domenica 15 luglio 2012

Gionata il rivoltoso



Il Conte Gionata dal sito www.santandreadiconza.com

 * Aggiornato il 23 Luglio 2012 
* Aggiornato il 15 agosto 2012

Riccardo di Carinola morì nel 1134 e la contea passò a suo figlio Gionata che da re Ruggiero fu nominato anche conte di Conza, in quel di Salerno.  
Gionata, insieme ad altri conti,  mise su una rivolta dei baroni contro Majone di Bari, ammiraglio e ministro di re Guglielmo I detto il Malo, che si concluse solo quando Majone fu tolto definitivamente di mezzo.
 
Forse re Guglielmo non era proprio cattivo come la storia ce lo vuole tramandare con quel nomignolo; era solo un  gaudente. Cresciuto a Palermo, nella corte più brillante d'Europa in cui ancora predominava la cultura araba, gli interessava più il lusso e gli harem, di cui si era circondato,  che la gestione del Regno. Proprio per vivere in santa pace i suoi vizi, fece costruire quello stupendo palazzo conosciuto come la Zisa (in arabo El Aziz) in cui si rifugiava lontano dai clamori e le responsabilità della corte. Eppure, qualità militari per gestire il Regno di Sicilia ne aveva, e le tirò fuori al momento opportuno contro i baroni rivoltosi e contro Manuele I Comneno, imperatore bizantino, che nel 1155-56, tentò la riconquista dell'Italia normanna con l'invasione di Ancona. Manuele I Comneno fu fermato e rispedito a Costantinopoli.

A gestire il Regno di Sicilia ci pensava Majone, il vero cattivo che Guglielmo aveva vicino, tanto vicino da farsi condizionare continuamente nelle decisioni più infelici.

A differenza del re, Majone alla gestione del regno ci teneva tantissimo, così tanto che pensò bene di spodestare il re e piazzarsi lui al suo posto. I cronisti del tempo lo descrivono come un uomo molto abile, ma anche molto perfido e crudele. Re Guglielmo ne subiva il fascino e, incapace di penetrare nell’animo del suo ministro, si fidava di lui e dei suoi consigli. La gestione del potere di re Guglielmo, sotto i consigli di un tal consigliere, non fu molto soddisfacente per i sudditi e creò un generale malcontento, sia tra i baroni che tra il popolo minuto. Intanto Majone approfittava dell’ascendenza che aveva sul re per arrogarsi l’autorità regia a cui mirava.   Nell’attesa di impadronirsi del Regno, si impadronì del cuore della regina, Margherita di Navarra, con cui trescava e neanche troppo segretamente, ma re Guglielmo, preso da altro,  non si rendeva conto chi aveva accanto, oppure lasciava fare.

Con fine astuzia, Majone cominciò a fare piazza pulita di tutti i baroni che potevano rappresentare un ostacolo ai suoi piani, isolando il re, a cui non era possibile parlare se non  tramite lui, e mettendolo contro tutti i baroni del Regno. Guglielmo adottò una politica molto repressiva nei confronti dei baroni che privò di tanti benefici. I baroni, dal canto loro, vivevano in un continuo stato di ribellione e cominciarono a maturare l'idea di una rivolta.
Tre erano i conti presi particolarmente di mira da Majone perché, per la loro nota onestà e fedeltà al re, non avrebbero permesso i suoi raggiri: Roberto, conte di Loritello e cugino del re; Simone, conte di Policastro, che ricopriva la  carica di Gran Connestabile; Eberardo, conte di Squillaci.

Majone fece nascere nell'animo del re il sospetto che il cugino Roberto, aiutato dagli altri due, volesse impadronirsi della corona. Addirittura gli mostrò un testamento di re Ruggiero, falso, in cui si diceva che qualora suo figlio Guglielmo si fosse rivelato incapace a governare, la corona sarebbe passata a Roberto. Nel suo diabolico piano, Majone pensò bene di farsi degli alleati importanti e lo trovò in Ugone, arcivescovo di Palermo, molto desideroso di gloria. Tuttavia, a lui non disse tutti i suoi piani, ma solo quanto bastava a coinvolgerlo nei suoi intrighi, che erano tantissimi e tutti raccontati dai cronisti.

Il perfido Majone ottenne quello che si era prefisso: mise di malanimo il re verso quasi tutti i baroni; fece allontanare dal Regno Roberto di Loritello; riuscì a far destituire e incarcerare Simone di Policastro e fece ammazzare il povero Eberardo di Squillace, di cui il re si serviva come ambasciatore con i baroni. 

Questo stato di cose inasprì ancora di più i baroni che reputarono assolutamente necessario liberarsi di Majone. Per dare inizio alla rivolta, Roberto di Loritello contattò l'imperatore Federico Barbarossa, incitandolo a portare la guerra in Puglia. 
Con la speranza di mettere finalmente  le mani sul Regno di Sicilia e per la considerazione  in cui aveva i normanni, ritenuti degli usurpatori,  Federico promise gli aiuti richiesti. Ma, quando nel 1155 venne in Italia per essere incoronato imperatore anche a Roma dal papa Adriano IV, che già lo aveva incoronato ad Aquisgrana, non poté mantenere la sua promessa a causa di un’epidemia che stravolse le sue soldatesche. Si scusò con i baroni e si defilò.  Ma forse ritenne semplicemente che non era ancora giunto il momento.

Racconta Romualdo Guarna Salernitano che gli aiuti ai rivoltosi li diede il papa stesso, mettendosi personalmente alla testa di un esercito, mentre Ugone Falcando racconta invece che ciascun barone fece da sé le diverse conquiste.  La rivolta vera e propria scoppiò solo nel 1159, dopo l’ennesimo raggiro di Majone. 
In tale anno era stato eletto nuovo papa il senese Rolando Bandinelli, che assunse il nome di Alessandro III
Papa Alessandro era molto obbligato a Majone perché, grazie ai suoi maneggi, era stato riconosciuto legittimo pontefice da re Guglielmo ai danni dell’antipapa Vittore IV, sostenuto invece dall’imperatore Federico Barbarossa, ma, allo stesso tempo, nella corte papale vigeva la pretesa di dare i regni solo a colui ch’ e’ di regnar capace

Per non perdere l'occasione, lo scaltro Majone mandò, tramite un notaio, una grossa somma di denaro al papa, con la speranza che questi avesse deposto re Gugliemo e dato a lui il Regno di Sicilia.
Ritrovarsi uno come Majone re di Sicilia  non era certo quello a cui aspiravano i baroni, per cui, a quest’ ultimo e pericoloso maneggio, ai baroni non rimase altra via che la rivolta, la quale scoppiò, violenta, in Puglia. I congiurati erano: Gionata di Carinola e Conza, Gilberto di Gravina, Boemondo di Monopoli, Ruggiero di Acerra, Filippo di Sangro, Ruggiero di Tricarico, Riccardo dell’Aquila signore di Fondi, Andrea di Rupecanina, Goffredo di Montescaglioso e altri conti del napoletano e del melfitano. I baroni si rifiutarono di ubbidire a qualsiasi comando di Majone, o di chiunque venisse in suo nome, e giurarono che la loro lega  si sarebbe sciolta solo alla morte di Majone o alla sua fuga dal Regno. 

I rivoltosi si diedero a percorrere tutta la Puglia e la Calabria, sollevando le popolazioni contro Majone che, nel tentativo di smorzare l’incendio, mandò un giovane cavaliere di grandi capacità, Matteo Bonello (o Bonnell), signore di Caccamo e suo futuro genero, con la speranza che riuscisse a calmare la rivolta. Ma successe esattamente il contrario: furono i rivoltosi a togliere il velo dagli occhi del Bonello che, infine, vide Majone per quello che veramente era. E da paciere si trasformò in giustiziere. 

Il Castello di Caccamo (PA) - dal sito  www.localidautore.it
Ritornato a Palermo, riuscì ad uccidere Majone proprio nei pressi della casa di Ugone, che nel frattempo Majone aveva cercato di avvelenare e che da amico ed alleato gli si era trasformato in nemico. 

Era il 10 Novembre del 1160, vigilia di San Martino. 

Si verificò allora quello che sempre si verifica quando muore un tiranno acclamato per forza eroe dal popolo inerme: al suo corpo, rimasto in strada, la gente fece ogni sorta di oltraggio: sputi, calci e schiaffi lo colpivano e ci fu persino chi gli scavava i capelli e i peli della barba. Matteo Bonello, dal canto suo, prevedendo l’ira del re, lasciò Palermo immediatamente e riparò nel suo Castello di Caccamo. Così fecero gli altri congiurati che si allontanarono da Palermo, riparando in altri luoghi.  Gionata se ne tornò a Carinola, dove ritenne essere più al sicuro che a Conza.

Come era prevedibile, re Guglielmo, saputo dell’assassinio di Majone, voleva il Bonello morto a tutti i costi. E più del re, lo voleva la regina Margherita, disperata per la morte del suo amante. 
A nulla valevano le parole dell’arcidiacono di Catania, Arrigo Aristippo, uomo giustissimo, che gli raccontava le trame di Majone per impadronirsi del Regno. Guglielmo sembrava come invasato e non ascoltava nessuno. Sebbene le prove della colpevolezza del suo ministro fossero tante, egli si rifiutava di credere che Majone avesse ordito una simile congiura contro di lui e che i baroni rivoltosi e il Bonello lo avevano salvato da morte sicura. Come la più ovvia delle trame cinematografiche, solo quando tra i tesori di Majone furono trovati dei personali diademi reali, il re  accettò la verità. 

Matteo Bonello fu mandato a chiamare  e accolto come un liberatore dai palermitani. Tutto sembrava essersi concluso per il meglio, invece la rivolta contro re Guglielmo non era ancora finita. 

c.d.l


 Alcuni  testi consultati
 
Bertini Carlo -  I re di Napoli – Palermo, 1846
Capecelatro Francesco -  Storia del Regno di Napoli – Napoli, 1840
Carta Francesco – Storia del Reame delle Due Sicilie – Napoli. 1848
Di Blasi Giovanni E. – Storia del Regno di Sicilia – vol. 2 – Palermo, 1846
Di Costanzo Angelo – Storia del Regno di Napoli – Cosenza, 1839
Fazello Tommaso – Della storia di Sicilia – vol. 3 - Palermo ,1817
Giannone Pietro – Istoria civile del Regno di Napoli - vol. 2 - Palmyra, 1762
Romualdo Guarna di Salerno -  Cronica – in G. del Re:  Cronisti e scrittori sincroni- vol. 1 – Napoli, 1845
Sanfilippo Pietro – Compendio della storia di Sicilia – Palermo, 1840
Ugo Falcando – Storia - in G. del Re:  Cronisti e scrittori sincroni- vol. 1 – Napoli, 1845
 

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