, diventava sede di un mercato o di una fiera, di locande e taverne. Nacquero in questo modo interi villaggi”. La verità di questa affermazione l’abbiamo sotto i nostri occhi, a Ventaroli, o per meglio dire Valledoro, l'antica Forum Claudii, luogo in cui sorge la Basilica di Santa Maria De Episcopio
La Basilica fu costruita proprio nelle vicinanze di una strada medievale percorsa da pellegrini, che si dirigevano verso Brindisi per imbarcarsi, e la scelta di costruirla in quel luogo non fu sicuramente casuale. Probabilmente fu costruita proprio per essere inserita in un sistema di soste da offrirsi ai pellegrini lungo l’itinerario dei pellegrinaggi. Forum Claudii divenne quindi tappa di sosta per moltissimi pellegrini i quali, oltre a rinfrancare lo spirito nella basilica, potevano usufruire di un mercato giornaliero per le loro spese e di un hospitalium che si trovava a Carinola, presso l’Annunziata, a circa due miglia. Il nome stesso di “Forum” non è altro che la latinizzazione del nome volgare "mercatu", e nei documenti medievali il luogo viene indicato come “ad illu mercatu”
Quello che oggi noi carinolesi consideriamo come importanti testimonianze storiche, senza tuttavia avere una corretta visione d’insieme della funzione del loro ruolo, erano invece parte di un sistema economico e sociale che aveva la sua origine nei pellegrinaggi medievali. 
Prima ancora che Carinola fosse fondata e divenisse una contea, Forum Claudii era inserita egregiamente nel sistema socio-economico del tempo.
 cdl



Testi consulti
AA. VV – Il Pellegrinaggio – Milano, 1997
Cardini Franco – Il Pellegrinaggio- Vecchiarelli, 1996
De Rosa Gabriele – Età Medioevale - Bergamo, 1994
Oursel Raymond – Pellegrini del Medioevo. Gli uomini, le strade, i santuari – Milano, 1978
Piccini Gabriella – I mille anni del medioevo – Milano, 1999
Piccirillo Michele – Alliata Eugenio - Mount Nebo - Jerusalem, 1998

martedì 29 gennaio 2013

Riccardo, conte di Caserta e signore di Carinola, traditore di Manfredi? - parte I


La Battaglia di Benevento - miniatura della Nuova Cronaca di G. Villani
Quando ho trovato le notizie sui nuovi signori di Carinola ed in particolare quelle riportate nel presente articolo, non nego di essermi molto commossa.  Scoprire come il nostro piccolo territorio abbia avuto, tramite i suoi signori, un ruolo così rilevante nella Storia nazionale è stata un’emozione non da poco. A sua volta, vedere come quel ruolo sia stato vanificato da una continua indifferenza ha destato in me un sommovimento di rabbia. Molto meriterebbe questo territorio, ma soprattutto meriterebbe la guida di chi lo sappia davvero rispettare e far rispettare,  rivalutare e valorizzare per ridargli quella dignità  che gli appartiene di diritto.
***** 


Come ho accennato nell’articolo precedente, Tommaso, conte di Caserta e signore di Carinola, lasciò suo figlio Riccardo come ostaggio quando dovette uscire dal Regno di Sicilia perché espulso da Federico II
Riccardo era appena un ragazzo e Federico diede ordine che egli fosse allevato nel rispetto e nella fedeltà all’imperatore allo scopo di trasformare un potenziale nemico in un fedele servitore del re.  
Quando morì suo padre Tommaso, la sua tutela di Riccardo passò alla madre Siffridina e dal 1240 in poi Federico divenne “valletto” del re presso la corte reale di Capua. Grazie alle sue indubbie virtù e capacità divenne ben presto capitano del re e gli vennero affidati compiti di un certo rilievo, come la custodia di importanti prigionieri e il comando di un reparto nell’assedio di Viterbo del 1243. Quello stesso anno fu vicario generale della Tuscia e poi della Marca anconetana e di Spoleto.  Fu lui a svelare a Federico, forse su suggerimento della madre, la congiura che si stava preparando contro di lui. 
Sposò Violante, la figlia di Federico, e da lei ebbe il figlio Corrado, chiamato familiarmente Corradello. L’imperatore si servì di lui per gli incarichi più delicati. Era in Sicilia contro i Saraceni che poi si arresero e furono mandati a Lucera. Nel 1248 fu incaricato di ricevere in Sicilia re Luigi di Francia che andava verso la Terra Santa. 
L’anno dopo, nel 1249, fu incaricato di sondare gli umori del Regno e sicuramente non fu estraneo all’indagine che portò alla condanna di Pier delle Vigne. Infine, Riccardo risulta tra i testimoni che firmarono il testamento dell’ imperatore nel 1250, pochi giorni prima che questi  morisse. Nel testamento, Federico lasciò il Regno al suo secondogenito Corrado e a Manfredi la reggenza di esso  fino all’arrivo di Corrado che era impegnato in Germania a farsi riconoscere imperatore.


Alla morte di Federico, come era prevedibile, scoppiò la rivolta tra i baroni per la successione: chi voleva Corrado figlio primogenito di Federico e chi preferiva Manfredi. La rivolta era fomentata anche da papa Innocenzo IV che nel 1251,  da Lione, inviò una lettera al legato pontificio nel Regno di Sicilia dove lo incitava ad attirare, con promesse varie, nell’orbita  del Papato il conte di Caserta ed altri conti. Non contento, il papa scrisse una lettera personale a Siffridina,  di cui gli era nota l’amore per la Chiesa, dicendole di indurre il figlio a ritornare “alla grazia di Dio e alla fedeltà della Sede Apostolica” (1).   
Riccardo, sebbene rimanesse fedele a Manfredi, da buon cristiano e forse sotto pressante consiglio materno, chiese al Pontefice la conferma della sua contea  e di tutti i beni ricevuti dall’imperatore dopo il 1240. La lettera di conferma papale, datata Genova 17 giugno 1251, è un documento di fondamentale importanza perché chiarisce quali fossero i possedimenti del conte casertano. Esso dice: “… ed è per questo che noi, propensi alle tue suppliche, confermiamo a te e ai tuoi successori, con autorità apostolica, la contea di Caserta, la città di Carinola, a te pertinenti, come asserisci, per diritto ereditario, e il Castello di Scafati e Castellammare, come pure Caiazzo, Montoro, la Rocca di Mondragone, la diocesi Capuana, Napoletana, Salernitana e Carinolese, che al momento proponi di possedere  pacificamente, con tutti i diritti, gli onori e pertinenze delle predette contee, città e castelli, e col presente scritto assicuriamo protezione a chiunque voglia salvaguardare questo diritto” (2).

Alla venuta di Corrado in Italia nel 1251, Napoli e Capua furono le prime città  a ribellarsi. I capuani, aiutati da Riccardo di Caserta e Tommaso d’Aquino conte di Acerra, ambedue cognati di Manfredi e a lui favorevoli, fecero un’ incursione a Sessa, fedele a Corrado, per rapire le donne da usare come merce di scambio, s’impossessarono della città e la misero contro Corrado.  Ma giunto a Sessa, Corrado rimise le cose a posto e, venuto poi a Carinola, i carinolesi lo fecero passare senza opposizione e  obbedirono ai suoi ordini (Cronicon suessanum). In altre parole, Carinola divenne un possesso di Corrado.
 
Corrado, al fianco del suo fratellastro Manfredi,  di cui comunque poco si fidava e a cui ridimensionò molto del suo potere,  scese verso Palermo riducendo all’ obbedienza reale tutte le contee che si erano ribellate, soprattutto le turbolenti contee di Caserta ed Acerra e sottomise  anche Capua e Napoli che per prime gli si erano ribellate. Ma Corrado visse ben poco e nel 1254 morì di malaria lasciando come erede suo figlio Corradino che aveva solo due anni e si trovava in Germania e che, alla morte del padre, fu posto sotto la tutela del papa.   
Manfredi poté continuare la reggenza di Sicilia senza opposizione. 


Quello stesso 1254 morì anche papa Innocenzo e gli successe Alessandro IV
Riccardo non si dimostrò nemico del nuovo papa né della Curia romana e non è da escludere che la sua  simpatia per il Papato fosse una chiara mossa politica per riavere indietro i territori che Corrado gli aveva sottratto, ossia Carinola.  Comunque fosse, rispondendo all’ opportunismo politico  di Riccardo con una mossa altrettanto opportunistica, il nuovo papa favorì Riccardo, sicuramente per attirarlo dalla sua parte. 
Con una lettera datata  Napoli 29 gennaio 1255  invitò l’Università di Carinola a prestare giuramento di fedeltà al conte casertano, esprimendosi in questi termini:  "al nostro diletto figlio, il nobile Riccardo conte Casertano a noi fedele, con il consiglio e il pieno consenso dei nostri fratelli, avremo restituito il possesso della città di Carinola che un tempo apparteneva al fu Corrado, figlio del fu Federico imperatore ei Romani che, si dice, gli avesse tolto  per suo capriccio e che la stessa città fosse appartenuta a lui e ai suoi progenitori, come si sa, e a lui e ai suoi eredi nuovamente avremo concesso per particolare grazia, come è previsto dal privilegio apostolico ottenuto a maggioranza….” (3)


Quando poi Manfredi nel 1255-56 riprese il potere, fu molto magnanimo con le città che si erano ribellate a Corrado e a suo cognato Riccardo “ conte di Caserta e signore di Carinola”, che pur si era messo sotto la protezione del papa, nel 1257 regalò  il castello di Pescofalconara e gli restituì quello di Civitavecchia d’Arpino con la terra d’Arpino che già gli erano appartenute in passato.   
La risposta del papa a questo nuovo cambiamento di situazione non si fece attendere.  Nel 1259, un anno dopo l’incoronazione di Manfredi, il papa lanciò l’interdetto (ossia il divieto di accedere in luoghi sacri e  di celebrare  funzioni religiose) contro le città e i luoghi che accoglievano Manfredi, contro i conti di Caserta, di Acerra e contro Galvano e Federico Lancia, zii di Manfredi, e che lo avevano aiutato contro Corrado a riprendersi il Regno di Sicilia.


Questo altalenante comportamento del Conte di Caserta e signore di Carinola, una volta fedele a Manfredi una volta fedele al Papato, potrebbe far pensare che egli fosse predisposto al tradimento di suo cognato. Non è invece così. Riccardo, uomo del medioevo, adottò un comportamento comune a tutti i baroni del tempo per salvare i suoi possedimenti in un momento di poca chiarezza governativa. 
Molto c’e ancora da sapere su questo nostro signore  a cui la Storia ha  ingiustamente regalato il marchio dell’infamia.

cdl


(   (1)…ad Dei gratiam et fidelitatem Sedis Apostolicae.


 (2) Hinc est quod nos, tuis supplicationibus inclinati, comitatum Caserte, civitatem Caleni, ad te ut asseris jure ereditario pertinentes, ac castrum Skifati et castrum ad Mare, nec non et Cajaciam, Montorum, roccam Montis Dragonis, Capuane, Neapolitane et Calinenses Diocesum, que ad presens te pacifice possidere proponis, cum omnibus juribus, honoribus et pertinentiis predictorum comitatus, civitatum et castrorum, tibi tuisque successoribus actoritate apostolica confirmamum et presentis scripti patrocinio communimus, cujuslibet in eis alterius jure salvo.


 (3)  ... Cum nos dilect filio nobili viro Riccardo comiti Casertano fideli nostro possessionem civitatis Calensis (leggi Calinensis), qua quondam Conradus natus Frederici olim Romanorum imperatoris ipsum pro suo libito destituisse dicitur, de fratrum nostro rum consilio et assensu plenarie restituerimus, ac insuper civitatem eadem sicut eam ipse suique progenitores habuisse noscuntur ei et heredibus ejus de novo concesserimus de gratia speciali, prout in apostolico privilegio super hoc obtento plenius continetur…




Alcuni Testi Consultati  

Bergher E. – Les Registres d’Innocent IV – vol. II –Paris, 1887
Capasso Bartolommeo – Historia diplomatic Regni Siciliae – Battipaglia (SA), 2009 (ristampa)
Colasanti  G. – Il passo di Ceprano sotto gli ultimi Hohenstaufen (1912) – Ceprano, 2003 (ristampa)
Del Giudice Giuseppe  - La famiglia di re Manfredi - Napoli, 1880
Di Cesare Giuseppe – Storia di Manfredi  re di Sicilia e di Puglia – vol.1 – Napoli, 1837
Morghen Raffaello – Il tramonto della potenza sveva in Italia -1250-1266 -  Milano-Roma, 1930
Muratori Ludovica A. – Rerum italica rum scriptores – vol. 16 – Milano, 1730
Pelliccia Alessio Aurelio – Cronicon suessanum in Raccolta di varie cronache ecc. – Tomo I - Napoli, 1780
Salvati Catello  (a cura di) – Le pergamene dell’Archivio Vescovile di Caiazzo – Napoli 1984
Villani Giovanni – Nuova Cronica – Tomo I - Firenze, 1844 (ristampa)