giovedì 28 giugno 2012

Amyclae città sommersa

Panorama della Piana di Fondi - dal sito www.turismopontino.net




Ancora una volta mi ritrovo a deviare dal tracciato principale e fare un passo indietro nella storia per il piacere degli amici di Fondi e di Mondo Aurunco, lettori di questo blog, che vorrebbero io approfondissi la storia della mitica città di AMYCLAE. Onestamente, non sapevo nulla di questa città della piana di Fondi che la tradizione vuole sommersa dal lago o dal mare, così come la nostra Sinuessa fu sommersa dal mare in seguito a fenomeni di bradisismo. Approfondendo gli studi di molti archeologi inglesi ed americani e quelli di Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli, ho scoperto delle cose davvero molto affascinanti, che hanno il carattere della leggenda più che della storia. Tuttavia proprio queste leggende fanno emergere l’importanza di un territorio ancora poco studiato e poco valorizzato.

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Il nome Amyclae  richiama mondi lontani, nel tempo e nello spazio. Mondi leggendari popolati di ninfe dai nomi affascinanti: Amantea, Calypso, Pasifae, divinità minori che gremivano il complesso universo della mitologia greca. E la sensazione di fascino che mi da questo nome non è affatto sbagliata perché tutto ebbe inizio proprio là, nell’antica Grecia, dove un pezzo di Storia, partendo dai monti del Peloponneso, si è staccato e srotolato lungo il Mediterraneo e, diventando leggenda, è approdato sulle coste italiane, nella piana di Fondi…

L’antica Amiclae pre-spartana sorgeva nella Laconia nei pressi del fiume Eurota, in una piana verdeggiante alle falde del monte Taigeto che ad essa apparteneva.   La leggenda vuole che fosse stata fondata intorno al 1485 a.C. da Amiclas, figlio di Lacedemone, che le diede il suo nome.  
Amyclae era molto probabilmente la capitale dei re Achei. Secondo Stesicoro e Simonide (frammento 177) in essa abbondavano monumenti importanti tra cui le tombe di Cassandra ed Agamennone che, secondo una tradizione, regnò su questa città. Amyclae aveva però lo svantaggio di trovarsi troppo vicina alla dorica Sparta (solo venti stadi, circa due miglia e mezzo), allora formata da quattro villaggi (oboi), ma che si accingeva a diventare la potenza militare che, insieme ad Atene, dominò il mondo greco. Si può facilmente capire quanto facesse gola agli spartani la conquista di Amyclae durante l’espansione dorica nella Laconia, di cui Sparta divenne poi la metropoli principale. Non  solo per una questione politica; soprattutto per una questione di prestigio. 
Le altre città micenee (o achee) erano capitolate subito, ma Amyclae resistette a lungo perché tutte le forze achee si concentrarono nella sua difesa e solo per il tradimento di un suo cittadino, Filonomo, si arrese definitivamente agli Spartani. Era il IX secolo a.C. ed era re Teleclo
Pausania, scrittore e geografo del II secolo d.C. scrive: Durante Regno di Teleclo i Lacedemoniani presero Amyclae, Pharis e Gerontrae che erano in possesso degli Achei.  I popoli delle ultime due città furono costernati all'avvicinarsi dei Dori e capitolarono a condizione di avere il permesso di ritirarsi dal Peloponneso. Ma gli Amycleani non furono conquistati al primo assalto, ma solo dopo una lunga resistenza e molti fatti importanti. E i Dori convalidarono l'importanza di  questa vittoria con un trofeo che edificarono sugli Amicleani (il tempio di Giove Tropeo – ndr)".  Amyclae andò così a comporre il quinto villaggio (oba) di Sparta da cui però, nel tempo, guadagnò una certa autonomia amministrativa, ma non l’indipendenza.  

Verso il VI secolo a.C.  un gruppo di greci guidati da Glauco, figlio di Minosse, e dagli stessi Castore e Polluce, protettori di Sparta,  approdò sulle coste tirreniche per fondarvi una colonia. I nuovi venuti rimasero affascinanti da un luogo lungo la costa tirrenica chiamato Valmarino, molto simile al loro territorio d’origine, in cui due piccoli fiumi non avevano sufficiente pendenza per arrivare al mare e le loro foci erano impedite da cumuli di sabbia. Il terreno ne risultava un po’ paludoso proprio per la mancanza di pendenza e dal lago che si formava uscivano due piccoli fiumi che chiamarono Fundano e Amiclano, oggi Canneto e S. Anastasio. Secondo il Galanti, un tempo sul S. Anastasio trafficavano barche di una certa grandezza, mentre il Canneto, più a settentrione, faceva da confine con il tenimento di Terracina. Gli studiosi della Real Accademia di Napoli ritengono che il Canneto, e non il Liri come comunemente si ritiene, potrebbe essere il Verde di cui parla Dante nel  Purgatorio (canto III, vv 103-145). Presso tale fiume sarebbe stato disperso il cadavere del re Manfredi, portato fuori dallo Stato della Chiesa per ordine di Bartolomeo Pignatelli, vescovo di Cosenza, e con il consenso di papa Clemente IV, a candele spente e capovolte, come si conveniva ad uno scomunicato:

Se il pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,
l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co' del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal Regno, quasi lungo ‘l Verde,
dove le trasmutò a lume spento.

Sulla riva del lago che guarda verso il mare sorse la nuova Amyclae (o Amunclae).  
Plinio narra che essa fu distrutta dai serpenti: Amyclae serpentibus deletae (Plinio – Hist. Nat. lib.3, § 9, ver. 6). Ora, si potrebbe anche pensare che in luogo paludoso abbondassero serpenti i quali costrinsero gli abitanti di Amyclae ad abbandonarla, ma sarebbe veramente possibile? In realtà sembra che l’Amyclae fundana fu distrutta dai Volsci, che stanziavano in zona e il cui nome, nella loro  lingua, per un’assonanza, poteva significare serpenti. 
Una spiegazione logica all'affermazione di Plinio tenta di darla Servio Mario Onorato, grammatico e commentatore dell’Eneide di Virgilio. Egli sostiene che gli amiclani fossero seguaci delle dottrine di Pitagora, il quale proibì ai suoi seguaci di mangiare carne perché convinto che l’anima umana potesse migrare in corpi di animali. Per la stessa ragione impose di non ammazzare nessun tipo di animale. Per le loro convinzioni dottrinarie, gli amiclani non uccidevano i serpenti che popolavano i vicini acquitrini ed essi divennero talmente numerosi ed invadenti che costrinsero gli abitanti ad abbandonare la città. 
Un’altra tradizione sostenuta dallo stesso Servio e da altri autori del passato si basa sul "silenzio" di Amyclae quale causa della sua distruzione.
Virgilio nell’Eneide scrive:


Magnanimo Volscente satum, ditissimus agri
Qui fuit Ausonidum, et tacitatis regnavit Amyclis
(Eneide, X, 563)

Alcuni studiosi  ritengono però che Virgilio abbia trasportato una leggenda  dell' Amyclae laconiana all' Amyclae fondana.

E l’ultimo verso del Pervigilium Veneris, anonimo componimento poetico dell'età imperiale, recita:
 “Sic Amiclas, quum tacerent, perdidit silentium” (il silenzio distrusse Amyclae). 

 Silio Italico  invece scrive:

.Sinuessa tepens fluctuque sonorum
Vulturnum, quasque evertere silentia Amyclae
Fundique et regnata Lamo Cajeta domusque
Antiphatae compressa freto.
(Lib. VIII, v. 527)

Due le  opinioni su questo attributo ricorrente di Amyclae: 
1) che ai suoi abitanti fu imposto il silenzio come legge per mettere un freno ai falsi allarmi di attacchi nemici che ogni giorno circolavano e che atterrivano la popolazione.  Quando infine il nemico arrivò sul serio, trovò la città indifesa e la distrusse. 
2) la causa della distruzione di Amyclae va comunque cercata nella dottrina del silenzio di Pitagora di cui gli amiclani erano seguaci, come ritiene Aulo Gellio, giurista e scrittore romano del II secolo d.C. 
A coloro che volevano seguire la sua dottrina, Pitagora imponeva un silenzio totale di cinque anni ed esso  fu la causa della distruzione di Amyclae, perché nessun abitante aprì bocca per dare l’allarme all’arrivo del nemico.


Gli studi più recenti fatti nella piana di Fondi sono quelli di Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli, i quali ritengono che l’antica Amyclae fondana fosse sul monte Pianara e non sulla costa. In seguito a minuziose ricerche in zona, hanno trovato e misurato mura che potrebbero essere quelle di un’antica città, apparentemente estesa per 33 ettari, e che potrebbe essere stata attiva tra il VI e IV secolo a. C.

Ma l’ipotesi Pianara  trova delle fiere resistenze tra gli studiosi. Alcuni sostengono che la città trovata dai Quilici sia molto più piccola ed appartenga a popolazioni italiche locali, i Volsci ad esempio; inoltre, la tradizione antica vuole Amyclae fondata sulla costa e non sul monte. Volerla su un monte significherebbe vanificare le informazioni di tanti illustri scrittori e studiosi del passato che ne hanno parlato. Altri ancora sostengono che Amyclae potrebbe non essere mai esistita ed essere solo un’invenzione storiografica, cosa molto diffusa nella nostra penisola.

C’è però ancora un’ultima ipotesi, derivata da una frase di  Pietro Arduino, botanico di Padova del XVIII secolo,  in una nota  a Plinio il Vecchio sui vini:.... "in litorale positae, hodie Sperlonga, unde sinui amyclano nomen".  

La Sperlonga di oggi sarebbe dunque l' antica Amyclae. 

Di quest'ultima intrigante ipotesi nessuno può darcene certezza; probabilmente nemmeno eventuali altri studi e  ricerche. Ma mi piace credere che l’affascinante leggenda di Amyclae abbia in essa la sua base storica che l’ha conservata, sebbene trasformata, fino ai nostri giorni.
c.d.l.


Alcuni testi consultati
 
Cramer John Anthony – A  geographical and historical description of ancient Italy – vol. II – Oxford, 1826
Desiderius Erasmus – R.A.B. Minors – Adages – vol. 3-  Toronto, 1989
Galanti Giuseppe Maria – Della descrizione geografica e politica delle Sicilie – Napoli 1793
Kennel Nigel M. – The Gymnasium of Virtue: Education and Culture in ancient Sparta-  The University of North Carolina Press, 1995
Lempriere John –  A classical dictionary – London, 1801
Muller Karl O. -  The history of antiquities of the Doric race – vol. 1 – Oxford, 1830
Nibby  Antonio – Elementi di archeologia – Roma, 1828
Publio Virgilio Marone – Eneide – Ed. Scolastiche Mondadori, 1972
Quilici Lorenzo e Quilici Gigli Stefania – La forma della città e del territorio, vol. 3 – Roma, 2006
Reale Accademia di Napoli – Rendiconto delle tornate e dei lavori della Reale Accademia di Napoli – Napoli, 1867

martedì 19 giugno 2012

Sapore di medioevo: Calendimaggio a Valledoro

Balli  al Calendimaggio

Tra le persone che si sono distinte per l'opera di tutela  del patrimonio artistico carinolese, un merito particolare spetta senz’altro alla nostra concittadina signora Adele Marini Ceraldi, romana trapiantata da tempo nel Comune di Carinola, che per anni si è impegnata affinché esso fosse salvaguardato e valorizzato. Se oggi la Basilica di Foro Claudio è stata restituita al culto stupendamente restaurata lo dobbiamo anche a lei che, nel corso della sua vita, ha denunciato, segnalato, sollecitato, scritto, combattuto un po’ come don Chisciotte contro i mulini a vento, perché erano anni difficili, anni in cui la conoscenza e l’apprezzamento del proprio patrimonio era quasi inesistente e di conseguenza scarso l’interesse e la tutela.  Lei, con tenacia, è andata avanti senza mai perdersi  d’animo; con  forza e  determinazione, ma soprattutto con l' umiltà e la discrezione che solo le persone di una volta possono avere. Il suo impegno  fu molto apprezzata dal Soprintendente ai Beni Culturali della Campania, dott. Fausto Zevi, che la nominò ispettrice onoraria per i Beni Archeologici di Napoli e Caserta
A lei dobbiamo anche il recupero e la ristampa del libro del notaio Luca Menna “Saggio istorico della città di Carinola”, dato alle stampe la prima volta nel 1848, e che ha riportato all’attenzione dei carinolese il loro passato.

Leggendo la monografia La Basilica di Santa Maria in Foro Claudio, da lei pubblicata  nel 1990 e regalatami molto gentilmente da suo figlio Enzo, ho avuto la sorpresa di  leggere delle pagine davvero  interessanti. Quella che mi ha colpito in modo particolare riguarda un Calendimaggio, festa di primavera, che si usava tenere a Foro Claudio nel medioevo. Su questa festa, la signora Marini Ceraldi ci fornisce delle stupende informazioni  che vanno assolutamente trasmesse ad un vasto pubblico, non solo carinolese. 

Come si può leggere nella monografia, l’appellativo Forum veniva dato a tutte le città di una certa importanza che i romani fornivano di tanti "comfort" e alle quali era concesso anche il privilegio di amministrare la giustizia, tramite un pretore, e di tenere pubbliche fiere. 
Nel territorio carinolese, come sappiamo, c’erano due città fregiate di questo appellativo: Foro Popilio e Foro Claudio. L’una prendeva probabilmente il nome da qualcuno della gens dei Popilii, l’altra da  un nobile romano di nome Claudio che nel 386 divenne pretore della città. Entrambe erano dotate di un anfiteatro per gli spettacoli e di una basilica pagana per le riunioni pubbliche e per l’amministrazione della giustizia. 
Con l’avvento del cristianesimo, le basiliche pagane furono trasformate in basiliche cristiane e più tardi divennero sedi episcopali. 
Dopo la caduta dell’impero romano,  i Conti di Carinola vollero continuare a ricordare il privilegio che la loro città aveva avuto di amministrare la giustizia e di tenere fiere,  istituendo una suntuosa fiera di tre giorni che si teneva ogni anno ai primi di maggio nella città di Foro Claudio. Era il cosiddetto Calendimaggio, festa molto in uso nel medioevo in tante importanti città italiane. 

A Valledoro, probabile nome medievale di Ventaroli e da cui quest'ultimo deriva, la festa aveva inizio con l'elezione di un Maestro di Fiera, che fungeva da Giudice popolare (pretore), detto banderale. La signora Ceraldi avanza un’ipotesi molto interessante su questa figura e che potrebbe dare una spiegazione più logica al gruppo di pitture dei mestieri presenti nell’Episcopio di Ventaroli. Secondo lei, è molto probabile che il banderale venisse scelto, di anno in anno, in una di queste corporazioni di lavoratori medioevali raffigurate nell’Episcopio.
Personalmente avanzo un’altra ipotesi, a completamento di quella della signora Marini Ceraldi, ossia che dopo ogni nomina annuale, a fine festa il banderale di turno facesse raffigurare la vignetta della propria corporazione d'appartenenza come segno di ringraziamento alla Vergine. Se così fosse, osservando le vignette in successione, si poteva capire da quale corporazione era stato preso negli anni il banderale. La presenza di date sarebbe stata di valido aiuto, ma purtroppo tutto le ipotesi rimangono nella sfera del dubbio. 

Il banderale  veniva accompagnato al Seggio di Giustizia da un corteo di gentiluomini a cavallo dove, aiutato da una Corte detta Nundinale, amministrava la giustizia “ad horas” nei tre giorni di festa. I cavalieri erano preceduti dal Gonfalone della Città  e dal Pallio con l’effigie del protettore San Giovanni, portati da due paggi e accompagnati nel loro andare da rulli di tamburi e squilli di trombe. L’intero corteo, alla cui coda era  tutto il popolo festante, partendo dalla strada Regia (la via Appia) giungeva a piedi all’Episcopio, dove rendeva omaggio all’immagine della Madonna.  Poi si proseguiva per il pubblico sedile dove si insediava il banderale
Durante i tre giorni di festa si teneva anche una corsa di cavalli che richiamava sul posto i migliori cavalieri della contrada, nobili e popolani. I festeggiamenti si chiudevano con il corteo di nuovo in marcia che, facendo lo stesso percorso, ritornava  all’Episcopio per ringraziare la Vergine e poi si concludeva in città.

Queste le notizie che la signora Marini Ceraldi ci fornisce. Esse mi hanno colpito per due motivi: 
1) per le informazioni storiche che francamente non conoscevo e che mi hanno molto affascinato; 
2) per il tesoro che abbiamo per le mani e che potremmo sfruttare a vantaggio della crescita di Carinola, come già fanno in altre città più famose. 
Ricostruire, oggi, una rappresentazione simile sarebbe veramente un rilancio eccezionale per Carinola, perché non solo porterebbe turismo, ma incrementerebbe anche l’economia. Nella mia ottica, la cultura paga sempre se usata con criterio, ma con intraprendenza. Purtroppo sembra che dalle nostre parti, non si afferri questo concetto.

Senza polemiche, spero che si cominci a considerare seriamente le occasioni che la storia ci regala e a sfruttarle al meglio per il rilancio del territorio. Intanto, mi sento di ringraziare a nome di tutto il popolo carinolese la signora Adele Marini Ceraldi per tutto quello che ha fatto e che continua a fare nonostante l’età, e le rinnovo il mio personale rispetto e la mia stima.

Dal testo monografico : La Basilica di S. Maria in Foro Claudio - di Adele Marini Ceraldi - Marina di Minturno, 1990

sabato 9 giugno 2012

Riccardo, un conte molto irrequieto -parte II

Da Wikipedia: panorama di Pico, ora provincia di Frosinone

L’altro episodio che riguarda Riccardo di Carinola e di cui siamo a conoscenza non fa molto onore all’uomo, ma il suo comportamento va, al solito, inquadrato nell’ambito della concezione medioevale che sacrifica ogni cosa al potere. Nella vicenda di cui vado ad occuparmi, Riccardo fa un po’ la figura dello sprovveduto e si lascia raggirare ed usare da chi è più furbo di lui, senza valutare a pieno le conseguenze delle sue decisioni. Almeno così sembrerebbe. 
I protagonisti principali della vicenda sono quattro: due Riccardo, l’uno signore di Carinola e l’altro di Pico, figlio di Raone Pigardi, il Papa Callisto e Oderisio, abate di Montecassino. In essa giganteggia soprattutto la figura di Oderisio che poco aveva di spirituale e molto di guerriero.  Oderisio eccelleva nell’arte della guerra più che nelle lettere e  si comportava di conseguenza. 
Non avendo remore a prendere la spada e mettersi personalmente al comando di un esercito, Oderisio si difendeva da solo la Terra Sancti Benedicti e da solo se la gestiva, più come un conte che come un abate.

Nel 1123  Riccardo  Pigardi, signore di Pico, convinse Riccardo di Carinola a reggergli il gioco in una vendetta privata contro Leone, conte di Fondi. Riccardo di Pico invitò Leone ad un banchetto e, mentre si banchettava, Leone venne ucciso a tradimento. L’azione non piacque a papa Callisto che chiese a Oderisio un punizione esemplare per i due Riccardo. 
Oderisio non se lo fece dire due volte e,  vedendone un vantaggio, accettò con piacere, anche perché ad uno dei suoi monaci, che era andato verso Fondi per un’incombenza, era stato impedito di passare in quel di Pico e oltraggiato. 
Oderisio, con l’aiuto di Ottaviano, fratello dell’ucciso Leone, attaccò Pico che in breve cadde nelle sue mani. Il papa contento di questa vittoria, investì Oderisio nuovo signore di Pico.

A questo punto Riccardo di Carinola, realizzando finalmente con chi aveva a che fare, cominciò a temere seriamente per la sua contea e pensò che la miglior difesa era l’attacco. Corse a chiedere aiuto a suo cugino Giordano II, principe di Capua, che si offrì di aiutarlo e gli concesse molti soldati con cui poté attuare il suo piano: devastare le terre dell’abbazia e riprendersi Pico. Ma Oderisio si asserragliò a Bantra (Rocca d’Evandro) e non lasciò passare i capuani. Il papa minacciò Giordano di scomunica se non avesse desistito dalla sua intenzione di combattere contro l’abate, ma Giordano accettò solo dietro il pagamento di 300 libbre di oro e la donazione di Pico con il  suo territorio. 

Riccardo di Carinola non rimase soddisfatto del risultato: i vantaggi erano andati tutti a suo cugino Giordano e non a lui, come aveva sperato. Non digerì il rospo e attese di vendicarsi di Oderisio.

Questo è quanto ci racconta Pietro Diacono che, come gli studiosi ben sanno, non è sempre veritiero né preciso. Infatti, da un diploma di Giordano II a favore dell’abbazia di Montecassino  e datato 1125 si deduce chiaramente che il principe non solo non approvò l’operato di suo cugino, ma punì severamente Riccardo Pigardi, togliendogli molti beni che cadevano in territorio capuano e concedendoli all’abbazia. Ecco quello che scrive Giordano: "cum munitione, et turri, et universis pertinentiis ejus, sicut Richardus filius Raonis Pigardi illud tenuit, et dominatus est quindecem dies antequam Leo Fundandanus ubi caperetur; qui vide licet Richardus nepharia, et flagitiosa predizione, qua fecit, de Leone de Fundis, ita Foristerit, ut tam ipse, quam sua omnia in nostra potestate jura perveniret, nam cum esset cum eo in securitate per Sacramentum, compater quoque ejus, et amicus fuisset post datum ei prandium in domo sua hostiliter Tirannorum more comprendit tam ipsum, quam Petrus filius ei, et Marinum de Etro et nomine eorum".  
Giordano, inoltre, andò personalmente a Montecassino e giurò solennemente di difendere sempre tutti i beni dell’abbazia.

Riccardo di Carinola, a quanto pare, non si fermò neppure per tema di suo cugino e volle vendicarsi a tutti i costi di Oderisio. 
Per sfortuna di Oderisio, nel 1124 morì papa Callisto e fu consacrato papa Lamberto Scannabecchi che assunse il nome di Onorio II. Tra i due non si creò  simpatia né legame di reciproco vantaggio.  Oderisio si rifiutò di aiutare papa Onorio quando questi chiese aiuto perché “la navicella di San Pietro versava in cattive acque e bisognava soccorrerla con denaro”. Chi aiutava sarebbe stato considerato “figlio”, chi rifiutava sarebbe stato considerato “figliastro”. 
Oderisio rispose subito che siccome lui non era stato invitato alla sua elezione a Papa e non aveva partecipato alla sua gioia, ora non voleva partecipare neanche alla sua tribolazione e rifiutò il denaro. 
Cominciò così una tenace lotta tra il papa e l’abate Oderiso che impegnò le forze di entrambi. Della situazione approfittò Riccardo che si gettò con un esercito nelle terre dell’abbazia, le devastò e si impossessò di Suio.

Alcuni tesrti consultati
Ciuffi Gaetano – Memorie istoriche ed archeologiche della città di Traetto – Na, 1854
Di Meo Alessandro – Annali critico diplomatici del Regno di Napoli – vol. 9. Napoli, 1804
Federici G.B. – Degli antichi duchi e consoli o ipati della città di Gaeta – Napoli, 1791
Ferrari Angelo – Feudi prenormanni dei Borrello tra Abruzzo e Molise – Trento, 2007
Gattola Girolamo – Ragionamento storico genealogico – Napoli, 1798
Gesualdo Erasmo - Osservazioni critiche sopra la storia della via Appia – Napoli, 1754
Pietro Diacono - Chronica Monasterii Casinensis IV.54, MGH SS VII, p. 788, in Cawley’s Foundation for Medieval Genealogy.
Rinaldo Ottavio – Memorie istoriche della fedelissima città di Capua -  Napoli, 1755
Tosti Luigi – Storia della Badia di Monte Cassino – Napoli, 1842

martedì 5 giugno 2012

Riccardo, un conte molto irrequieto – parte I


Arazzo di Bayeaux - Scena di guerra

Di conti di nome Riccardo, Carinola ne ha avuto diversi. Il nome si ripeteva di padre in figlio o di nonno in nipote, come è ancora nostra usanza, per attestare la provenienza da quel Riccardo Drengot che fu conte di Aversa e primo principe normanno di Capua. Tuttavia, di un solo Riccardo conosciamo le gesta, raccontate nelle cronache del tempo da Pietro Diacono e riprese da altri storici nei secoli successivi. Il Riccardo di cui conosciamo qualche impresa era figlio di Bartolomeo che a sua volta era figlio di Riccardo I Drengot e fratello di Giordano I,  che successe al padre come Principe di Capua.
Le gesta di Riccardo di Carinola vanno chiaramente inquadrate nell’ambito del suo tempo, dove la lotta per qualsiasi tipo di potere dominava su tutto. Non c’è da stupirsi se, accanto ad un forte sentimento religioso, convivevano prepotenza, inganno, brutalità e menzogna:  sentimenti principali che animavano le azioni degli uomini medievali.

Riccardo si trovò in lotta per il controllo del Ducato di Gaeta con Rangarda (Arengarda), vedova di Riccardo di Aquila, conte di Sessa e di Fondi, che era stato Duca di Gaeta dal 1104 fino al 1111, anno della sua morte. A Riccardo di Aquila successe il figlio primogenito Andrea, che però ebbe vita molto breve. Probabilmente morì o fu scacciato dai gaetani stessi nel 1112 perché, nel 1113 troviamo come duca di Gaeta, Gionata, della famiglia dei principi di Capua e nipote di Riccardo di Carinola.

Come avevano fatto i principi capuani ad inserirsi improvvisamente nella linea ereditaria della famiglia di Aquila al comando del Ducato di Gaeta?  In realtà la cosa non fu tanto improvvisa e per avere chiara la situazione bisogna fare qualche passo indietro nel tempo….

Antefatto
Nel 1062 era morto il duca di Gaeta Adenolfo I e i gaetani elessero loro duca Adenolfo II, figlio del primo, non curandosi della potenza dei principi di Capua,  i quali aspettavano solo l’occasione giusta per impossessarsi del Ducato di Gaeta. Ma essendo Adenolfo II un bambino di pochi anni, la reggenza del Ducato passò alla madre Maria
Grazie alla diplomazia dell’abate di Montecassino, Desiderio, Maria fu riconosciuta come reggente anche dai principi capuani. Nel 1063 Maria morì ed i principi capuani si inserirono nel Ducato di Gaeta con Giordano I, principe di Capua, come reggente e governante. Ma, guarda caso, nel 1064 morì anche il piccolo Adenolfo II e il popolo, che non voleva a nessun costo sottomettersi ai capuani, contro la volontà dei principi di Capua elesse quale Duca di Gaeta Landone, conte di Traetto. Ma Landone, con quei nemici, non ebbe vita facile e fu costretto a cedere alle loro prepotenze e a rifugiarsi a Roma. 
I Capuani riuscirono ad inserire la dinastia normanna a Gaeta dal 1065 con il duca Loffredo, confidente di Giordano I, fino al 1104 con il duca Guglielmo di Blosseville, che Riccardo di Aquila riuscì a scacciare dal Ducato per impossessarsene.

Questo l’antefatto. Morto Riccardo di Aquila prima e suo figlio Andrea poi, i Capuani tornarono all’attacco per riprendersi quello che avevano perduto in un momento di debolezza. E  come Duca di Gaeta fu posto Gionata, già conte di Carinola. Ma Rangarda non era disposta a perdere l’importantissimo Ducato di Gaeta che voleva passare ad un altro suo figlio. Nel frattempo, ella si era risposata con Alessandro di Carinola (ma il de Blasiis dice di Sessa) che teneva Suio, tolto a Montecassino ai tempi di Desiderio. Gli scontenti abitanti di Suio, pressati dalle prepotenze di Alessandro e Rangarda, incitarono l’abate di Montecassino a catturare Alessandro e riprendersi Suio. Cosa che puntualmente avvenne. 

Imprigionato Alessandro e persa Suio,  Rangarda  rivolse le sue attenzioni al Ducato di Gaeta e cominciò a dare molto fastidio al duca Gionata, occupando la Turris ad Mare sul Garigliano
In aiuto del nipote giunse Riccardo di Carinola, che con un’armata non grande ma molto decisa, sconfisse i due bellicosi pretendenti al Ducato di Gaeta. Gionata morì nel 1120, non sappiamo se per cause naturali o per azione bellica. 
Nel 1121 o nel 1122,  Riccardo di Carinola, zio di Gionata,  fu nominato Duca di Gaeta come Riccardo II. Diversi studiosi, come il Federici e il Tosti, mettono in dubbio che Riccardo Duca di Gaeta  e Riccardo di Carinola, figlio di Bartolomeo, siano la stessa persona, perché Pietro Diacono, pur parlando  di lui nella sua cronaca, non lo cita mai col titolo di Duca di Gaeta. 
Be’, tante cose non dice Pietro Diacono e tante cose le dice sbagliate; questa non è una novità per gli studiosi. 

In mancanza di un documento chiaro, ci si può affidare solo a speculazioni logiche. Molto logiche. Da dove salterebbe fuori questo improbabile altro Riccardo?  Possiamo davvero pensare che Riccardo di Carinola, dopo aver combattuto al fianco di suo nipote Gionata per la difesa del Ducato, se lo sarebbe fatto soffiare da un pinco pallino qualsiasi, e per giunta col suo stesso nome? E possiamo pensare che fosse corso in aiuto di Gionata per semplice filantropia familiare? Mi sembra una storia molto insensata, che fa acqua da tutte le parti: l’uomo era di ben altra tempra.  E’ invece molto più logico pensare che Riccardo di Carinola, alla morte del nipote, sia stato eletto Duca di Gaeta, malgrado Pietro Diacono!
La prova viene infatti trovata in un Diploma spedito dallo stesso Duca Riccardo II per le monete dei Follari e viene intitolato così: Riccardus divina previdente clementia Consul et Dux prefate Civitatis; olim domni Bartolomei proles Capuan Princ. et Calinensis Comitis pie recordationis fiulius come ci riporta  il Federici.

Sotto Riccardo ebbe termine il Ducato di Gaeta. 
Re Ruggiero si impadronì del Principato capuano, ne fece principe Anfuso, suo terzogenito, e vi unì il Ducato di Gaeta, ormai considerato a tutti gli effetti parte del Principato di Capua.
 c.d.l.


 
Alcuni testi consultati

Bloc Herbert - Monte Cassino in the Middle Ages - Library of Congress -1986
Ciuffi Gaetano – Memorie istoriche ed archeologiche della cuttà di Traetto – Na, 1854
Di Meo Alessandro – Annali critico diplomatici del Regno di Napoli – vol. 9. Napoli, 1804
Federici G.B. – Degli antichi duchi e consoli o ipati della città di Gaeta – Napoli, 1791
Gattola Girolamo – Ragionamento storico genealogico – Napoli, 1798
Gesualdo Erasmo - Osservazioni critiche sopra la storia della via Appia – Napoli, 1754
Pietro Diacono - Chronica Monasterii Casinensis IV.54, MGH SS VII, p. 788, in Cawley’s Foundation for Medieval Genealogy.
Rinaldo Ottavio – Memorie istoriche della fedelissima città di Capua -  Napoli, 1755
Tosti Luigi – Storia della Badia di Monte Cassino – Napoli, 1842











domenica 27 maggio 2012

Turris de Garigliano e Turris ad Mare


Da Wikipedia: Turris ad Mare di Pandolfo Capodiferro prima della distruzione

Per capire  la pagina di storia carinolese che seguirà, è necessaria una piccola premessa che aiuti il lettore a fare gli opportuni collegamenti.

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Grazie alle donazioni medievali, l’Abbazia di Montecassino divenne gradualmente proprietaria di un territorio di circa ottomila ettari di terreno che, insieme ai tanti castra edificati su di essi, costituivano la Terra Sancti Benedicti (la Terra di S. Benedetto). I terreni venivano lavorati dagli stessi monaci e da contadini che prestavano annualmente un numero fisso di giornate lavorative, le angariae

Montecassino, oltre ad essere quel meraviglioso centro di cultura che tutti conosciamo, era una specie di azienda latifondista medievale che dava lavoro ad un sostanzioso numero di persone, per cui la sua influenza sul territorio era enorme. Ma le ricchezze dell'Abbazia e di tanti altri monasteri della zona e del Monte Massico, facevano gola alla colonia di Saraceni di stanza a Traetto (Minturno), i quali non perdevano occasione per attaccarla. I monaci vivevano in una situazione di continua allerta contro quella grossa banda di predoni, da cui non sapevano più come difendersi. Era una colonia di circa 40,000 Saraceni che non avevano terre da coltivare, ne sapevano coltivarle. Per sfamare una simile moltitudine di persone erano costretti a razziare e portare via tutte le scorte alimentari che potevano trovare soprattutto nelle abbazie e nei monasteri.

Ma perché una colonia di 40.000 persone si trovava a Traetto, sulle sponde del Garigliano?...

... Gli Arabi avevano occupato la Sicilia dall'827 in poi e lentamente erano sbarcati anche nel continente, dove molti signorotti li assoldavano per le loro guerricciole contro i nemici. Forti delle loro capacità guerriere, si spingevano sempre più a nord fino ad arrivare a Gaeta, nell' 870, dove era prefetto Docibile I.
Docibile fu catturato dai Saraceni e fatto prigioniero. Fu liberato dagli Amalfitani e dopo questa spiacevole avventura venne a patti con i Saraceni: non avrebbero dovuto più attaccare Gaeta.
Questo non piacque al papa Giovanni VIII che lo scomunicò e gli tolse il controllo del territorio di Traetto, dandolo a Pandolfo di Capua. 
Pandolfo vide in questa nomina l'occasione per ingrandirsi e cominciò ad attaccare Gaeta per impadronirsene. 
Docibile, a questo punto, per ritorsione contro il papa che aveva commesso un'enorme sbaglio,  fece venire da Agropoli un nutrito gruppo di Saraceni e li scatenò contro il territorio di Fondi.
Il papa, pentito della sua mossa avventata, estromise Pandolfo di Capua e ridiede il territorio di Traetto a Docibile, che confinò tutti i Saraceni lungo le rive del Garigliano per meglio tenerli sotto controllo.
Ma i Saraceni erano una moltitudine e, per sfamarsi, razziavano le scorte alimentari là dove erano sicuri di trovarle sempre: nelle abbazie e nei monasteri.

Nel X secolo, in seguito alle continue scorrerie di questi predoni che distrussero l'abazia di Montecassino, i monaci furono costretti a ritirarsi a Capua e vi rimasero una quarantina d’anni, fino a quando Papa Giovanni X, impaurito dall'avanzare verso nord dei Saraceni, organizzò una Lega Cristiana contro di loro, che erano ormai diventati una vera e propria minaccia per tutta l’Italia centro-meridionale. Da Minturno, loro roccaforte, essi si erano infatti spinti più a nord ed avevano occupato Narni e Tivoli, cadute sotto il loro dominio. Si stavano avvicinando troppo a Roma che contavano di conquistare.

 Alla Lega Cristiana aderirono tutti i condottieri del sud Italia, sia longobardi che bizantini: Landolfo I di Benevento e suo fratello Atenolfo, Giovanni I duca di Gaeta e suo figlio Docibile II, Guaimario di Salerno, Gregorio IV di Napoli e suo figlio Giovanni. Anche altri condottieri risposero all’ appello del Papa: Berengario, marchese del Friuli e re d’Italia, e l’Impero Romano d’Oriente, che mandarono le loro forze militari in supporto della Lega. Dopo varie battaglie combattute nel Lazio settentrionale ed in cui i cristiani ebbero la meglio, i Saraceni furono accerchiati nella loro roccaforte e definitivamente sconfitti nella Battaglia del Garigliano nel 915.

A ricordo di questa importante battaglia  e vittoria cristiana furono edificate due torri nel basso corso del Garigliano, le quali andarono a far parte di un esteso sistema di torri edificate lungo tutta la costa, per il controllo del mare. Oltre alla funzione di monitoraggio marittimo, le torri avevano anche quella di segnalare un pericolo alle popolazioni stanziate più all'interno mediante accensione di fuochi sulla loro sommità o segnali acustici.

La più antica, la Turris de Garigliano, si trovava sulla riva destra del fiume, nei pressi delle rovine dell’antica Minturnae, dove i viandanti sulla via Appia dovevano attraversare il fiume con una barca. La torre era infatti parte di una struttura più grande dove stanziava un corpo di guardia che aveva funzione di controllo fiscale oltre che di custodire e proteggere le barche per l'attraversamento, Questa torre fu eretta  tra il 906 e il 933  da Giovanni I, Duca di Gaeta, e da lui ricostruita dopo la battaglia e poi donata a suo figlio Docibile II, come si ritrova in un’iscrizione più tardi usata per la costruzione del Duomo di Gaeta. La torre era sotto il controllo dell’Abbazia di Montecassino e fu demolita nel 1828 per la costruzione dell’attuale ponte sul Garigliano.




La seconda torre, la Turris ad Mare,  fu edificata sulla riva sinistra del fiume dal principe Pandolfo I Capodiferro, tra il 961 e il 981,(altre fonti dicono tra il 930 e il 960), con materiale di spoglio dell’antica Minturnae. Riccardo I principe di Capua e suo figlio Giordano I la offrirono all’abate Desiderio nel 1066. L’edificazione di questa torre da parte di Pandolfo è attestata da due cippi ora murati nel campanile del duomo di Gaeta. La torre fu distrutta dalle truppe tedesche nell’ottobre del 1943 per frenare l'avanzata delle truppe di liberazione anglo-americane. 
 
Da Wikipedia: Torre di Pandolfo vista dal Garigliano

Scacciati definitivamente i Saraceni e tornati i monaci nella loro abbazia, nel 967 il principe Pandolfo concesse all’abate di Montecassino lo jus munitionis, ossia il diritto di fortificare. Grazie a questo diritto, i monaci iniziarono a riorganizzare i terreni, a ripopolare il territorio con le prime famiglie di coloni e a fortificare gli agglomerati civici; nacquero così i primi castra che occuparono tutta la valle del Garigliano. Sotto l’abate Desiderio, i possedimenti dell’abbazia cassinese  si ingrandirono ulteriormente di altri castella e si spinsero fino al mare con Suio e la Turris ad Mare di Pandolfo Capodiferro.
 c.d.l.


Bibliografia
 
Artifoni Enrico – Storia Medievale – Roma, 2003
Bloch Herbert - Montecassino in the Middle Ages – vol. 2 – Cambridge, Mass -1988
De Rosa Gabriele - Età Medievale - Bergamo, 1994
Gesualdo Erasmo – Osservazioni critiche – Napoli, 1754
Giovanni Battista Federici -  Degli antichi duchi o consoli o ipati della città di Gaeta - google books
Gurioli Enrico – Torri costiere del Mediterraneo – Milano, 2011
Kempf Friedrick – Storia della Chiesa – vol. 4 – Milano, 1972
Leone Marsicano – Cronaca di Montecassino  (cura di F. Aceto e V. Lucherini)- Milano, 2001
Penco Gregorio – Storia del monachesimo in Italia dalle origini alla fine del medioevo – Milano, 1983
Peter Partner – The Land of St.Peter: the papal State in the Middle Ages- University of California Press, 1972 
Tosti Luigi – Storia della Badia di Montecassino – Napoli, 1843


giovedì 24 maggio 2012

L' incastellamento di Carinola e il suo ruolo difensivo


Francesco Cassiano de Silva - Incastellamento di Carinola -1705

Dopo la deviazione su San Bernardo, la diocesi di Carinola,   alcuni suoi vescovi  e l’intervento sulla riapertura al culto dell’episcopio di Ventaroli, ritorno  sul tracciato storico principale per riprendere la narrazione dal punto in cui l’ho lasciata. 
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Quando si parla di "incastellamento" non ci si riferisce solo all’ edificazione di un castello nell’ambito di un territorio urbano, ma ad un fenomeno molto più complesso, che si manifestò soprattutto tra il IX e l' XI secolo. Si tratta più che altro della nascita di centri fortificati intorno ad un castello, che cambiarono notevolmente l’assetto  paesaggistico italiano. 
Con l'incastellamento scompaiono le case isolate dei piccoli proprietari, difese da palizzate di legno e  fossati,  e si fa posto ad un agglomerato urbano, più o meno grande, protetto tutt’intorno da una solida cinta muraria: il castrum.  
La necessità di fortificare gli agglomerati urbani è legata soprattutto a esigenze difensive contro le scorrerie di  bande particolarmente aggressive come gli Ungari e i Saraceni, o contro le lotte tra gli  stessi irrequieti signorotti territoriali, ma anche  al profondo bisogno di sicurezza e di protezione che circolava in un periodo storico molto turbolento e insicuro. 
Il castello diventa il simbolo visibile del potere territoriale del signore che governava sul luogo, dei suoi rapporti politici ed economici con la popolazione, ma diventa anche  il simbolo della protezione che il signore garantiva ai suoi cittadini. 
Sebbene  BizantiniLongobardi avessero già sentito l’esigenza di fortificare le loro proprietà, usando più che altro il legno come materiale, furono i Normanni a concretizzare una vera e propria opera ingegneristica di fortificazione dei centri urbani, che assunse il nome di incastellamento.”

L'incastellamento normanno è prevalentemente di matrice militare-feudale e fa della fortezza il centro di potere del signore territoriale, a cui però vanno affiancati una serie di obblighi e prestazioni militari. E’ chiaro, come già detto più volte, che una realtà estesa e complessa quale era il Regno di Sicilia aveva bisogno dell’apporto di tutti i feudatari per la sua difesa, quindi nessun conte poteva esimersi dall'offrire i propri servizi militari al re. Se al signore feudale normanno veniva concessa una notevole autonomia nella gestione del suo territorio, egli aveva comunque l'obbligo di contribuire alla difesa del Regno. 

Non esistono ancora degli studi esaurienti sul castello di Carinola o sulla Rocca di Mondragone, ma da quello che finora sappiamo, possiamo azzardare delle ipotesi in grado di chiarirci il ruolo difensivo della Contea di Carinola
Le fonti finora consultate, non primarie, dicono che il castello di Carinola fu costruito dal conte Riccardo intorno al 1134.
L’anno sembra compatibile poiché, subito dopo la costituzione del Regno di Sicilia, nel 1130, re Ruggiero diede il via ad una colossale opera di incastellamento di tutti i centri strategici per garantire al suo Regno la difesa necessaria. Da nord a sud del Regno, dalla costa tirrenica a quella adriatica, non un lembo di terra rimase senza difesa. Nel  Principato di Capua, per la sua importanza, l’opera d’incastellamento fu molto minuziosa e ogni centro fu fornito di cinta muraria e di castello. Venafro, Riardo, Castelforte, Sessa, Teano, Carinola, Francolise, Rocca di Mondragone, Castelvolturno, sono solo alcuni dei centri incastellati che, da est a ovest del Principato capuano, formavano una solida ragnatela difensiva lungo il confine settentrionale; ragnatela che si estendeva e si allargava continuamente con altri centri incastellati man mano si scendeva verso sud, quasi a formare un susseguirsi di barriere ad intreccio contro l'avanzata di un nemico molto probabile. Ma il nemico non arrivava solo da terra; poteva arrivare anche dal mare, per cui le coste venivano controllate continuamente dai centri adibiti a quella funzione, tra cui Carinola.

Il castello di Carinola sarebbe sorto su una struttura preesistente sulla quale anche i Longobardi avrebbero messo mano. Si parla di una “torre di Catilina”, una struttura romana che potrebbe essere stata un avamposto di Foro Popilio e dove avrebbe trovato rifugio Catilina nel 63 a. C., alla scoperta della famosa congiura da parte di Cicerone. Ma sebbene la tradizione orale sia spesso annuncio di storia, non possiamo ritenerla storia a pieno titolo senza il sostegno di documenti. Finora non siamo a conoscenza di documenti né di ricerche che possano provare la presenza di un avamposto romano sul luogo,  né la presenza di Catilina in esso. Tutto è da verificare.

In mancanza di documenti, anche l’incastellamento di Carinola produce solo speculazioni sul suo ruolo difensivo all’interno del Regno. Qual era esattamente il ruolo difensivo di Carinola? Ugualmente dobbiamo, per il momento, affidarci un po’all’intuito  e un po’ alle investigazioni del territorio fatte recentemente dai soci degli archeoclub di Carinola e Falciano, visto che non  esistono studi specifici sull’argomento. 

Carinola aveva il ruolo del controllo della vicinissima Appia  e quello del "monitoraggio" della costa. Lo attesta l' esistenza di una struttura normanna, a ovest di Carinola, situata subito fuori l’antica cinta muraria e su di una piccola altura, che oggi i carinolesi chiamano semplicemente “castelluccio”. La struttura altro non era che una torre di avvistamento, allora alta almeno il doppio di quanto lo sia oggi, per il continuo monitoraggio del territorio e della costa. 
Non dimentichiamo che a Minturno c’era una numerosa colonia di Saraceni e che essi vivevano attaccando e depredando chiese, monasteri e città vicine. Le loro incursioni erano tanto frequenti quanto disastrose. 
Qualora  fossero state  avvistate all’orizzonte navi saracene, Carinola aveva il compito di correre in aiuto di Mondragone dove,  sulla Rocca stanziavano permanentemente dei guerrieri.
Non dimentichiamo neanche che Mondragone era possedimento della Contea di Carinola e che quest'ultima, correndo in difesa di Mondragone, difendeva se stessa.
 
                    c.d.l


 Alcuni Testi consultati

AA. VV - Atti del 2° Congresso Nazionale di Archeologia Medievale – Firenze, 2000
Artifoni  Enrico – Storia Medievale – Roma, 1998
Cundari Cesare e Carnevali Laura (a cura di) – Carinola e il suo territorio -  Roma, 2003
Gleijeses Vittorio – Castelli in Campania – Napoli, 1977
Licinio Raffaele – Castelli medievali – Bari, 1994
Maglio Gianfranco – Lezioni di Storia medievale: Dalle origini all’anno mille –  Verona, 2004
Musca  Giosuè –Terra e uomini nel Mezzogiorno normanno-svevo -  Bari, 1987
Pugliese Carratelli Giovanni – Storia e Civiltà della Campania: il Medievo – Napoli, 1996
Ruggiero Romano – Paese Italia:  venti secoli di identità – Roma, 1997
Toubert  Pierre – Dalla terra ai castelli – Torino, 1997


domenica 6 maggio 2012

Santa Maria de Episcopio restituita ai carinolesi


Episcopio di Ventaroli - La scritta ai piedi della Vergine in trono











    Ieri, sabato 5 maggio 2012, ho avuto l'onore di fare un piccollo intervento storico durante la cerimonia di riapertura al culto della Basilica di Foro Claudio, dopo circa cinque anni di restauro. Per gli amici che non hanno potuto essere presenti, ecco l'intervento storico che possono leggere con calma.
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    Padre Michele Piccirillo, archeologo francescano di Terra Santa per chi non lo conoscesse, diceva sempre che le pietre, per essere importanti devono parlare, devono raccontare qualcosa. E per tutta la vita egli stesso è andato in cerca delle pietre che parlano, come le chiamava lui. Padre Michele amava molto questa basilica proprio perché qui le pietre parlano e raccontano la Storia, non solo la piccola storia locale, ma quella con la S maiuscola. Dalle pietre di questa basilica, inglobate nella facciata, sappiamo che essa era già piedi nel V secolo e questo ci viene confermato da documenti storici della Chiesa. Prima del 499 era infatti vescovo di Foro Claudio GAUDENZIO, che si sottoscrisse al concilio romano di Papa Felice. Nel 499  e 500 era invece vescovo COLONO o COLONIO, che intervenne al primo e al secondo sinodo di papa Simmaco. Non abbiamo informazioni per qualche secolo e saltiamo direttamente al 1071, anno in cui era vescovo GIOVANNI   che intervenne alla consacrazione della chiesa di Montecassino. Giovanni fu il diretto predecessore di San Bernardo.

  Ma un pezzo di storia importantissimo è celato nella grande scritta presente ai piedi della Madonna, nell’abside. La scritta, ricostruita nelle parti mancanti dal dott. Ugo Zannini,  è divisa in due parti. La prima è un’invocazione allo Spirito: SPIRITUS IN CELIS NOS QUESUMUS UT TUEARIS - Lo Spirito in cielo noi invochiamo affinché ci protegga. La seconda parte è una supplica di intercessione alla Vergine affinché Pietro non sia  rinchiuso in un carcere buio: VIRGO, PREBE PETRO NON CLAUDI IN CARCERE TETRO - Vergine, fa che Pietro non sia rinchiuso in un carcere tenebroso.

      Questa scritta è molto intrigante: chi è questo personaggio di nome PIETRO che ha meritato una scritta così centrale nell’abside? Doveva essere sicuramente un personaggio molto importante e molto conosciuto.  Io credo di aver trovato chi è il Pietro citato nella scritta, ma è chiaramente ancora un’ipotesi di ricerca che va verificata, anche se sono convinta al 99% che sia lui. 

       Pietro, frate cistercense, fu vescovo di Carinola nella prima metà del XIII secolo (1200),  in un periodo molto critico della storia europea; il periodo in cui si svolgeva l’aspra lotta tra i due poteri predominanti del tempo, Papato e Impero, che divise l’Italia in Guelfi e Ghibellini. Le due personalità che rappresentavano questi due poteri furono il papa Gregorio IX soprattutto, e l’imperatore e re di Sicilia Federico II

       Papa Gregorio IX  scomunicò l’imperatore per ben due volte: la prima volta nel 1227 perché Federico non aveva mantenuto la promessa di organizzare la sesta crociata. La seconda volta lo scomunicò la Domenica delle Palme del 1239 perché Federico aveva sfidato apertamente l’autorità papale, impedendo le nomine dei vescovi, cercando di sobillare la Curia romana contro il pontefice, imprigionando molti cardinali e esiliando fuori dal regno di Sicilia tutti i vescovi fedeli al papa. 

      In tutto questo c’entra anche il nostro vescovo carinolese. Pietro di Carinola fu uno dei vescovi più colpiti da Federico. L’ imperatore gli fece ammazzare il fratello, forse di nome Odoardo, mandandolo alla forca con l’accusa di alto tradimento e lui lo mandò in esilio fuori dal Regno. La notizia la troviamo nella Cronaca di Riccardo da San Germano.

      Nel 1241 l’inflessibile Gregorio IX morì e gli successe il più moderato Innocenzo IV. Ma le cose tra Papato e Impero  non cambiarono di molto, perché papa Innocenzo era determinato a difendere gli interessi della Chiesa e a riprendersi tutti i territori dello Stato Pontificio che Federico aveva sottratto. Tra uno screzio e l’altro, nel 1245  il papa convocò un  Concilio a Lione per decidere il da farsi con Federico II. E il nostro Pietro vi partecipò.

     Al Concilio di Lione, l’imperatore era rappresentato da Taddeo da Sessa, suo maggior fiduciario, il quale offrì la restituzione dei territori sottratti pur di evitare la terza scomunica che  avrebbe significato la destituzione  di Federico come imperatore. Ma papa Innocenzo non si lasciò intenerire e non accettò. Durante il Concilio, Pietro di Carinola fu l’unico vescovo che si alzò  contro l’imperatore e lo accusò di essere un eretico, di non credere né al Cristo né alla Chiesa, di avere più mogli contemporaneamente e di convivere in concubinato con donne saracene. Insomma, ne disse di tutti i colori. Le accuse di Pietro a Federico furono confermate anche da un vescovo spagnolo.  
  
      Taddeo da Sessa cercò di salvare il salvabile, accusando a sua volta Pietro di Carinola di parlare per odio personale  nei confronti dell’imperatore, ma il suo tentativo non andò in porto. Federico fu scomunicato per la terza volta e deposto come imperatore del Sacro Romano Impero. A seguito della scomunica, papa Innocenzo emanò un proclama ai sudditi imperiali dicendo che potevano considerarsi sciolti dal giuramento di fedeltà all’imperatore e potevano scegliersi un nuovo imperatore.    

     La vendetta di Federico non si fece attendere. Pietro fu arrestato e rinchiuso nella Rocca di Arce.  A MIO PARERE, A QUESTO PERIODO APPARTIENE LA FAMOSA SCRITTA DELL’ABSIDE e a questo periodo appartengono anche i tre affreschi di San Leonardo, presenti in questa basilica. Come gli esperti sanno, San Leonardo era protettore dei fabbri ferrai, ma anche dei carcerati. In questo caso, io credo che sia stato raffigurato più come protettore dei carcerati che dei fabbri e lo prova il fatto che sia stato raffigurato con i ceppi dei carcerati ben visibili tra le mani,  più che con gli arnesi del mestiere. La mia ipotesi è che questi affreschi siano stati commissionati da persone molto vicine al vescovo Pietro, forse suoi familiari o suoi confratelli o anche i fedeli di Carinola, che intendevano così assicurargli la protezione di San Leonardo. Infatti si credeva che la protezione di San Leonardo fosse così potente che bastava invocarlo perché le catene si spezzavano e le porte dei carceri si aprivano. Ed è in effetti quello che successe a Pietro. Fu liberato.   
            
   Qualche storico della Chiesa, come Ferdinando Ughelli, ritiene che Pietro morì in carcere, ma probabilmente ha fatto confusione,  uno scambio di persona, tra il vescovo di Carinola e quello di Venafro, che effettivamente  morì in carcere. Pietro fu invece nominato da Innocenzo IV  arcivescovo di Sorrento nel 1250 e lo fu  fino al 1258, quando commise una sciocchezza imperdonabile. Infatti, il 10 agosto del 1258 era a Palermo all’incoronazione di Manfredi, figlio di Federico, incoronazione che non fu riconosciuta dal nuovo papa Alessandro IV che riteneva Manfredi un usurpatore.  A seguito di questa sua presenza a Palermo, papa Alessandro privò Pietro  della dignità episcopale e lo ridusse a semplice sacerdote.  Non sappiamo ancora i motivi del comportamento di Pietro che gli attirò il castigo del papa, ma più tardi fu comunque perdonato dal papa e rimesso al suo posto come arcivescovo di Sorrento.

    Questa è il pezzo di Storia che, nella mia opinione, è raccontato da quella scritta. Come ho detto precedentemente, sono sicura al 99% che il Pietro nominato in quella scritta sia il vescovo di Carinola che partecipò al Concilio di Lione. Ma per essere sicuri bisognerebbe eliminare anche quell’un per cento di dubbio che ancora rimane. Come si potrebbe fare? Con un semplice esame epigrafico, ossia con l’esame delle lettere che compongono la scritta. Se esse appartengono al periodo svevo, che poi è un periodo storico abbastanza ristretto, anche quell’1% scompare  e si raggiunge la certezza che QUEL Pietro è proprio il vescovo di Carinola del periodo svevo. Questo ulteriore esame porterebbe la nostra basilica un gradino più in alto sulla scala dell’importanza storico-artistica.

c.d.l.