sabato 23 marzo 2013

Dove sono finiti i resti di Manfredi?

Ceprano: epigrafe dedicata a Manfredi 


Uno dei thriller storici più affascinanti riguarda senza dubbio la scomparsa dei resti di Manfredi  che furono trafugati dal ponte di Benevento, in cui originariamente il re era stato sepolto, per essere portati ad un luogo sconosciuto. Per ritrovarli, nel corso dei secoli, si è scatenata una specie di caccia al tesoro che continua tuttora, ma niente di certo è venuto a galla. Attualmente è Ceprano a rivendicare l’onore della sepoltura del re svevo, basandosi sull'interpretazione dei versi  danteschi del XXVIII canto dell' Inferno, ma anche su accurate  ricerche di studiosi locali.

La storia è nota ed avvincente: secondo il cronista medievale Giovanni Villani il corpo di re Manfredi, morto eroicamente nella battaglia di Benevento del 1266, fu cercato per due-tre giorni, ma non si riuscì a trovarlo perché Manfredi, al momento di scendere in battaglia, si era tolto le insegne reali che lo distinguevano e che lo avrebbero reso riconoscibile tra tanti corpi di soldati caduti.  Il suo corpo senza vita fu ritrovato da un ribaldo che lo mise di traverso su un asino e andava gridando: Chi accatta Manfredi? Chi accatta Manfredi?”. Un barone del re uccise il ribaldo e portò il corpo del suo signore nella tenda di Carlo d’Angiò che  lo fece riconoscere dai baroni prigionieri e poi ne ordinò la sepoltura nei pressi del ponte sul fiume Calore, a Benevento. Manfredi, essendo stato scomunicato più volte dal papa, non poteva essere sepolto in luogo sacro.

Ma papa Clemente IV, non contento di questo, volle far scomparire per sempre quella sepoltura,  convinto che con essa sarebbero scomparsi gli ultimi ardori ghibellini che ancora perduravano in Italia. Dal vescovo di Cosenza Bartolomeo Pignatelli, acerrimo nemico di Manfredi, fece esumare i resti dello svevo e li fece portare fuori dallo Stato della Chiesa: 
Come fu mandato il corpo di re Manfredi fora del Regno. Alli 1267, di settembre. In questo tempo venne in Benevento lo vescovo di Cosenza et trovò lo corpo di re Manfredi che stava atterrato a’ piè del ponte di Benevento, subito fè ordinare che fosse levato da detto loco, perché era scomunicato e perché lo predetto loco era terreno di Benevento et era terra della S. Chiesa; e così fu dissotterrato e mandato a sotterrare fora li confini del Regno” (B. Capasso, Historia diplomatica ).

Con il passaggio del Regno agli angioini, Bartolomeo Pignatelli era stato nominato arcivescovo di Messina e, andando a prendere possesso della nuova sede, poteva portare quei resti  altrove, in luogo sconosciuto. L’intera vicenda fu riferita da Dante nella sua Commedia con pochi magnifici versi:


Se ‘l pastor di Cosenza, che alla caccia di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia, l’ossa del corpo mio sarieno ancora  
in co’ del ponte presso a Benevento, sotto la guardia della grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde,
dov’ei le trasmutò a lume spento.”

(Purgatorio, III, 124-132)


Questi versi hanno tuttavia dato origine ad un vero giallo interpretativo: quale territorio si potrebbe realmente intendere per “fuor dal regno”? Immediatamente fuori dei confini dello Stato della Chiesa o del Regno di Sicilia, anch’esso territorio ecclesiastico dato in feudo ai re normanno-svevi? E quale fiume per il Verde?

Secondo le ricerche di alcuni studiosi locali quali il dott. Roberto Volterra, il dott. Osvaldo Torres, l’archeologa Teresa Ceccani, il dott Gianfranco Tanzi ed altri, Manfredi sarebbe stato sepolto a Ceprano, già terra “sconsacrata” perché ai confini con lo Stato della Chiesa. A Ceprano scorre anche il fiume Liri che veniva detto il Verde. Ma tanti altri fiumi nel medioevo venivano chiamati “Verde”: il Canneto, il Sabato, il Castellano. Alcuni pensano infatti che Manfredi sia stato trasportato lungo il Canneto e non lungo il Liri. 
Secondo gli studiosi succitati, prenderebbe sempre più consistenza l’ipotesi che Manfredi sarebbe sepolto a Ceprano, non solo a causa dei versi di Dante, ma anche grazie a molti indizi da non sottovalutare. Si dice che la piccola teca custodita nella Chiesa di Santa Maria Maggiore, accanto al simulacro di Sant’Arduino, contenga proprio le ossa di Manfredi e non quelle del santo. A rafforzare questa tesi si aggiunge un ulteriore indizio: alla sinistra della teca è murato un pezzo di sarcofago marmoreo con l’aquila federiciana, proveniente da un ritrovamento fatto nel 1614. Indizi importanti che tuttavia non risolvono definitivamente il giallo.


Ma c’è una tesi ancora più avvincente che ci fornisce lo studioso Cono Antonio Mangieri nel suo intrigante studio in pdf “Le ossa di Manfredi”.


I critici moderni preferiscono identificare il Verde con il Liri-Garigliano, citando anche un’altra terzina del Paradiso dantesco che recita:

e quel corno d’Ausonia che s’imborga

di Bari di Gaeta e di Catona,

da dove Tronto e Verde in mare sgorga

(Paradiso, VIII-vv. 61-63)


Secondo il Mangieri, sono proprio questi versi che  fanno invece capire  che il Verde dantesco non può essere il Liri-Garigliano, ma che Dante abbia voluto suggerire l’esatta identificazione del fiume già menzionato nel  Purgatorio. In questa terzina  sono citati tre toponimi che rappresentano i vertici di un triangolo capovolto, il corno d’Ausonia, in cui i critici hanno visto l'intero territorio della Chiesa, sia quello papale governato direttamente dal papa, sia quello feudale, governato dai re normanno-svevi.  Il regno citato da Dante, non sarebbe quindi solo il territorio beneventano, ma comprendeva anche l'intero regno in mano a Manfredi.
Analizzando accuratamente i confini territoriale dello Stato della Chiesa e del Regno di Sicilia, il Mangieri arguisce che l’unico territorio in cui potevano essere portati i resti di Manfredi, perché non appartenente alla Chiesa,  era un territorio calabrese tra i fiumi Trointo (erroneamente detto Tronto nella Commedia) e La Verde che sfociano entrambi nel mar Ionio. Questo ipotesi giustificherebbe anche l’affidamento di tale missione al vescovo di Cosenza promosso ad arcivescovo di Messina. 
Perché proprio a lui?  In fondo, tra gli ecclesiastici,  i nemici di Manfredi erano tanti e l’esecutore materiale della missione poteva essere chiunque. 
Semplicemente perché il Pignatelli, andando a Messina a prendere possesso della nuova sede, doveva passare per quei luoghi e gli era facile nascondervi quei resti.

Una tesi molto intrigante quella del Mangieri, che se venisse provata, demolirebbe molte convinzioni. Ma sarà mai possibile provare dove effettivamente sono i resti di Manfredi?...


cdl


Testi consultati
Capasso Bartolommeo – Historia diplomatica –
http://www.classicitaliani.it/dante1/mang_manfredi.pdf
Villani Giovanni – Nuova Cronica – Tomo I - Firenze, 1844 (ristampa)

sabato 2 marzo 2013

I Pugliesi a Ceperan non furon bugiardi…



Gustave Dorè -  Illustrazione del canto terzo del Purgatorio - Dante incontra Manfredi


La tragica vicenda  di re Manfredi, caduto nella battaglia di Benevento del 1266, ha bollato per sempre i baroni meridionali come traditori; come coloro che lo abbandonarono sul campo di battaglia, primo fra tutto Riccardo di Caserta e signore di Carinola che di Manfredi era cognato.  
Ma le cose andarono proprio come raccontano i cronisti del tempo? C’è un margine di dubbio su come effettivamente siano andate le cose e che possa scagionare i baroni del Regno dall’ infamante accusa?


Uno studio del 1952 molto interessante, custodito presso l’Archivio Storico Pugliese, ce lo fornisce Pasquale Cafaro, che sviscera e analizza l'episodio  alla luce di nuove conoscenze e nuove ricerche, superando la disonorevole posizione storica in cui i baroni, soprattutto Riccardo di Caserta, sono stati collocati e dimostrando che le cose non andarono affatto così come ci sono state raccontate dai cronisti medievali. Le bugie raccontateci dai cronisti del tempo, tutti guelfi, sono state abbondantemente spazzate via da una severa analisi moderna che ridà all’ avvenimento una dimensione più veritiera.


I primi cronisti che scrissero la cronaca riguardante la fine di Manfredi e del periodo svevo furono Ricordano Malespini (1220-1290), cronista  di parte guelfa, e Saba Malaspina (stessa casata di Ricordano)  vescovo e storico, anch'egli di parte guelfa, ma espositore dei fatti molto più obiettivo  del suo parente. Sulle notizie riportate dai due, Giovanni Villani  impiantò la sua Nova Cronica, a cui attinsero gli storici posteriori ed anche Dante Alighieri per la sua Commedia.


Come raccontano i Malaspina, quando Carlo d’Angiò si preparò ad invadere il Regno di Sicilia, lo fece dal passo di Ceprano, attraversando il ponte sul Liri. Essendo il passo una delle uniche due vie d’accesso al Regno, Carlo lo temeva perché lo riteneva ben presidiato. Invece lo trovò sprovvisto di guarnigioni e poté passare liberamente, dirigendosi verso Benevento. Questa mancanza di presidio in un luogo d’accesso cosi importante fece nascere la storia del tradimento di Riccardo di Caserta a cui era affidato il comando della guardia del passo.  Per giustificare il tradimento del conte casertano, Giovanni Villani inventa una brutta storia di amore incestuoso tra Manfredi e sua sorella Violante, moglie di Riccardo, proprio nel momento in cui Riccardo era impegnato a combattere per  la difesa del Regno. Avvertito della cosa, Riccardo si vendicò del cognato, lasciandogli il passo incustodito e permettendo al d’Angiò l’entrata nel Regno. 

A parte il fatto che è alquanto improbabile che, in momento così tragico per il suo Regno, Manfredi pensasse a soddisfare le sue lussurie e per di più con la sua sorellastra, inoltre il Villani non considerò o non sapeva che Violante era già morta da diversi anni e che Riccardo si era risposato nel 1261 con Gherardesca del Duca
Fole pretestuose quelle del Villani che però facevano molto effetto sulla gente del tempo e perciò venivano usate spesso. Storie simili le ritroviamo di nuovo due secoli dopo a giustificare il tradimento di Marino Marzano nei riguardi di Ferrante d’Aragona, così come le ritroviamo anche in Inghilterra per giustificare l’assassinio di Anna Bolena voluto da suo marito Enrico VIII.  
D’altra parte, i cronisti guelfi non avevano mano leggera con  Manfredi. Pur di metterlo in cattiva luce ne dicevano di tutti i colori contro di lui che, invece, era considerato dagli storici e dai letterati un vero esempio di cavalier cortese. Lo avevano già accusato di aver soffocato con un cuscino il padre morente, Federico II, e di aver velocizzato la morte del fratellastro Corrado, pur di impadronirsi del Regno. Ora lo accusavano di nuovo di un' azione tra le più orribili.

Sulla sconfitta di Manfredi a Benevento, Ricordano Malespini insiste sul tradimento di Riccardo di Caserta, che lasciò incustodito il ponte e abbandonò il campo di battaglia. In realtà,  quando Carlo d’Angiò entrò nel Regno, il “traditore” Riccardo era a difendere San Germano  insieme a Giordano d’Anglona, ma i due non ci riuscirono perché le loro forze erano inferiori a quelle dell’angioino, che riuscì a prendere sia San Germano che Rocca d’Arce. 


Cosa era dunque successo? Perché le forze sveve non erano all’altezza di quelle dell’angioino? 


Due erano allora le strade d’accesso al Regno: la prima più a ovest, era quella ai piedi dei monti Lepini e Aurunci, e che lungo Sezze e Priverno (la zona dell’Appia era completamente impaludata) portava a Capua; la seconda, più all’interno, era quella che immetteva nel Regno a Ceprano e che, lungo la valle del Liri prima e del Volturno poi, portava a Benevento. Manfredi, non sapendo quali delle due strade avrebbe preso l’angioino, divise le sue forze tra Capua e Benevento. 

Il più credibile Saba Malaspina, nella sua cronaca, afferma che Manfredi lasciò incustodito il passo di Ceprano di proposito, per poter attirare il nemico in campo aperto e poter colpire “l’uccello che da se stesso era venuto a mettersi in gabbia”(1), secondo l’espressione dello stesso Manfredi. 

La conferma di quest’azione strategica la troviamo anche negli Annali Genovesi, negli Annali Piacentini Ghibellini e in altre cronache del tempo, come ci dice il Cafaro, ma in nessuna di queste cronache si parla di un tradimento. 
La Cronaca d’Asti e gli Annali di Modena ci parlano di una piccola schermaglia sul ponte sul Liri, ma ancora una volta non si parla di tradimento, isolando così l’affermazione del Malespini e quella di Villani che da lui attinse. E’ ancora il Cafaro che scrive, “…il Burman nella Descrizione della vittoria di Carlo I, non fa alcun cenno di difesa del passo di Ceprano, molto meno di tradimento, che avrebbe certamente messo in evidenza, se ci fosse stato,  per più vituperare il nemico vinto(Cafaro, pag. 245).

Anche l’accusa fatta dal Villani al conte di Caserta cade. Secondo il Villani, Riccardo, dopo il tradimento si ritirò nei suoi possessi e non lo si vide più. Lui stesso cade però in contraddizione quando ripresenta Riccardo il 10 febbraio ancora fuggiasco a San Germano. Ma a dare il colpo di grazia alla sua bugia ci pensa una lettera di papa Clemente IV del 25 marzo 1266, scritta al cardinale di S. Adriano, in cui si raccontano le operazioni militari di Carlo (Capasso, pag. 240 ). Nella lettera il papa cita il conte Riccardo al comando della fortezza caduta il 12 febbraio 1266 (2 ), e dice ancora che, dopo la battaglia di Benevento, il conte di Caserta e il conte d’Aquino, i due cognati di Manfredi, “pacem cum rege fecerunt”. Fecero la pace con il re Carlo d'Angiò dopo la battaglia di Benevento, quando Manfredi era già morto e la causa sveva perduta, non prima!


Ma cosa avvenne dunque a  Benevento?


Caduta  San Gemano nelle mani di Carlo I, Manfredi si portò nella piana di Benevento dove attese il nemico in campo aperto, ma gli arcieri saraceni furono subito sbaragliati  e, al sopraggiungere della cavalleria sveva, i francesi, non tenendo conto delle norme  di guerra, colpirono al ventre i cavalli, facendo cadere i cavalieri che furono uccisi ad uno ad uno. Il terzo scaglione svevo, costituito dalle milizie feudali al comando dei baroni pugliesi, non intervenne nel combattimento. Perché? Secondo un’accurata e verosimile ricostruzione della battaglia, quando Manfredi si rese conto che tutto era perduto nel rapido scontro, si gettò nella mischia pronunciando le famose parole: malo hodie mori rex in acie quam vivere exul et calamitosus, (meglio morire oggi da re in combattimento che vivere esule e miserabile). 

Il terzo scaglione non volle o non poté intervenire nel combattimento perché già accerchiato dai francesi? Probabilmente ritenne inutile intervenire in una battaglia già definita per la rapida morte di re Manfredi  E questo mancato intervento da parte dei baroni ha fatto nascere nei cronisti il sospetto del tradimento.

Ma tre giorni dopo, quando infine  si trovò il cadavere di Manfredi e fu portato nella tenda di Carlo, a riconoscerlo furono chiamati proprio Riccardo di Caserta e Giordano d’Anglona che erano tenuti, come scrive il Morghen, in stato di “prigionieri” e non in condizione di “fedeli di Carlo” come questi scriverà al papa. Nel riconoscere il cadavere del loro re, scrive Saba Malaspina, i due baroni si piegarono in accorato pianto. I due chiesero poi a Carlo di concedere a Manfredi onorata sepoltura, come si conveniva ad un re morto da eroe, e Carlo rispose che non poteva far seppellire il corpo di uno scomunicato in luogo santo. Lo fece però seppellire nei presi del ponte di Benevento e tutti i soldati, vincitori e vinti, onorarono il caduto re, mettendo sulla sua sepoltura un sasso, dando origine cosi alla “grave mora”, il pesante mucchio di pietre, di cui parla Dante nel terzo canto del Purgatorio

Finì così l’avventura umana di re Manfredi che anche da morto fu oggetto della rancorosa politica guelfa. Papa Clemente IV, per il timore che la sua tomba diventasse meta di pellegrinaggio ghibellino e ne mantenesse viva la fiamma, ordinò che i resti di Manfredi fossero rimossi e sepolti fuori dal Regno, si pensa lungo il Liri. Ma anche su questa ipotesi c'è molto da discutere.

E finì anche l’avventura umana di Riccardo di Caserta, primo sospettato, che morì di crepacuore pochi mesi dopo. La storia, per ora, non è in grado di dirci se in Riccardo avesse realmente attecchito l’onta del tradimento o se egli fosse solo la principale vittima dei cronisti di parte guelfa, fatto è che la sua casata, con l'arrivo in Italia di Corradino,  continuò a combattere per la causa sveva fino ad essere completamente annientata. 

Se un debito ci fu da parte di Riccardo verso Manfredi, quel debito fu abbondantemente pagato da suo figlio Corradello le cui gesta vedremo nel prossimo articolo. 
E se tradimento ci fu, esso va imputato in primis ai ghibellini del centro-nord che, per corruzione e per convenienza, lasciarono passare l'esercito francese senza fermarlo, determinando la tragica situazione che spazzò via per sempre la casata più illuminata del Regno di Sicilia.
cdl




Alcuni Testi consultati
Bergher E. – Les Registres d’Innocent IV – vol. II –Paris, 1887
Cafaro Pasquale – Se i Pugliesi furono bugiardi a Ceprano – studio in pdf
Capasso Bartolommeo – Historia diplomatica Regni Siciliae – Battipaglia (SA), 2009 (ristampa)
Colasanti  G. – Il passo di Ceprano sotto gli ultimi Hohenstaufen (1912) – Ceprano, 2003 (ristampa)
Del Giudice Giuseppe  - La famiglia di re Manfredi - Napoli, 1880
Di Cesare Giuseppe – Storia di Manfredi  re di Sicilia e di Puglia – vol. 1 – Napoli, 1837
Jamsilla Nicolaus - Historia de rebus gestis Friderici II imperatoris, in L.A. Muratori in  Rerum. Italicarum  Scriptores,  vol. VIII, Mediolani 1726, 
Malaspina Saba –  Rerum Sicularum Historia (1250-1285), in G. Del Re, Cronisti e scrittori sincroni napoletani, II, Cronisti e scrittori sincroni della dominazione normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli 1868
Malespini Ricordano – Istoria Fiorentina coll’aggiunta di Giachetto Malespini e la Cronica di Giovanni Morelli – Firenze, 1718 (ristampa)
Morghen Raffaello – Il tramonto della potenza sveva in Italia -1250-1266 -  Milano-Roma

(1) velut avis in cavea!

(2) “cum Carolus…Roccam Arcis..,obtinuisset villa S.Germani invadens, quam Casertanus et Jordanus comitem cum multis Teutonici set Lombardi et Saracenis  munierant… manuali congressu violenter intravit…(Capasso , Historia, pag. 317, n.520)

martedì 12 febbraio 2013

Riccardo, conte di Caserta e signore di Carinola, traditore di Manfredi? – parte II



Mortte di Manfredi - miniatura 


Prima di affrontare la seconda parte di questo impegnativo articolo, è bene riassumere qualche fondamentale notizia storica  per una miglior comprensione. Due sono i ragguagli storici che bisogna tener presente:
  - Grazie alle donazioni medievali, il Patrimonium Petri (Regno della Chiesa, poi  Stato Pontificio) era diventato un vastissimo territorio la cui parte settentrionale era governata direttamente dalla Curia papale, mentre quella meridionale (Regno di Sicilia) fu concessa “in feudo” prima a Roberto il Guiscardo e poi a tutti i re normanno-svevi che della chiesa erano vassalli. Lo stesso Federico II, che tanti problemi aveva dato al Papato, era stato fatto re e imperatore con il consenso papale. Manfredi fu invece ritenuto un “usurpatore” perché nel 1258, facendosi incoronare re di Sicilia senza il consenso papale,  si era impadronito di un territorio non suo, ma della Chiesa.
- - La forza fondamentale del Regno di Sicilia era costituita dai baroni: erano loro che fornivano al re uomini, armi e cavalli  per le continue guerre da sostenere. E i baroni, consci della loro forza, accampavano continue pretese per accrescere sempre più il loro potere, a volte fino a superare quello del re stesso. La grandezza di Federico II sta anche nel fatto che era riuscito ad arginare il loro potere, accentrandolo tutto nelle sue mani. 

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u  Quando nel 1251 Corrado scese nel Regno di Sicilia, per avere i baroni  dalla sua parte,  restituì loro tutti i privilegi che suo padre, Federico II, aveva loro tolto. Anche in seguito, quando era gravemente ammalato di febbri malariche, Corrado non rispettò il volere di suo padre e nominò reggente del trono di Sicilia per suo figlio Corradino il barone tedesco Bertoldo di Hohenburg invece di suo fratello Manfredi. Questo decisione causò chiaramente una divisione tra Manfredi e Bertoldo, la quale creò non pochi problemi alla causa sveva. Alla morte di Corrado, la situazione politica del Regno non era ben definita e i baroni, per il timore di perdere i loro beni e i loro privilegi,   passarono in massa dalla parte del Papato che quei beni e privilegi li aveva confermati tutti. Il Morghen vede in questo passaggio generale al Papato soprattutto una reazione all’aspra lotta tra i Lancia, familiari e sostenitori di Manfredi, e gli Hohenburg che non volevano perdere la posizione raggiunta. 

Ma Manfredi non mirava alla reggenza; mirava al Regno. Non poteva e non voleva permettere che il suo amato Regno di Sicilia, in cui era nato e cresciuto e di cui si riteneva un’ intima parte, andasse a finire nelle mani di un avido ed insensibile barone tedesco, o di suo nipote, che nulla poteva sapere delle problematica e degli elementi distintivi del Regno. 


  Con l’aiuto dei suoi zii, Galvano e Federico Lancia, Manfredi si diede a preparare la riconquista del Regno. Egli capì due cose fondamentali: 1) che doveva riappacificarsi con il Papa, neutralizzando così il nemico numero uno; 2) che doveva riconquistare alla sua causa tutti i baroni del Regno per avere la forza militare di cui aveva bisogno. I tentativi di riavvicinamento al Papato fallirono per il rifiuto del papa, ma Manfredi, cominciando dalla fedelissima colonia saracena di Lucera, riuscì a riconquistare alla sua fedeltà, ad una ad una, tutte le contee nonostante le forti opposizioni di potenti baroni, quali Pietro Ruffo di Calabria, che era stato nominato da Corrado vicario di Calabria e di Sicilia, e che era passato poi al Papato alla morte di Corrado. Per la cronaca, Manfredi  privò Pietro di tutti i suoi beni,costringendolo  all’esilio  dove, a Terracina, lo fece assassinare.


   Nel 1258, sparsa la falsa  notizia della morte di suo nipote Corradino, Manfredi fu incoronato re di Sicilia a Palermo. Inutile dire che papa Alessandro IV non riconobbe l’incoronazione e ritenne Manfredi un usurpatore. Ma la potenza di Manfredi cresceva sempre più, tanto che i Ghibellini di tutta la penisola lo riconobbero loro indiscusso capo. E Manfredi non deluse nessuno, correndo col suo esercito dovunque si combattesse contro i Guelfi. La vittoria di Montaperti, eternata da Dante con i suoi versi, fu opera di Manfredi che divenne così signore assoluto di Firenze e tutti i ghibellini gli resero giuramento di fedeltà. Dopo la vittoria, il papa  scomunicò tutti i sostenitori di Manfredi in Toscana, come già aveva scomunicato lo stesso Manfredi nel 1254.


   Il crescente potere di Manfredi spaventò papa Alessandro IV che tentò di correre ai ripari, cercando di trascinare inutilmente in una guerra contro gli Hohenstaufen dapprima il re d’Inghilterra e poi quello di Norvegia. La stessa Roma era diventata ghibellina nel 1257 in seguito ai maneggi del ghibellino Brancaleone degli Andalò, senatore e capitano del popolo,  e il papa era stato costretto a rifugiarsi a Viterbo dove morì nel 1261. 


    Il suo successore, Urbano IV, per nulla più docile verso la casata sveva, contattò invece Carlo I d’Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX , offrendogli il trono di Sicilia per liberarsi definitivamente degli svevi e ristabilire il potere guelfo. Carlo, descritto dai cronisti del tempo come uomo crudele ed avido, accettò la proposta. Il papa rinnovò quindi la scomunica a Manfredi e lo dichiarò decaduto dal trono di Sicilia, costringendolo  ad una dura reazione: azioni militari volte a catturare ed imprigionare il Papa. Urbano fu costretto a fuggire a Perugia da cui scrisse a Carlo d’Angiò invitandolo ad intervenire al più presto. 


  La storia ufficiale è nota: la venuta di Carlo I d’Angiò preparò la definitiva sconfitta di Manfredi nella tragica battaglia di Benevento, avvenuta il 26 febbraio del 1266. La perdita delle alleanze ghibelline nell’Italia centro-settentrionale furono fatali per lo svevo perché già da allora, come dice il Morghen, i baroni meridionali cominciarono a pensare di tradirlo. Infatti, l’esercito di Carlo si ingrossò dei guelfi sconfitti a Montaperti e a cui erano stati tolti tutti i beni, oltre a tanti ghibellini che passarono dalla parte del francese perché corrotti dal suo denaro e dalle sue promesse. 


   Il primo dei baroni meridionali a tradire Manfredi, sempre secondo il Morghen, fu proprio suo cognato Riccardo, conte di Caserta e signore di Carinola, che non solo fece passare i francesi al passo di Ceprano di cui egli aveva il comando della guardia, ma lo abbandonò anche sul campo di battaglia, voltandogli le spalle. Il suo esempio fu seguito da tantissimi altri baroni e il tradimento causò la discesa in campo di Manfredi stesso, il quale volle “morire da re e non vivere da miserabile”, secondo le sue stesse parole. 


    Questa, in maniera molto stringata, è la storia ufficiale che generò quel mirabile e infamante verso di Dante nel canto XXVIII dell’Inferno "…a Ceperan, là dove fu bugiardo ciascun Pugliese”(Pugliesi erano chiamati tutti i sudditi del Regno di Sicilia della parte continentale o, se vogliamo dirla con le parole di allora, al di qua del Faro).


   Ma come ben sappiamo, la storia viene scritta dai vincitori, che non sempre rispettano l’obiettività della verità storica. C’è quasi sempre una seconda verità, un dubbio, un punto controverso, capace di illuminare le cose con luce diversa. Lo vedremo al prossimo articolo.  

  


cdl

    Alcuni testi consultati:
Bergher E. – Les Registres d’Innocent IV – vol. II –Paris, 1887
Cafaro Pasquale – Se i Pugliesi furono bugiardi a Ceprano – studio in pdf
Capasso Bartolommeo – Historia diplomatica Regni Siciliae – Battipaglia (SA), 2009 (ristampa)
Colasanti  G. – Il passo di Ceprano sotto gli ultimi Hohenstaufen (1912) – Ceprano, 2003 (ristampa)
Del Giudice Giuseppe  - La famiglia di re Manfredi - Napoli, 1880
Di Cesare Giuseppe – Storia di Manfredi  re di Sicilia e di Puglia – vol. 1 – Napoli, 1837
Jamsilla Nicolaus - Historia de rebus gestis Friderici II imperatoris, in L.A. Muratori in  Rerum. Italicarum  Scriptores,  vol. VIII, Mediolani 1726, 
Malaspina Saba –  Rerum Sicularum Historia (1250-1285), in G. Del Re, Cronisti e scrittori sincroni napoletani, II,Cronisti e scrittori sincroni della dominazione normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli 1868
Malespini Ricordano – Istoria Fiorentina coll’aggiunta di Giachetto Malespini e la Cronica di Giovanni Morelli – Firenze, 1718 (ristampa)
Morghen Raffaello – Il tramonto della potenza sveva in Italia -1250-1266 -  Milano-Roma, 1930

Muratori Ludovico A. – Rerum italica rum scriptores –  volumi vari – Milano
Villani Giovanni – Nuova Cronica – Tomo I - Firenze, 1844 (ristampa)